Come sono arrivata alla psichiatria – Seconda parte

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Chiara Biraghi
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Questo articolo di Chiara Biraghi è la seconda parte del racconto personale Come sono arrivata alla psichiatria in cui descriveva come per un banale disturbo è stata inglobata nel sistema psichiatrico fino ad arrivare, nel corso del tempo, ad assumere 10 diversi psicofarmaci.

Nel presente articolo Chiara descrive come sia riuscita a sospendere gli psicofarmaci, attraversando le difficoltà del processo che andavano da un’iniziale apparente stato di benessere a terrificanti sintomi di astinenza di diverso grado e intensità. Il tutto, come lei racconta, nella totale mancanza di comprensione e di supporto di medici e psichiatri, non formati per riconoscere e gestire il processo di sospensione degli psicofarmaci in sicurezza i quali, anziché offrire soluzioni valide, si sono lanciati in consigli astrusi e inutili, quando non apertamente nocivi (NDR)

ATTENZIONE: la sospensione degli psicofarmaci deve essere fatta sotto il controllo medico esperto, in modo lento e graduale e con una buona psicoterapia per affrontare i problemi che ne avevano fatto intraprendere l’uso (NDR)

Come sono arrivata alla psichiatria – Seconda parte

Stavo molto male e l’uomo che stavo frequentando mi disse di non far sapere nulla al dottore della mia decisione, di annullare tutti gli appuntamenti e di non andare più agli incontri settimanali, senza troppe spiegazioni.

Che lui aveva fiducia in me, che non ero né pazza né squilibrata e che ce la potevo fare da sola. Così feci: era il febbraio del 2016.

Nel frattempo, avevo smesso di fumare con successo e mi sentivo stanca ma, grazie a questo achievement delle sigarette, la mia autostima era decisamente migliorata. Riacquistavo peso grazie alla dismissione del fumo ed ero sicura che da lì in poi le cose sarebbero solo migliorate.

Iniziai a sentirmi meno aggressiva e a comprendere che l’aggressività era data dal miscuglio di farmaci e mi documentai per avere conferma.

Il primo mese di scalaggio dei farmaci ero piena di entusiasmo, non stavo assolutamente bene, ma avevo la grinta di chi comincia un progetto ambizioso.

Nel mese di marzo purtroppo successe tutto ciò che non potevo aspettarmi e di cui nessuno mi aveva avvisato.

L’insonnia diventò improvvisamente insostenibile, come anche la possibilità di rilassarsi. Non so descrivere, non ci sono parole per definire quello stato di allerta muscolare, cerebrale ed emozionale che ti prende quando sospendi una sostanza psicoattiva, fatto sta che non me lo aspettavo: mi colse di sorpresa perché, è vero che non ero mai stata capace di rilassarmi, nemmeno con quelle pastiglie e gocce, ma dovevo essere comunque così sedata che ora la reazione del corpo e del sistema nervoso era quella di un cavallo imbizzarrito.

Non dormivo nemmeno un’ora e, nonostante andassi a letto presto per consentire al corpo di riposarsi il più possibile, mi accorgevo che non ero appoggiata al materasso, ma ero un fascio di nervi teso e contratto, un pezzo di legno che non aderiva minimamente al letto e avevo dei dolori tremendi.

Ricordo che cercai di parlarne, a chiunque, e chiunque mi rispondeva: “Rilassati”.

A volte mi sembrava di essere in preda ad attacchi epilettici, spesso avevo dolore alle mani e, se per caso impugnavo una penna per scrivere e poi la posavo, la mia mano rimaneva in quella posizione anche per venti, trenta minuti.

Ero atterrita da tutto questo e, soprattutto, sola.

Quando l’insonnia si fece insostenibile, aumentarono i fastidi agli occhi, la fotofobia, il mal di testa, le contrazioni delle palpebre e la rigidità facciale: non riuscivo più a sorridere.

Si avvicinava la primavera e le giornate di sole per me erano un calvario e non potevo scegliere di chiudermi in casa (dove peraltro non trovavo pace comunque) perché avevo due figli da portare a scuola, allo sport, al divertimento, alle feste, al parco giochi, diritto sacrosanto di ogni bambino.

