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IMPORTANTE: Questo articolo ha unicamente finalità informative e non è una esortazione alla sospensione degli psicofarmaci.
“Gli psicofarmaci possono causare reazioni di astinenza, talvolta includendo reazioni emotive che minacciano la vita e problemi di astinenza fisici. In breve non è solo pericoloso cominciare ad assumere psicofarmaci, ma è anche pericoloso sospenderli.
La sospensione degli psicofarmaci dovrebbe essere eseguita sotto una attenta e collaudata supervisione clinica”. (cit. Peter Breggin)

Quando la cura diventa il problema: La storia di Katinka Blackford Newman
Il contesto: la promessa degli SSRI “di nuova generazione”
Negli ultimi vent’anni gli antidepressivi SSRI di “nuova generazione” — molecole come escitalopram, sertralina, paroxetina (Cipralex o Entact, Zoloft, Sereupin o Seroxat o Eutimil) — sono stati presentati come farmaci sicuri, ben tollerati, adatti a un’ampia gamma di situazioni: dallo stress all’insonnia, dalle difficoltà emotive ai disturbi dell’umore più complessi. Questa narrazione ha creato un clima di fiducia automatica, in cui la prescrizione è diventata un gesto quasi meccanico, spesso privo di una reale valutazione del rischio.
Eppure, la letteratura scientifica documenta da decenni che questi farmaci possono provocare reazioni avverse gravi: insonnia totale, agitazione estrema, acatisia, impulsività, ideazione suicidaria, fino a episodi psicotici acuti (1,2,3). Non si tratta di eventi “eccezionali”, ma di reazioni che emergono con maggiore frequenza proprio nelle prime settimane di trattamento, quando il paziente è più vulnerabile e meno monitorato, oppure al momento della sospensione, soprattutto se il processo non avviene in modo sufficientemente lento e sicuro (3,4,5,6).
Il problema, tuttavia, non è solo farmacologico: è culturale. La psichiatria contemporanea fatica a riconoscere che un farmaco possa generare ciò che dovrebbe prevenire, e così gli effetti avversi vengono scambiati per sintomi della malattia, innescando un circolo vizioso di diagnosi errate e trattamenti sempre più intensivi (6,7,8,9). È dentro questo contesto che si colloca la storia di Katinka Blackford Newman.
Una pillola per “stare meglio”
Ci sono storie che non nascono da una malattia, ma da una cura. Storie che mostrano quanto sia fragile il confine tra ciò che chiamiamo “disturbo mentale” e ciò che, in realtà, è una reazione avversa non riconosciuta. La vicenda di Katinka è una di queste: una donna senza diagnosi psichiatrica, con un periodo di stress come tanti, che dopo l’assunzione di un antidepressivo precipita in un episodio psicotico così grave da essere scambiato per una malattia mentale. Il suo libro, The Pill That Steals Lives (Le pillole che rubano vite) (10), è la testimonianza di come una pillola prescritta per “stare meglio” possa, in una minoranza di casi, stravolgere la percezione, l’identità e la capacità di giudizio.
L’incrinatura che nessuno vede
All’inizio c’è solo la vita di una donna che cerca di tenere insieme le cose. Insonnia, tensione emotiva, preoccupazioni familiari: nulla che faccia pensare a una depressione grave, né tantomeno a una psicosi. Quando il medico le prescrive escitalopram (Cipralex o Entact), uno degli SSRI più diffusi e considerati “ben tollerati”, Katinka non immagina che quel gesto di routine possa aprire una porta che non riuscirà più a chiudere.
Nei giorni successivi, qualcosa dentro di lei comincia a cambiare. Non è un crollo improvviso, ma una vibrazione sottile che attraversa la mente e il corpo. Il sonno si assottiglia fino a scomparire. Le notti diventano un territorio ostile, un luogo in cui la mente corre senza direzione, come se qualcuno avesse tolto il freno ai pensieri. L’ansia non è più un’emozione: è una corrente elettrica che attraversa il torace e non si spegne mai. Ogni rumore è un allarme, ogni pensiero un presagio. La realtà comincia a perdere consistenza, come se fosse fatta di un materiale più fragile.
Il mattino dell’incubo
Poi arriva quella mattina.
Katinka apre gli occhi e capisce subito che qualcosa è irrimediabilmente cambiato. La stanza sembra inclinarsi, la luce è più dura, i rumori arrivano distorti. Ogni pensiero si amplifica, si deforma, prende vita propria. È come se una presenza estranea si fosse infilata nella sua mente, guidando le emozioni, cancellando la linea che separa ciò che è reale da ciò che non lo è.
