Il linguaggio istituzionale della coercizione: la morte prevenibile di Abderrahim Fakir

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Marcello Maviglia

Il linguaggio istituzionale della coercizione: la morte prevenibile di Abderrahim Fakir

Questo articolo, originariamente pubblicato in inglese, accessibile tramite il link già riportato e modificato con l’introduzione di ulteriori commenti e considerazioni per i lettori di MAD in Italy, approfondisce le dinamiche istituzionali e culturali che hanno contribuito alla morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna il 19 luglio 2026.

Link: Journal of Psychology & Clinical Psychiatry – JPCPY – MedCrave online

La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna il 19 luglio 2026, evidenzia profonde criticità nel modo in cui il sistema di salute mentale interpreta e gestisce il disturbo psicologico, soprattutto nelle fasi acute. Fakir, uomo marocchino di 43 anni, marito e padre, viveva in condizioni di precarietà economica e sociale, con vulnerabilità mediche documentate ed episodi di sofferenza psicologica che non avevano ricevuto un adeguato follow‑up clinico. La dinamica del suo decesso suggerisce la necessità di riflettere su come la crisi psicologica venga riconosciuta, valutata e affrontata nei contesti di emergenza.

Il video pubblico dei suoi ultimi minuti — oggi parte integrante della ricostruzione forense — mostra Fakir immobilizzato in posizione prona, con il torace schiacciato contro l’asfalto, mentre ripete «Basta, aiuto» con voce sempre più flebile. Gli agenti lo trattengono; i paramedici osservano senza intervenire. Nessuno lo gira su un fianco, nessuno controlla le vie aeree, nessuno monitora la respirazione. L’autopsia confermerà: asfissia posizionale, compressione toracica, scompenso cardiaco acuto.

Sebbene nel caso di Fakir non sia stata utilizzata sedazione farmacologica, la sua morte si colloca pienamente nel paesaggio coercitivo che caratterizza la psichiatria italiana contemporanea. Come mostrano i dati epidemiologici, gli stranieri sono sovrarappresentati negli episodi di contenzione fisica, nelle sedazioni d’emergenza e negli interventi psichiatrici mediati dalla polizia. In questo contesto, il disagio psicologico non è oggetto di interpretazione: è oggetto di gestione, spesso tramite contenzione.

Negli ultimi decenni, la psichiatria italiana ha progressivamente abbandonato la visione relazionale basagliana, scivolando verso un paradigma biomedico che utilizza farmaci e contenzione come strumenti di regolazione del comportamento. La diagnosi ha sostituito la comprensione contestuale. La crisi psicologica è stata ridotta a crisi “psichiatrica”, perdendo le sue dimensioni sociali e culturali. La morte di Fakir dimostra quanto la logica custodiale sia radicata: anche in assenza di sedazione, la contenzione fisica è diventata il linguaggio istituzionale attraverso cui il sistema risponde alla sofferenza. Come documentato nel materiale forense del caso, «la combinazione di posizione prona, compressione toracica, aumento della temperatura corporea e agitazione intensa crea uno scenario ad alto rischio», una descrizione che coincide esattamente con le condizioni in cui Fakir fu trattenuto.

La sua morte è il risultato di un sistema che ha perso la capacità di leggere la crisi come espressione di un contesto psicosociale precario

Parallelamente, l’orientamento sempre più biomedico dei servizi ha ridotto la crisi psicologica a un problema da gestire con protocolli farmacologici e interventi standardizzati. I farmaci psicotropi vengono spesso utilizzati con finalità di stabilizzazione immediata, in contesti in cui non è disponibile — o non è stato possibile garantire — un percorso clinico appropriato. Le evidenze disponibili mostrano inoltre che le soglie di intervento coercitivo risultano più basse nei confronti di persone migranti e appartenenti a minoranze, il che indica la presenza di bias etnici nei processi decisionali. A ciò si aggiunge la carenza di dispositivi relazionali — come specialisti con esperienza diretta, équipe di crisi multidisciplinari e approcci basati sulla comprensione degli effetti del trauma, che potrebbero offrire una lettura contestuale del distress e prevenire l’escalation verso misure di contenimento.