Mi rivolsi alla farmacia di fiducia, che mi invitò a non sospendere almeno il sonnifero perché, nonostante l’insonnia, era meglio non togliere tutto anche se non faceva più alcun effetto, se mai lo avesse fatto.

Mi rivolsi al medico di base che, trovandomi in quello stato, mi fece un’impegnativa; quando me la porse, ricordo di avere sperato ci fosse scritta la soluzione, l’idea vincente, il colpo di genio; quando lessi – si richiede visita psichiatrica – mi crollò il mondo addosso.

Gli chiesi perché mi proponesse tutto ciò che non volevo, tutto il contrario di quello che chiedevo e lui mi disse che ero messa troppo male per non richiedere un controllo, da un’altra parte. Uscii e mi sentii tradita anche da lui.

Nonostante tutto chiamai il centralino della Asl per fissare un appuntamento, ma i centralini erano occupati e questo mi indusse a strappare l’impegnativa; tante volte anche il caso, che forse non è affatto un caso, ci aiuta a prendere delle decisioni: è l’universo che si sta prendendo cura di noi, anche se non ce ne accorgiamo.

Sono i segnali a cui aggrapparsi quando ci si sente senza speranza.

Chiamai di lì a pochi giorni una decina di specialisti, dal medico olistico all’otorino, all’endocrinologo, al ginecologo; aumentavo nuovamente di peso senza motivo, avevo il ciclo mestruale da oltre un mese, avevo dolori alle orecchie, mi sentivo senza forze e senza punti di riferimento.

Quando mi confidavo con l’uomo che frequentavo, il tutto regolarmente via chat e non al telefono, mi rispondeva “Rilassati “o “Vai in farmacia” o “Smetti di pensare a quei farmaci e vivi”.

Non capivo che anche quello era un abuso e mestamente tornavo a cercare una soluzione, da sola.

Non so dire che cosa mi abbia più aiutato ma sono sicura siano tante cose e persone, ma insospettabili, ovvero non quelle della mia cerchia.

Mi iscrissi a diversi gruppi Facebook a sostegno della dismissione di psicofarmaci e iniziai a studiare, anche se le mie letture non duravano più di dieci minuti per il dolore agli occhi, il mal di testa e la paura di leggere ciò che c’era scritto.

Nel frattempo, ad aprile, iniziarono delle crisi inaspettate di pianto: piangevo sempre, improvvisamente e senza motivo, sembrava quasi una reazione isterica del corpo; i miei bambini mi vedevano, si sentivano in colpa, pensavano succedesse a causa loro.

Insieme al pianto arrivarono attacchi d’ansia violenti, uno dei quali mi spaventò al punto che chiesi aiuto al mio amico Alessandro che, con pazienza infinita e un’abilità da manuale, mi tenne occupata al telefono a parlare d’altro mentre io gli dicevo:” Sto morendo, aiutami, ho paura di morire e ho i bambini in casa”.

Ricordo che mi chiese come ero vestita e ci soffermammo a parlare dei miei stivali; cercava di indirizzare la mia mente su cose concrete e di non lasciarmi esondare.

Mentre gli raccontavo tutto questo, i miei bambini mi coprivano di coperte e cappotti perché sentivo freddo, il freddo della morte dell’anima.

In quel periodo dissi all’uomo che frequentavo che mi sentivo sola nell’affrontare queste difficoltà: mi rispose per l’ennesima volta di andare in farmacia a chiedere aiuto.

Fu un altro duro colpo che mi fece allontanare da lui: avevo bisogno di sostegno e accoglienza e non di una farmacia, ma sembrava impossibile farmi capire, o meglio, capii molto tempo dopo che, se si arriva a questo, forse è anche perché ci siamo circondati di persone che non hanno la nostra stessa visione del mondo e bisogna avere il coraggio di allontanarsi da esse.

Da aprile a giugno le cose peggiorarono: all’insonnia e ai pianti si unirono le crisi di ansia, gli attacchi di fame e il bisogno di bere compulsivamente qualsiasi cosa.

Sembrava che il corpo e l’anima necessitassero di compensare quello che era stato tolto.

