Italia a rischio retrocessione civile e culturale. Chi dice scuola, dice libertà. Chi dice mamma, dice cittadino.

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Maria Quarato

La dottoressa Maria Quarato, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, ha conseguito la laurea in Psicologia Clinica ad indirizzo neuropsicologico a Padova e il titolo di Psicoterapeuta presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista.
Per anni cultrice della materia ed assistente alla cattedra di Psicologia Clinica e Psicoterapia, dipartimento di Psicologia Generale Università degli Studi di Padova.
Ha partecipato ad un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale, promosso dal Miur, Ministero Istruzione, Università e Ricerca .
Autrice di diversi articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali e nazionali.
Attualmente docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista e Presidente “Ediveria”, Associazione per la ricerca internazionale e la consulenza “dell’udire voci” con sede a Vienna.
Da anni si occupa di ricerca e psicoterapia dell’udire voci, dineuropossibilità e complessità esistenziali, di processi migratori e di epistemologia delle scienze cliniche della psiche.

 

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Italiana

sul rischio della retrocessione culturale e civile

di Maria Quarato

Mamma, cittadina expat, psicologa, psicoterapeuta

Sovrastimare e sottostimare rischi.

Mi sono fatta di nuovo coraggio stamattina, e dopo due mesi precisi ho riportato i bambini a scuola.

Come già dicevo altrove, le scuole in Austria sono rimaste aperte, non a scopo didattico, ma per permettere ad entrambi i genitori di lavorare senza dover portare i bambini dai nonni, categoria più a rischio virus. Torneranno tra due settimane a fare formazione come sempre, con tutte le strategie per evitare il rischio contagio.

Due mesi faticosissimi, più faticosi del solito. Ma ora questa casa è troppo silenziosa e io non potrò esserci a proteggere i miei figli ricordando loro di lavarsi le mani, di star lontano da chi tossisce in faccia alla gente.  Non arriveranno saltellanti ed esigenti chiamando mille volte mamma.

Non sono più protetti dal mio sguardo vigile, lo stesso sguardo con il quale alcune volte gli impedisco di fare salti in alto che spaventano me. Le mamme sovrastimano spesso i rischi e fanno fatica a concedere ai figli la libertà necessaria per scoprire e conoscere fuori dalle mura domestiche, conoscendo loro stessi nel mondo. D’altronde la nostra relazione con loro inizia quando non sanno ancora di stare al mondo, indifesi ed inermi, difficile (ma possibile) in itinere cambiare modalità relazionale con i nostri figli, anche quando diventano grandi.

Anche i miei genitori, nonostante mi sia guadagnata da un pezzo il titolo di adulta, quando sono con loro, nella casa in cui sono cresciuta, su quella collina murgese delle terre di Puglia, tra gli ulivi e il sole, continuano a trattarmi come una bambina che deve essere educata, protetta e corretta. Come non avessi mai sostenuto un corso di laurea e uno di specializzazione sola, in una città del Nord Italia, e non avessi dato alla luce tre figli in una terra straniera della quale non conoscevo neanche la lingua; e ci sono riuscita, anche se non vivevo più sotto il loro sguardo protettivo. Ma se io smettessi ai loro occhi di essere una figlia da educare e proteggere, loro non sentirebbero più di essere genitori. Complementarietà di ruolo.

L’educare spesso viene confuso con il correggere solo gli errori che i figli commettono. Per questo i genitori possono brontolare tutto il tempo. Non è cattiveria, ma adesione al ruolo di genitore per come ci è stato insegnato.

Che fatica lasciare ai propri figli la responsabilità delle proprie azioni, imparando a sbagliare; andando avanti nonostante gli errori; usando gli errori come risorsa per apprendere; lasciando loro la libertà per imparare a far le cose diversamente da noi.

Libertà tra errori e responsabilità.

Tra i tanti significati della parola libertà, quella che sfugge spesso è che implica l’assunzione di responsabilità. Per praticarla la libertà è necessario che si sappia accettare il rischio di sbagliare.