La narrazione che segue ricostruisce la sequenza della contenzione fisica che ha portato alla morte di Fakir e la colloca nel paesaggio istituzionale della psichiatria italiana contemporanea. Cerca di dimostrare perché la contenzione sia divenuta un linguaggio istituzionale, come operi lungo un continuum normalizzato e come l’attuale assetto dei servizi non riesca a rispondere alla sofferenza senza generare ulteriore danno.

Ricostruzione di una morte prevenibile — Le ultime ore di Abderrahim Fakir

Le ultime ore di Abderrahim Fakir possono essere ricostruite con precisione grazie alle chiamate di emergenza, alle testimonianze e al video che documenta la fase finale dell’intervento. Le segnalazioni descrivono un uomo in grave agitazione vicino a un incrocio centrale di Bologna: disorientato, incapace di elaborare gli stimoli, in evidente stato di sofferenza psicofisiologica. Non vi sono comportamenti aggressivi né tentativi di colpire o minacciare. È una crisi acuta che richiederebbe un intervento relazionale, una lettura contestuale, un approccio capace di ridurre l’attivazione fisiologica e di ristabilire un minimo di orientamento.

Fakir appare spaventato, confuso, in cerca di aiuto. I movimenti sono irregolari, la respirazione affannosa, la postura instabile. È un quadro compatibile con una crisi psicofisiologica severa: una combinazione di panico, disorientamento e marcata attivazione neurovegetativa. In un sistema dotato di infrastrutture adeguate, questo tipo di crisi verrebbe gestito da professionisti formati nella riduzione dell’escalation, nella lettura degli effetti del trauma e negli interventi specifici per le situazioni di crisi. In Italia, invece, la polizia arriva per prima.

L’intervento non include alcuna valutazione clinica. Non viene avviata alcuna modalità di interazione volta a comprendere il disorientamento di Fakir o a ridurre il suo stress emotivo. Non è presente un professionista con competenze specifiche nella gestione delle crisi; non vi è una figura con esperienza diretta; non vi è un’équipe preparata a interpretare la sofferenza psicologica nel suo contesto. La risposta operativa assume fin da subito una logica custodiale: contenere, immobilizzare, controllare.

La sequenza della contenzione è chiara. Fakir viene spinto a terra, in posizione prona, con il torace premuto contro l’asfalto. Due agenti si posizionano sulla schiena e sui fianchi, bloccando l’espansione toracica. Le braccia vengono immobilizzate dietro la schiena. Un individuo trattiene le caviglie. I sanitari presenti osservano senza intervenire: nessuno apre le vie aeree, nessuno monitora la respirazione, nessuno riconosce la transizione critica dall’agitazione al collasso ventilatorio.

Fakir ripete «Basta, aiuto». La voce si indebolisce progressivamente. I movimenti rallentano. La ventilazione si compromette. La sequenza fisiologica è ben documentata in letteratura: la posizione prona impedisce l’espansione toracica; la compressione del torace riduce la ventilazione; l’agitazione intensa aumenta la temperatura corporea e il consumo di ossigeno; lo stress catecolaminico precipita aritmie e collasso cardiaco. È una dinamica nota, descritta in numerosi casi di morte in contenzione fisica.

L’autopsia confermerà quanto il video mostra già: asfissia posizionale, compressione toracica, scompenso cardiaco acuto.

Una morte prevenibile e i fallimenti sistemici che l’hanno resa possibile

Le morti in custodia legate alla contenzione fisica, alla compressione toracica o alla sedazione impropria sono documentate in diversi contesti italiani. Non si tratta di episodi isolati, ma di eventi che emergono quando la crisi psicologica viene interpretata come una minaccia e gestita con strumenti di forza. Questa dinamica attraversa i reparti psichiatrici, il pronto soccorso, gli interventi su strada, gli istituti penitenziari e i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), strutture destinate alla detenzione amministrativa dei migranti in attesa di rimpatrio. In tutti questi contesti, l’assenza di competenze specifiche nella gestione delle crisi e la prevalenza di risposte custodiali aumentano il rischio di esiti gravi.