Mi rivolsi a uno psicoterapeuta raccontandogli la mia storia: fu un incontro molto rassicurante perché in un’ora toccammo tutti i miei punti deboli e, per quanto fosse difficile, sapevo che ci aveva preso e dunque che ero in buone mani.

Mi affidò a una delle persone della sua equipe dal momento che lui faceva solo terapie di gruppo, in quel momento per me impossibili da frequentare come orario.

Conobbi la dottoressa dell’equipe un lunedì mattina e piansi subito, al primo incontro, nel raccontare la mia storia; pensavo fosse un buon inizio, che significasse aver trovato subito un feeling, di essere al sicuro perché quei farmaci non me li avrebbero più dati e invece, alla fine del colloquio, mi informò che voleva che io incontrassi per sicurezza la sua collega psichiatra.

Mi disse anche che ero ossessionata dal mio peso e si inventò un disturbo alimentare. Le esposi le mie reticenze ma collaborai: raccontai nuovamente la mia storia farmacologica alla psichiatra, la quale si disse d’accordo sul fatto che tutta quella roba era troppa, che si trattava di un mix assolutamente inadatto, mise in dubbio la professionalità del collega dicendo che un medico fa lo psichiatra o fa lo psicoterapeuta (cosa che fece scattare in me la riflessione sul conflitto fra le due categorie professionali, cosa alla quale non avevo mai pensato!).

Aggiunse infine che era d’accordo su un ‘wash out’ totale, ma che il sistema con cui avevo smesso era troppo veloce ed era una “strategia criminale” e che avevo rischiato attacchi epilettici molto pericolosi.

Mi chiese se fossi mai svenuta e la informai che svenivo quasi tutti i giorni davanti ai miei figli che mi soccorrevano con enorme spavento.

Mi vergognavo a dire queste cose ma era così che stava andando la mia vita.

Mi disse che dovevo dormire e alleviare questo disturbo umorale; le chiesi a quale disturbo alludesse e lei mi rispose: “Oggi la trovo in forma, però la mia collega ha detto che ieri ha pianto senza controllo, quindi io ipotizzo perlomeno una ciclotimia”.

Nonostante fossi allo stremo delle forze le risposi che siamo tutti ciclotimici, ma non per questo prendiamo farmaci. Ma accettai la ricetta, più che altro perché volevo dormire.

Mi prescrisse il Seroquel.

Quando vidi quel nome le dissi che lo avevo già preso anni prima ed ero svenuta con un dosaggio molto più basso e lei mi rispose che lo avrei preso prima di andare a letto e dunque, essendo già coricata, il rischio era nullo, che al massimo mi sarei addormentata con lo svenimento. Rimasi scioccata da questa frase.

Alla sera informai il mio “fidanzato” che non ebbe grossi commenti da fare e, sentendomi sola e impaurita, chiesi alla mamma di un compagno di scuola di uno dei miei figli di annotare il nome del farmaco e verificare la mattina seguente se fossi sveglia e se fossi viva.

Il mattino seguente ero viva e non avevo dormito ma prendere quella medicina mi aveva fatto sentire malissimo, vedevo la stanza ondeggiare, mi sentivo svenire nel letto.

Informai il mio medico di base che mi disse che il dosaggio era comunque basso, la psichiatra disse la stessa cosa e aumentò fino a raddoppiare la dose.

Ricordo che partimmo da 50 mg e, di 25 in 25, arrivammo fino a 200, perché non dormivo e avevo una nausea fortissima, ma la dottoressa diceva che ci voleva del tempo per abituarsi, sia ai malesseri che agli svenimenti.

Cercai di resistere, non riuscivo nemmeno più ad uscire di casa, finché un week end presi la dose di 200mg di Seroquel e la mattina non riuscii a svegliarmi; ci vollero uno e più scossoni da parte del mio compagno.

Il week end successivo, mentre stavo per andare a letto, senza accendere la luce, presi meccanicamente le solite 8 pastiglie di melatonina (cercavo di utilizzare qualcosa di naturale per dormire) e il Seroquel, ma nel buio una pastiglia cadde per terra e decisi che qualunque cosa fosse caduta non la avrei raccolta, ne avrei fatto a meno, e che era un segno del destino che non la prendessi.