Abbiamo perso la libertà!” dicono o “abbiamo lasciato che ci privassero della nostra libertà per non assumerci responsabilità”?

La libertà non si perde, si delega. Un primo esercizio da fare è riassumersi la responsabilità delle proprie vite per riuscire a guadagnare la libertà, e questo significa, spesso, lasciare la strada più battuta, quella con meno rischi di errore, per percorrere quella che sentiamo più confacente a noi stessi.

Che fatica la sperimentazione di sé e della propria individualità, imparando a rispettare i confini nostri e del prossimo, in un mondo che sempre più propone modelli standard e globalizzati votati a vendere gli stessi prodotti a tutti con lo slogan “Compra questo o quello e sarai realizzato”.

La realizzazione fittizia del possedere, che non sazia mai.

Abbiamo barattato la nostra libertà con il vantaggio immediato di sentirci bravi, “aventi”, ed accettati, evitando di assumerci il rischio di risultare sbagliati agli occhi di chi ci osserva, compreso quelli dello sconosciuto allo specchio, che molte volte sa bene quali vestiti indossare per appartenere al mondo in modo adeguato: lo ha imparato dalla pubblicità; ma fatica ad indossare gli abiti per appartenere a se stesso, evitandosi la sgradevole sensazione di vivere la vita di qualcun altro.

” Io” è un pronome plurale.

Che poi, detto tra noi, ascoltando i nostri sussulti dell’animo, sappiamo bene che nessuno appartiene mai completamente a sé stesso, ogni parte di noi emerge per interazione con il prossimo.

La questione rilevante è: siamo ancora nelle condizioni di scegliere a chi “appartenere ” e quali relazioni coltivare?

Non c’è libertà senza la capacità di saper affermare: “ho commesso un errore e sono l’unica responsabile”. E non c’è nemmeno libertà se non so negoziare le relazioni, imparando a stare in una relazione tutelando il noi piuttosto che l’io.

Come dicevo una volta a qualcuno: “certo che hai ragione, ma cosa te ne fai di quella ragione, se per averla, perdi la relazione? Non sarebbe meglio cercare ragioni per proteggere la relazione e non solo te stesso?” “Ma così vinco io”, mi rispose. “Si può far vincere la coppia” suggerii …ma poi, ad ognuno, i propri obiettivi.

Quante volte non siamo in grado di comunicare al nostro interlocutore relazionale che ci sta facendo male e piuttosto che trovare insieme un modo per tutelare la relazione, tagliamo la corda perché troppo stretta? Non sarebbe più costruttivo provare a trovare una mediazione adeguata per entrambi, piuttosto che creare relazioni di potere o distruggere la relazione stessa, lasciando l’altro a parlare da solo? E noi a patire il dolore di una perdita?

Sembrano temi da consulenza di coppia, se non fosse che, spesso, entriamo in conflitto tra parti di noi e la mediazione dobbiamo farla con noi stessi: concedendoci la libertà di ascoltare e dare valore ad ognuna delle parti che costruiscono quello che chiamiamo “io”, soprattutto quando entrano in contraddizione tra loro, legittimandoci alla complessità, alla moltitudine di ruoli e punti di vista che si acquisiscono con la formazione, esperienze di vita, la cultura di appartenenza, sempre collocati in ruoli sociali scelti, presi in prestito e fatti nostri dal mondo in cui viviamo. L’io è pronome plurale.

La genitorialità è molto più del DNA.

Ci arriviamo tutti a comprendere che essere mamma oggi è profondamente diverso dall’essere una mamma di inizio novecento. Essere mamma, non è un fenomeno meramente biologico, è una costruzione sociale.