Il caso di Fakir presenta analogie evidenti anche con quello di George Floyd, ucciso a Minneapolis nel 2020. In entrambi i casi, il disagio viene interpretato come pericolosità; la posizione prona viene mantenuta nonostante la compromissione respiratoria; la compressione toracica diventa il fattore fatale; la voce che chiede aiuto si spegne mentre gli operatori continuano a esercitare forza. La fisiologia è la stessa: ipossia, acidosi, collasso cardiaco. La cornice istituzionale è simile: un sistema che risponde alla vulnerabilità con la coercizione.

È importante riconoscere che la coercizione non deriva soltanto dalla scarsità di risorse, ma anche da un modello interpretativo che tende a leggere la vulnerabilità come potenziale rischio. In questo quadro, gli interventi farmacologici finiscono per essere utilizzati soprattutto per stabilizzare rapidamente la situazione; la sedazione sostituisce un percorso di cura continuativo, la diagnosi prende il posto della comprensione contestuale e la contenzione diventa la risposta operativa alla crisi. In tali condizioni, la sofferenza non viene interpretata: viene gestita attraverso procedure di controllo.

Il bisogno di una riforma strutturale

La trasformazione necessaria riguarda proprio le fondamenta concettuali, culturali e relazionali della psichiatria italiana. Il sistema deve ricostruire infrastrutture in grado di interpretare il disagio nel suo contesto sociale e culturale e di rispondere alle crisi senza ricorrere automaticamente a misure coercitive. Ciò implica un cambiamento negli interventi psicologici, soprattutto nei momenti di massima vulnerabilità.

Una riforma efficace deve ricentrare la cura psicosociale, integrare stabilmente i peer support specialists, sviluppare équipe di crisi multidisciplinari e adottare protocolli che rispondano alle esigenze dell’individuo in crisi. La figura dei peer support specialist—già operativa in diversi sistemi internazionali— svolge un ruolo decisivo nel riconoscere precocemente i segnali di escalation, nel modulare l’intervento e nel prevenire l’uso della forza. Il coinvolgimento dei peer non è accessorio: è parte di un modello che considera la crisi un’esperienza da interpretare, non da neutralizzare.

Parallelamente, è necessario un training specifico per le forze dell’ordine, incentrato sulla gestione delle crisi psicologiche, sulla valutazione dei rischi nelle contenzioni fisiche, sulla de-escalation e sulla lettura culturale del comportamento. In assenza di queste competenze, la risposta operativa tende a riprodurre schemi custodiali che aumentano il rischio di esiti gravi. L’esperienza internazionale dimostra che interventi congiunti — polizia formata, operatori sanitari competenti, peer specialist presenti sul posto — riducono significativamente l’uso della forza e migliorano gli esiti clinici.

Inoltre, la farmacologia deve tornare a essere uno strumento terapeutico, utilizzato con il massimo rigore e parsimonia e non come un dispositivo di controllo. Le pratiche coercitive devono essere ristrutturate, limitate e monitorate secondo criteri chiari, con una documentazione sistematica delle alternative tentate a livello relazionale.

Conclusione — Un sistema che deve reimparare a comprendere il distress

La morte di Abderrahim Fakir mette in evidenza una crisi etica e strutturale profonda nel sistema di salute mentale italiano. Le sue ultime ore mostrano come la sofferenza venga interpretata attraverso schemi operativi che non tengono conto del contesto relazionale e della condizione di vulnerabilità, e come la risposta istituzionale privilegi misure di forza rispetto a interventi clinici adeguati. La sedazione sostituisce la cura. La contenzione sostituisce la gestione della crisi. Il bias etnico distorce ulteriormente la lettura delle situazioni di acuta sofferenza.

Questa dinamica non è inevitabile. Modelli internazionali dimostrano che la risposta alle crisi può essere ricostruita attorno a relazionalità, competenza culturale e interventi non coercitivi. Sistemi che integrano peer specialist, team di crisi, protocolli adeguati e formazione specifica per le forze dell’ordine mostrano riduzioni significative dell’uso della forza e miglioramenti negli esiti clinici.

Tutti coloro che operano in professioni e ruoli che li mettono in contatto con persone in sofferenza psichica dovrebbero reimparare a comprenderla: riconoscerla, interpretarla e assisterla. La morte di Fakir indica chiaramente che questa trasformazione è necessaria.

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