L’universo mi stava inviando un altro segnale.

La mattina seguente vidi che per terra c’era la pastiglia rosa (il Seroquel!) e non la melatonina e quel giorno decisi che con il Seroquel avevo concluso; misi la pastiglia in un posacenere promettendomi, avendo smesso di fumare, che il primo ospite fumatore che avessi avuto in casa, l’avrebbe bruciata spegnendo il suo mozzicone.

E così fu, nel giorno di Italia-Germania ai mondiali di calcio dell’estate 2016.

Nel frattempo, raccontai l’episodio al mio più caro amico Alessandro, che mi disse: “Seppellisci la pastiglia bruciacchiata e la scatola sottoterra, è un gesto simbolico per ammazzare questa medicina, questo trauma e questo capitolo della tua vita”. E così feci.

Non tornai più da quella psichiatra, proseguii la psicoterapia e capii che mi stava inutilmente massacrando, indagando nel mio passato e facendo emergere fatti che, rivissuti in quel momento di fragilità, mi stavano facendo solo del male.

Io cercavo sostegno per la dismissione dei farmaci, la mia richiesta di aiuto era soltanto quella.

Approfittai delle ferie per dirle che sarei partita per le vacanze al mare e la sua risposta mi convinse che facevo bene a interrompere: “Se lei non frequenterà lo studio per tutto il mese di luglio e vorrà ripartire a settembre, dovrà pagarmi tutti gli incontri di luglio in ogni caso”.

Sorrisi e dissi “Arrivederci e grazie”.

L’estate mi sorprese con un nuovo terribile sintomo: dolori atroci alle gambe e alla spalla destra mi colpirono alla fine di giugno; pensavo fossero transitori e invece durarono tutta l’estate accompagnati da una rigidità muscolare e articolare che mi spaventò moltissimo.

Non avevo nessuno a cui rivolgermi, stavo per partire per le ferie e speravo che il mare e le vacanze mi dessero un lieve giovamento. Così non fu.

Aspettavo l’estate per trascorrere giorni più sereni con la persona che credevo essere il mio compagno ma mi accorsi che, più chiedevo sostegno, più questa persona si allontanava, minimizzando ciò che mi stava accadendo e mentendo sulle sue frequenti sparizioni.

Capii di essere davvero sola.

Mi furono di aiuto solo i miei figli, 9 e 11 anni.

Capii che solo noi potevamo aiutarci l’un l’altro ed ebbi due momenti spaventosi di stanchezza e panico in cui i bimbi decisero che era meglio rivolgersi al pronto soccorso: li rassicurai dicendo loro che non era il caso, ma i ragazzi piansero tutta la sera provvedendo a me come si provvede a un malato terminale. Mi sentivo un verme.

Questo accadde per due o tre volte.

Mi accorsi anche che molte persone che reputavo amiche, e pure i parenti, chiacchieravano di me fra di loro con una sconcertante ironia e indifferenza.

Verso la fine dell’estate avvertii più forti i soliti problemi agli occhi: mi vennero degli ematomi alle palpebre, diversi gonfiori e una fotofobia terribile.

Non riuscivo a stare al sole; fu un’estate caratterizzata da costante bel tempo e sole accecante. Per me significava sofferenza terribile.

Ogni giorno avevo delle contrazioni dolorose ai muscoli, spasmi soprattutto alle gambe e un dolore costante alla spalla che si propagava alla mano destra.

Inoltre, avevo iniziato a soffrire di mal di testa, di rinite e mancanza di respiro, tutte cose che, con la dismissione del fumo, sembravano abbastanza incompatibili.

Con il passare dei giorni avvertivo anche la sensazione di avere un palo di legno che mi trafiggeva il capo, e la stessa cosa la avvertivo sui muscoli, come se fossero trafitti da un qualche oggetto.

Avevo anche una rigidità muscolare e articolare che mi impediva di fare i movimenti più banali.

Non so se fu la rigidità, la paura di essa o entrambe le cose, fatto sta che iniziai a tremare. Ogni gradino che scendevo, nella scalinata che portava al mare, era percorso con la paura di cadere o di non essere più in grado di camminare perché le gambe tremavano ed erano incontrollabili.