Da mamma, psicologa, cittadina tanto austriaca quanto italiana, spero di non aver fatto la scelta sbagliata, mi dico ora. Per scegliere se portare o no i miei figli a scuola, ho dovuto attingere alla mia complessità, per vagliare tutte le possibili scelte, nonostante la psicosi da virus indotta dai giornali e dagli esperti scienziati riduttivisti italiani. La preziosa complessità di ognuno, che consente di vedere quanto ci accade da più punti di vista, concedendoci l’intelligenza di accorgerci che le verità assolute, sono solo una scelta tra tanti punti di vista, che può cambiare non appena cambiamo il punto di vista e il ruolo da cui osserviamo. Le verità diventano quindi relative a chi parla, nel ruolo in cui è e in funzione di un obiettivo. 

Ho portato i miei figli a scuola, con due settimane di anticipo rispetto alla riapertura collettiva della scuola che avverrà a metà maggio. In Austria anche le donne vengono considerate risorsa sociale, professionale, culturale per far ripartire il paese, e non solo risorsa genetica e riproduttiva per mettere al mondo figli. Grazie alla tutela dello Stato austriaco della me professionista, in queste settimane, ho potuto lavorare per l’Italia.

In Austria alle donne è concesso di scegliere a quale contesto relazionale “appartenere, in quale ruolo entrare e in funzione di quali obiettivi, coltivandone tanti contemporaneamente, offrendo tutte le proprie risorse. In Italia, invece, ditemi un po’, cosa avete deciso sul ruolo delle donne per far ripartire il Bel Paese, visto che avete deciso di far ricominciare le scuole a settembre? Possono tornare a lavorare solo le donne che i figli non li hanno fatti? Cosa è questa? Una punizione per chi si è assunta il compito di mettere al mondo anche nuovi cittadini Italiani in un Paese sempre più vecchio e a crescita zero?

È stato bello, anche se faticoso, per due mesi, averli sotto il mio sguardo vigile i miei figli. Mamma protettiva h24. “La sindrome della capanna” pare che la stiano chiamando i miei colleghi in Patria. Da cultrice del valore della libertà, è stato bello vederli nella nostra capanna casalinga vivere senza obblighi di orario sveglie, lezioni, compiti; liberi di andare in giardino da soli ormai cresciuti: hanno sette e cinque anni. Per un totale di 3 figli. Le bimbe sono arrivate insieme. Madre natura si è presa la libertà di duplicarsi, ed io ho accettato il compito di dividermi, per tre. Ognuno di loro è così diverso, che devo sempre fare attenzione a non proporre loro le stesse modalità relazionali, altrimenti perderebbero la loro preziosa individualità, perché sono sì fratelli della stessa capanna familiare, ma ognuno merita di essere trattato come individuo unico.

Psichiatria: morale o scienza?

Sono ben esperta degli errori e degli orrori della psichiatria, che spaccia norme morali per norme biologiche e che incasella le diversità categorizzandole come malattie, solo perché incapaci di comprenderle e valorizzarle le diversità. Comportamenti devianti, divergenti, che chiamano sintomi, dimenticandosi che la mente non è un organo e che se organo non è, malattie non può generare. Così come non si possono obbligare le menti all’omologazione di massa per garantirsi di non finire in T.S.O., come hanno fatto con quel libero pensatore, con tanta voglia di conoscenza, che con il megafono tentava di raccontarci della terapia al plasma. È sceso nell’agorà senza strumenti tecnologici, con una formula di comunicazione desueta che sarà apparsa così strana da meritare l’arrivo dei medici. Fatta con un video su You tube, non avrebbe sortito lo stesso effetto medicalizzante.  Un altro esempio: tempo fa ho letto sui giornali italiani di una donna che passeggiava in bicicletta, intralciata nel suo percorso da un auto parcheggiata sulla pista ciclabile, ha iniziato a tirare calci all’auto. Può capitare che la gente si innervosisca se non si vede protetta nei suoi diritti. È arrivata l’ambulanza che le ha fatto un T.S.O. In Austria sarebbe arrivato il carro attrezzi a portar via l’auto parcheggiata in modo incivile sulla pista ciclabile.