In quel caos, un’idea devastante prende forma: la certezza assoluta di aver ucciso i suoi figli. Non c’è alcun ricordo, nessuna immagine, nessun evento. Eppure la convinzione è totale, schiacciante, come se un ricordo falso si fosse impiantato con la forza di un trauma. La casa diventa un luogo di prove nascoste. Ogni oggetto è un indizio. Ogni silenzio, una conferma. È intrappolata in un incubo perfettamente credibile, un mondo che non esiste ma che la sua mente, alterata dal farmaco, le impone come verità.
Quando la psicosi viene scambiata per malattia
A questo punto, il sistema clinico compie il passo decisivo: interpreta la psicosi come un sintomo della malattia, non come un effetto della cura. La psicosi viene letta come “depressione grave”, la confusione come “scompenso”, l’angoscia come “manifestazione del disturbo”.
E così la cura diventa più intensa: dosi aumentate, nuovi farmaci aggiunti, un ricovero, diagnosi pesanti che si incollano alla pelle.
Katinka racconta di non riconoscersi più, di non capire cosa stia accadendo, di non riuscire a fidarsi dei propri pensieri. È la condizione che molti autori chiamano medication spellbinding: quando il farmaco altera proprio la capacità di percepire che il farmaco è il problema (11).
La sospensione e il ritorno alla lucidità
Il punto di svolta arriva quasi per caso. Un medico decide di sospendere gli psicofarmaci. E ciò che accade dopo è così rapido da sembrare impossibile: la lucidità ritorna, la confusione si dissolve, la psicosi svanisce. La “malattia mentale” che aveva giustificato mesi di trattamenti intensivi scompare insieme ai farmaci che l’avevano provocata.
Ricostruire ciò che la cura ha distrutto
La storia di Katinka non è solo la cronaca di un errore clinico. È la dimostrazione di quanto possa essere pericoloso un modello che interpreta ogni sofferenza come segno di una malattia interna, ignorando il contesto, le reazioni avverse, la possibilità che la cura stessa possa generare danno. È la storia di una donna che ha perso il lavoro, le relazioni, la fiducia nel sistema medico, e che ha dovuto ricostruire la propria identità dopo un anno di psicosi indotta.
Un monito per la psichiatria contemporanea
La vicenda di Katinka Blackford Newman è un richiamo alla complessità. Mostra quanto sia urgente ripensare le pratiche cliniche, interrogare gli automatismi diagnostici, riconoscere gli effetti avversi invece di trasformarli in diagnosi. È un invito a guardare con più attenzione, più prudenza, più umiltà. Perché, a volte, la pillola che dovrebbe restituire la vita può finire per rubarla.
Bibliografia
(1) David Healy, Let Them Eat Prozac: The Unhealthy Relationship Between the Pharmaceutical Industry and Depression, New York University Press, 2004.
(2) David Healy, Pharmageddon, University of California Press, 2012.
(3) Peter Breggin, Medication Madness: The Role of Psychiatric Drugs in Cases of Violence, Suicide, and Crime, St. Martin’s Press, 2008.
(4) Mark Horowitz & David Taylor, “Tapering of SSRI treatment to mitigate withdrawal symptoms”, The Lancet Psychiatry, 2019.
(5) Mark Horowitz & Joanna Moncrieff, A Straight Talking Introduction to Psychiatric Drugs, PCCS Books, 2022.
(6) Maviglia, Marcello; Guerra, Laura; Gandolfi, Miriam. Sospendere gli psicofarmaci: come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace. Milano: La Fabbrica dei Segni Editore, 2024.
(7) M. Teicher et al., “Emergence of intense suicidal preoccupation during fluoxetine treatment”, American Journal of Psychiatry, 1990.
(8) A. Fergusson et al., “Association between suicide attempts and selective serotonin reuptake inhibitors: systematic review of randomized controlled trials”, BMJ, 2005.
(9) T. Moore et al., “Prescription Drugs Associated with Reports of Violence Towards Others”, PLoS One, 2010.
(10) Katinka Blackford Newman, The Pill That Steals Lives: One Woman’s Terrifying Journey to Discover the Truth About Antidepressants, John Blake Publishing, 2016.
(11) Breggin, Peter R. Medication Madness: The Role of Psychiatric Drugs in Cases of Violence, Suicide, and Crime. New York: St. Martin’s Press, 2008.