Sentivo indefiniti oggetti strisciare sulla pelle, sembravano allucinazioni. Questi sintomi durarono per moltissimo tempo.

L’estate trascorse con una visita all’ospedale più vicino, dove un otorino mi disse che il tutto era compatibile con la dismissione dei farmaci e che tuttavia un’ipertrofia dei turbinati nasali mi causava laringospasmo e affanno e pertanto avrei dovuto essere operata.

Nel frattempo, avevo fatto visita due volte a un noto chiropratico genovese, il quale aveva constatato dei disturbi alla colonna vertebrale e alla postura e mi aveva detto che avevo fatto bene a buttare tutti gli psicofarmaci.  Consigliava di assumere acqua, limone e zenzero al mattino a digiuno per ripulire l’organismo.

Alla prima visita mi portai dietro i miei figli perché nessuna delle persone che conoscevo si rese disponibile a tenerli con sé.

Fui comunque felice che loro fossero con me.

Il mio figlio più piccolo, vedendomi sollevata all’uscita della visita, abbracciò il dottore e lo ringraziò per “avere salvato la mamma”. Cominciavo a capire che il mio compagno e i miei amici erano assenti, erano maschere, erano fantasmi. Mi rendevo conto che tutti gli specialisti consultati avevano interesse a fare soldi e che forse solo quel chiropratico era sulla buona strada.

Dopo quella vacanza nacque la consapevolezza quasi definitiva che tutte le persone che mi giravano intorno non volevano vedere quello che mi stava accadendo e si defilavano a ogni richiesta di aiuto.

A causa di questa consapevolezza esplose un violento attacco di ansia e scoraggiamento che mi condusse in pronto soccorso, dove tentarono di psichiatrizzarmi, ma fu più forte la volontà di vivere, tornare a casa con una finta calma e ricominciare.

In quel frangente, un medico dell’Ospedale San Paolo di Milano chiese alle infermiere di legarmi i piedi. Ebbi la fortuna di conoscere personalmente una delle infermiere di turno la quale, intuendo l’accaduto, mi fece cenno di collaborare e di non reagire, altrimenti non sarei stata dimessa e mi avrebbero fatto un trattamento sanitario obbligatorio, nonostante fossi tranquilla e non mostrassi alcun segno di aggressività.

Avevo semplicemente chiesto aiuto per sapere come comportarmi in caso di sintomi invalidanti durante la dismissione di psicofarmaci. Il dottore, all’epoca primario del reparto di psichiatria, ebbe anche un atteggiamento svalutante nei confronti miei e di tutte le donne e si comportò in modo profondamente sessista.

Cercai aiuto per diversi mesi presso altri due studi: la prima psicologa ipotizzò che fossi una persona dipendente da sostanze già da tempo e cercò di indagare se mi fossi mai drogata e la cosa mi indignò moltissimo: io pagavo qualcuno per ricevere aiuto e mi imbattevo in diagnosi inventate perché evidentemente questa persona non era in grado di offrirmi il suo aiuto e non aveva l’umiltà di dirlo.

La seconda professionista, si fa per dire, mi invitò a iscrivermi a Tinder ritenendo che avere un rapporto qualsiasi, con un qualsiasi uomo, mi avrebbe giovato e avrebbe risolto ogni problema. Ero sempre più scioccata da questo mondo e dai suoi terapeuti.

Essendo una donatrice di sangue, mi recai per il prelievo annuale; in quella circostanza mi venne comunicato che non potevo più donare visti i miei svenimenti e, alla mia reazione di scoraggiamento totale, poiché era un’attività che facevo col cuore, il dottore di turno mi dedicò molto del suo tempo chiedendomi cosa mi fosse successo e mi incoraggiò a non mollare e che ero una donna viva e coraggiosa.

Nonostante la coda di aspiranti donatori di sangue e il richiamo delle infermiere e dei colleghi a “fare in fretta con la signora”, chiuse le porte del suo studio per parlare a lungo con me dicendomi che, se avessi avuto bisogno di aiuto in futuro, sarebbe stato disponibile ad ascoltarmi, anche se non era un professionista del settore ed era “solo” un ematologo.