Vedete quanta morale c’è nelle scienze psichiatriche che nulla hanno a che fare con la normalità biologica e le malattie? In psichiatria si tratta sempre di normalità culturale ed omologazione al pensiero collettivo, non di malattie “del finto organo mente” a cui non è possibile fare una risonanza magnetica per verificare i parametri biologici di normalità. Che perdita di libertà del pensiero e di punti di vista diversi! Siamo costretti a vivere delle verità assolute, scelte da qualcun altro, che assolute non sono, ma solo relative a chi le proclama come verità uniche, in funzione dei suoi bisogni personali. Ed abbiamo anche una pseudoscienza che finge di promuovere salute mentale e censura la libertà di espressione e delle individualità, senza le quali non c’è innovazione e cambiamento e come Paese ci attende il decadimento.

Non è questo il mio compito di mamma? Di proteggerli dalla perdita delle loro individualità rispettando l’individualità altrui (principio che genera collettività), in un mondo che chiede che siano come tutti per non sentirsi folli o nessuno? Il confine tra diverso, nessuno, folle e sano di mente, pare sia saper essere sempre come gli altri, anche con un sistema di regole disfunzionali alla comunità. Quanto preziosa è invece la capacità di sentirsi diversi, possibili, innovativi: toglie di dosso la sensazione di aver lasciato che fossero gli altri a decidere per noi.  Diverso, così, diventa copia unica, possibile e non nessuno o sbagliato o antisociale.

La Scuola non è Internet.

Ho scelto di portarli a scuola come psicologa però e cittadina austriaca, perché mi sono accorta che erano sempre più piegati su loro stessi, nonostante lo sforzo di provare ad offrirgli qualcosa di diverso dal fascino che Youtube ha su di loro. Abbiamo dipinto pareti, cucito vestiti, cucinato, giocato, fatto i compiti, video chiamato nonni, zii, cugini, amici. Eppure tutto questo non è bastato.

L’ho visto ben chiaro: sempre più chiedevano tablet, cellulari, pc, anestetizzati da prodotti mediatici, nel ruolo di consumatori. Sempre più spettatori e non protagonisti e costruttori attivi delle loro vite. E questo non riuscivo più a sopportarlo: mi è stato chiaro che noi non gli bastavamo (io e il padre) per soddisfare la loro vivacità relazionale attraverso cui soddisfano il bisogno di conoscenza del mondo e di loro stessi. In questa povertà di ruoli e relazioni, diventavano sempre più consumatori di prodotti televisivi (scadenti per altro) e video giochi. Non è questo che intendo offrire ai miei figli, con la scusa di proteggerci dal virus.

Devo portarli a scuola affinché apprendano a stare nel mondo seguendo le regole sociali anti-contagio, contribuendo a costruire e rispettare a loro volta la società che li tutela durante la crescita nella loro complessità: figli, studenti, amici, nipoti, sportivi ecc. Non sono solo figli miei, sono anche cittadini austriaci e a stare nel mondo infettato dal virus, si apprende nei contesti sociali, non chiusi in casa con mamma e papà.

Così abbiamo imparato tutti le regole sociali: chi più e chi meno. Specifica necessaria questa mia, perché è chiaro che qualcuno pensa che il mondo gli appartenga in modo esclusivo e possa disporre del mondo come vuole.

Punto di vista pericoloso a partire dal quale si attuano comportamenti incivili, che non contemplano che il mondo è di tutti i suoi partecipanti, e che il rispetto collettivo delle regole sociali è l’unico strumento che abbiamo per garantire serenità a tutti. Eppure, sembra sempre più che il mondo appartenga a pochi eletti nominati da volontà divine che non contemplano la tutela della società prima dei propri vantaggi personali. Ci diciamo società del progresso, ed invece ci muoviamo ancora su principi medioevali (perdonate la citazione negativa per un’epoca che ha avuto anche molte illuminazioni).

L’insegnamento è una professione.

Abbiamo fatto anche i compiti insieme io e mio figlio. Seconda elementare, in tedesco. E io ho studiato in Italia, lavoro come psicoterapeuta per la comunità italiana, e il mio tedesco zoppica. Apro i libri con Francesco, sente che sono tesa, si innervosisce a sua volta. Mi è chiaro che è abituato ad apprendere con un metodo che non è quello che io gli sto proponendo. Insegno anche io, a dottoresse e dottori in psicologia specializzandi in psicoterapia interazionista, ed è tutta un’altra storia. Io non sono una maestra. Che è una professione per cui ci vuole una formazione specifica, anni di studio, preparazione, tirocini: gli stessi che ho fatto io, ma per un’altra professione. Decisamente non posso entrare a gamba tesa nel suo processo formativo cambiando modalità didattica. Non è un dottore in psicologia: è mio figlio e io la sua mamma, e questo vorrei continuare ad essere per lui.

E non sono neanche una sua amica: quando si arrampicherà sugli alberi, farò fatica a cogliere questo gesto eroico attraverso cui può scoprire che la paura si vince con il coraggio e gli intimerò di scendere perché il mio compito è quello di proteggerlo, con l’errore cognitivo di sovrastimare il pericolo.

Quando mi chiederanno merendine fuori orario, probabilmente dirò di sì, perché sono una mamma italiana, e spesso il nostro amore passa attraverso il cibo. Invece i bambini hanno bisogno dei “no”, di imparare le regole sociali per stare nel mondo, stando nel mondo, con il rigore che gli insegnanti possono avere. I miei “no” alcune volte sono traballanti, in ostaggio del mio amore per loro, che tutto vorrebbe concedergli come spesso accade quando si ama.

Fare figli: che lusso!

Sono una mamma di quasi 40 anni. Ci dicono i settantenni che cresciamo figli viziati. Dimenticano i settantenni di fare una valutazione socio economica di quando e come noi siamo genitori e di quando loro lo sono diventati.

Riusciamo a fare figli sulla soglia della menopausa, in una società e uno Stato che non offre nessun aiuto alla genitorialità e prima di concederci il lusso di fare figli, dobbiamo garantire a noi stessi un minimo di stabilità, che raggiungiamo in tarda età, insieme alla capacità di assumerci responsabilità. Ci chiamano eterni adolescenti e dimenticano che sono stati tanti di loro a rubarci il futuro da adulti, obbligandoci a dipendere fino ai trent’anni da mamma e papà, nel ruolo di figli, sotto lo sguardo protettivo dei nostri genitori ad oltranza.

Ecco svelato il mistero per cui i bambini moderni sembrano viziati: perché l’età adulta è il limbo del precariato, e la genitorialità non è più un diritto, ma ha assunto le sembianze di un lusso concesso a pochi, e quando arrivano questi figli, tutto concediamo loro perché li abbiamo attesi per anni procrastinando il loro arrivo. Ecco le argomentazioni tecniche che ci permettono di comprendere che la maternità non è un mero prodotto biologico, ma una costruzione socio culturale. Non si nasce papà o mamme, lo si diventa, anche senza partorire mai, un passo alla volta, negoziandolo con le possibilità che il contesto socioculturale ci offre.

Ma in Italia, siamo ancora libere di essere mamme? E quando lo diventiamo, siamo ancora libere di poter essere anche altro, oltre che mamme?

Non vi parlerò in dettaglio di tutti gli incentivi dello Stato austriaco alla genitorialità per cui la mia vicina ha scelto di avere 4 figli, è stata in maternità cinque anni di fila, e non ha perso il posto di lavoro. Non vi parlerò neanche in dettaglio degli asili privati, le cui rette le paga, parzialmente e abbondantemente, lo Stato, consapevole di non avere abbastanza asili comunali per tutti, nonostante dia anche un assegno mensile per ogni figlio indipendentemente dal reddito dei genitori. Non vi parlerò neanche in dettaglio dei servizi che la città di Vienna offre a tutela dei bambini e dei genitori. Sono andata in giro per mesi con un passeggino gemellare e un piccolo ciclista di 3 anni al mio fianco, ed ho sempre trovato un ascensore che mi permettesse di prendere una metro e di spostarmi con tutti e tre senza auto, da sola. Così come ci sono parchi, fasciatoi nei ristoranti e stanze per l’allattamento in tante strutture pubbliche, così non sei costretta a vivere segregata in casa. La chiamate depressione post-partum e le impasticcate di psicofarmaci queste mamme di nuova generazione. Le pensate malate e non vi chiedete in quali condizioni venga chiesto loro di fare le mamme, per cui tante volte è facile perdere l’equilibrio emotivo insieme al lavoro, solo perché ti sei concessa il lusso di riprodurti ed hai Saturno contro, anche solo per recarti in un parco.