Non lo dimenticherò mai: fu l’unica vera offerta di aiuto, peraltro non richiesta, da parte di un professionista, ematologo al Policlinico di Milano.

Nel mentre, il mio medico di base mi aveva vista meglio e incoraggiata a “fregarmene” dei sintomi e avevo capito che stava avendo un po’ di fiducia in me.

Non elenco altri accadimenti poiché sono strettamente personali e non credo possano essere di aiuto a nessuno, mi preme sottolineare che da questi avvenimenti compresi che molta parte della mia serenità e guarigione dipendeva da me e soltanto da me.

La psichiatria e la psicoterapia hanno completamente stravolto la mia vita e il lento recupero del mio spirito critico mi ha dato la forza per capire di essere stata ampiamente abusata e di non avere mai avuto la forza per intraprendere una battaglia contro le persone che ho incontrato sulla strada del mio affrancamento da questo regime, perché di tale si tratta.

Mi sono affidata a uno psichiatra, a diversi psicologi e a persone che, volutamente o meno, hanno cercato di tarpare ogni mia parte vitale.

Con parole più forti mi viene da dire che, se fossimo ancora nel medioevo, ma probabilmente a livello umanistico e culturale lo siamo, mi avrebbero bruciata sul rogo.

Ogni situazione di stress o pericolo viene vissuta dalla persona medicalizzata con difficoltà. Oggi sono consapevole che questo problema dura molto a lungo nella vita di una persona psichiatrizzata; so però che se impari ad ascoltare i segnali dell’universo e la tua energia, la vita lentamente può cambiare.

Durante la dismissione lessi la testimonianza di un medico: “Mi sto disintossicando da benzodiazepine e so che per farlo devo allontanarmi dalle persone che amo”.

Pensai che avesse ragione e mi assunsi anche il senso di colpa di non averlo fatto anche io e questa colpa mi ha accompagnato per lunghissimo tempo. In realtà il mio senso di colpa ha riguardato principalmente i miei figli, perché da altre persone mi sono consapevolmente allontanata e credo sia stata la scelta migliore che potessi fare, per me e per loro. Alcune di loro mi sono mancate moltissimo, ma so anche di averle, inconsapevolmente, protette.

Tutte le letture sono state utili, e tutte anche inutili, perché lo spirito critico all’epoca era completamente perduto.

Ho tradotto tratti dell’opera del dottor Breggin (ora tradotto in italiano col titolo La sospensione degli psicofarmaci, 2018 Fioriti editore, NDR) (1) e del manuale della professoressa Ashton (Il Manuale di Ashton, disponibile anche in italiano on-line , NDR) (2) che mi sono stati, qualche volta, di aiuto, anche se la traduzione è stata proibitiva a causa dei problemi agli occhi.

Ho pregato a lungo di trovare letteratura in materia, ma all’epoca dei fatti non vi era nulla da consultare in italiano.

I danni agli occhi sono stati irreversibili, nonostante una blefaroplastica superiore che, ad oggi, non ha risolto la fotofobia.

Di quel periodo ricordo bene la diffidenza verso le persone sofferenti a causa della psichiatria, quasi fossero appestate o colpevoli.

Ci sono voluti 4 anni per stare bene e comprendere che la psichiatria può fare molto male ma è nostra responsabilità capire perché ci siamo finiti dentro.

Mi è stata di aiuto una vita sana, un’alimentazione bilanciata e un’idratazione abbondante.

Mi è stato di aiuto leggere e documentarmi.

Mi è stato di aiuto mettermi in discussione.

Mi è stato di aiuto allontanarmi da persone ambigue, ambivalenti e senza empatia.

Mi è stato di aiuto fare sport, supportata da un professionista e da un fisioterapista.

Mi è stato d’aiuto repellere l’ignoranza ed espandere le mie credenze e il mio contesto sociale in direzioni inaspettate.

Mi è stato d’aiuto comprendere che non sono i legami di sangue o le relazioni istituzionali a garantirmi la vicinanza delle persone, ma la qualità dei rapporti che si intraprendono con gli altri.