Vi parlerò in dettaglio, invece, di una cosa personale. Non ho mai pensato di voler diventare mamma, tanto amo il mio lavoro. Mi era parso, educata da un sistema di pensiero tutto italiano, che essere mamma e professionista fossero ruoli che si escludessero. Fino a quando non ho conosciuto l’Austria, grazie al padre dei miei figli. In Austria non è insolito trovare genitori giovanissimi con due o tre figli. Conosco diverse famiglie con 4 figli.  Il nostro primogenito lo abbiamo voluto e desiderato, ed è arrivato prestissimo, le gemelle invece sono arrivate a sorpresa, altrettanto prestissimo. Vi risparmio le argomentazioni sui figli a sorpresa, ma non erano proprio in programma visto che siamo migranti e io non mi sono mai sentita solo un utero. Francesco, mio figlio, che ha il nome di mio padre per tradizione della terra del Sud Italia, che mi scorre con il sangue nelle vene, aveva poco più di un anno. E noi non avevamo nonni, zii, famiglia, vicini, amici ad aiutarci. Ma avevamo uno Stato capace di tutelare l’infanzia, le famiglie (nelle varie forme), le mamme professioniste con asili funzionanti, e ritrovarci con tre figli, senza aiuto familiare, non ci è sembrato impossibile. Difficile, ma praticabile. Noi ci siamo assunti la responsabilità di far crescere tre cittadini austriaci, e lo Stato si è assunto la responsabilità di proteggerci come genitori e lavoratori. In Italia, probabilmente, non avremmo avuto il coraggio di mettere al mondo 3 figli. Ce lo siamo detti diverse volte. Questi figli, quindi, non sono solo nostri, fanno parte di un mondo più grande ed abbiamo tutti il compito di proteggere l’infanzia. Io anche, nel mio ruolo di psicologa, per figli geneticamente diversi da me.

L’Italia e l’infanzia abbandonata.

In questo ruolo vi parlerò di quei figli a cui non è concesso lo sguardo protettivo di genitori accudenti. Ci sono situazioni familiari per cui le capanne sono tuguri e i bambini sono sottoposti a violenze: quei bambini hanno bisogno dei loro insegnati, dei loro amici, di apprendere regole relazionali anti-contagio e anti violenza, che alcune volte pensano di meritare. Per i bambini (ma anche per gli adulti) non istruiti , il mondo che hanno sottomano sembra essere l’unico possibile, immodificabile. Tra l’altro, in Italia, pare che ultimamente, in alcune città, non ci si possa fidare neanche dei servizi sociali a tutela dell’infanzia. Quei bambini hanno bisogno dei diritti all’infanzia e alla vita che in casa non vengono loro concessi. Riaprire le scuole a settembre, vuol dire sottrarre quei bambini ai contesti sociali nei quali possono riscattarsi dalla sfiga di essere nati dalle persone sbagliate, imparando a raccontarlo per salvarsi la pelle. Un’altra volta, passando per altre strade del pensiero, emerge che la genitorialità non ha niente a che vedere con le abilità riproduttive.

Ho iniziato a scrivere questo articolo con l’intento di parlare delle competenze multiple delle donne, necessarie per far ripartire il paese. Se si tratta di emergenza, è evidente che abbiamo bisogno anche di donne con figli a carico, nei loro ruoli professionali, perché hanno già imparato bene dalla vita a gestire le emergenze e a collaborare, tra lavoro, figli, case da pulire, genitori da accudire. Finalmente i papà a casa hanno visto e iniziato a capire cosa vuol dire gestire complessità e moltitudine in uno stato perenne di emergenza. Anche senza figli tante sono campionesse di gestione dell’emergenza e della complessità, se hanno scelto di esistere non solo come principesse deresponsabilizzate dalle fatiche della vita, dando in delega la propria vita e libertà al principe padrone.  Non è il caso di approfondire dal punto di vista scientifico quel luogo comune per cui gli uomini non sono capaci di chiedere aiuto se si perdono, e non riescono a fare due cose insieme contemporaneamente. Abilità necessarie per gestire l’emergenza e che le donne hanno sempre dimostrato di avere.

Passando per queste strade ci siamo accorti che non si tratta solo di proteggere le donne dalla perdita di identità professionale. Come esperte di emergenza, riusciremo anche ad uscire dalle case in cui ci avete segregate fino a settembre, sperando di dare le nostre identità professionali agli uomini usciti già prima del virus dal mercato del lavoro. Cittadini di serie A e cittadine di serie B. Che strategia bieca, ma ce ne siamo accorte, e della sindrome della capanna ci libereremo presto, assumendoci le nostre responsabilità di cittadine italiane.

Prima la sanità, la cultura o le poltrone politiche?

L’emergenza, prima che sanitaria è culturale, perché se non siete riusciti a far rispettare le regole anti-contagio, in Italia è la cultura che manca, la formazione alla collettività. La Scuola è cultura, e senza cultura la libertà muore, e con essa la capacità di assumersi le proprie responsabilità rispettando il prossimo. A scuola si apprende la capacità di seguire regole sociali di cooperazione, soprattutto quando si tratta di riformulare le condotte interpersonali che abbassano il rischio contagio, di comprendere la differenza tra diritti e doveri, di saper stare insieme anche quando è richiesta una distanza fisica per sopravvivere. Che compito tanto gravoso, quanto prezioso, quello degli insegnanti, che tenete sulla soglia della povertà e del precariato.

Insegnanti che al giorno d’oggi devono competere con le proposte formative di due adolescenti su Youtube che si lanciano sfide e che si chiamano “me contro te” o con pseudo musicisti che inneggiano alla violenza sulle donne e cantano a San Remo. Che brutta aria che tira nel Bel Paese.

Riaprire le scuole a settembre vorrà dire ritrovarsi tra i banchi studenti lobotomizzati che non hanno strumenti per comprendere che la società civile non è quella che stiamo offrendo loro e la crisi non c’entra niente con il virus, perché uno Stato che non sa proteggere la sua infanzia assicurandole cultura e possibilità esistenziali, è uno stato destinato a distruggersi di morte molto più cruenta di una crisi socio igienica. I bambini non socialmente educati di oggi, sono gli adulti di domani.

Da Vienna è tutto per il momento, con il grande dolore di dover far crescere i miei figli lontani dal nostro Bel Paese, per offrire loro più di quello che l’Italia mette a disposizione in questo momento, che non è l’assegno mensile, ma il valore per cui il lavoro di mamma è importante quanto quello di papà, senza retrocessioni culturali e civili e che libertà è sapersi assumere le proprie responsabilità, rispettando le regole di una convivenza civile.

Di Maria Quarato, autrice del libro

Allucinazioni: sintomi o capacità? Racconti di errori diagnostici, soluzioni, ribellione e libertà

Illustrazioni di Chiara Aime

L’ articolo segue gli articoli ” Induzione alla psicosi da virus” e  “La “cinquantena” dello Stato sordo alle necessità dei cittadini. Fase 2. L’ascolto!”

Per approfondimenti tecnico scientifici si possono consultare le pagine www.scuolainterazionista.it e il centro ricerca www.ediveria.com

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