Mi è stato di aiuto aprirmi, ma sono consapevole che la nostra vulnerabilità, non deve essere offerta a chiunque, nemmeno se medico specialista del settore, nemmeno se persona della famiglia, nemmeno se fidanzato/a più o meno ufficiale. La vita è una continua condivisione e non siamo obbligati a essere vulnerabili con chi non condivide i nostri valori.

Oggi so che i miei dolori derivano da una postura scorretta a causa di una malformazione muscolo scheletrica che mi porto dietro dall’infanzia; l’ansia che ne è derivata ha creato una reazione a catena che mi ha condotto verso persone che, pur di avere un introito, hanno inventato un disturbo mentale.

Accettare che tutto questo sia accaduto ha significato comprendere quale sia stato il mio personale punto debole su cui questa gente ha fatto leva e l’ho affrontato, prima con le mie sole forze e oggi con le persone che amo.

Ho compreso che per molti dei professionisti della salute mentale il paziente è un bancomat garantito per tutta la vita e pertanto è un cliente.

Di una sola cosa oggi sono grata ai fatti accaduti: ho capito che non bisogna perdere tempo invocando vendetta, ma mettere la nostra esperienza a servizio degli altri. E, soprattutto, testimoniare. È l’unico reale aiuto che può offrire ognuno di noi in qualsiasi momento.

Oggi mi affido a un personal trainer che è stato fondamentale in tutto il mio percorso di riabilitazione fisica.

Dopo la riabilitazione fisica mi è stato di aiuto focalizzare l’intervento psicologico su traumi specifici, individuati e non a livello generico, su un presunto disturbo generico: la terapia EMDR è stata per me risolutiva e di questo ringrazio la mia terapeuta.

Di grande pregio, per indebolire le mie credenze errate (ed ereditate) e per rianimare i miei punti di forza (ovvero quelli che la psichiatria ha condannato come disfunzionali), è la presenza e il sostegno di un Life Coach che ringrazio pubblicamente.

Devo dei ringraziamenti al mio caro amico Alessandro, che mi ha supportato tutte le volte in cui credevo di non farcela e che mi ha salvato la vita nel momento più brutto della dismissione (successe a un mese esatto dalla sospensione).

Devo dei ringraziamenti anche ai miei figli per essere cresciuti con me, avermi dato amore incondizionato e avere sofferto silenziosamente per non darmi preoccupazione.

Devo infine dei ringraziamenti al gruppo di sostegno Facebook al quale mi ero iscritta, in particolare a Liz e Barbara: il confronto con loro e le loro esperienze non è mai stato distruttivo, nonostante non stessero affatto meglio di me.

Tutto il resto del mondo non è mai pervenuto.

Bibliografia

1) Peter R. Breggin. La sospensione degli psicofarmaci, un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie. 2018, Fioriti editore. Traduzione del libro di Laura Guerra

La sospensione degli psicofarmaci, un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie – Mad in Italy (mad-in-italy.com)

2) Heather Ashton. Il Manuale di Ashton. Le benzodiazepine: come agiscono e come sospenderne l’assunzione.

benzo.org.uk : Le Benzodiazepine come agiscono e come sospenderne l’assunzione, Prof C H Ashton DM, FRCP, 2002

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Sono mamma di due ragazzi di 15 e 17 anni che si è riqualificata nel marketing digitale dopo 7 anni di farmaci psichiatrici, 4 per tornare alla vita, un paio di assestamento e finalmente l’energia per ricominciare a studiare, formarmi e riqualificarmi per avere la dignità personale, sociale e professionale che la psichiatria mi ha sottratto. Sono coinvolta nel progetto perché ritengo di essere stata vittima di un’ingiustizia in quanto non c’è mai stata una diagnosi che giustificasse l’uso di quei farmaci e la mia vulnerabilità è stata calpestata senza motivo. Collaboro per testimoniare che si possono trovare le forze per ribadire che ogni essere umano ha diritto di scegliere come essere assistito e che spesso i farmaci psichiatrici non risolvono ma aggravano e addirittura creano il problema che porterà poi alla diagnosi. Voglio testimoniare soprattutto che la diversità è un valore di pregio altissimo che solo una sottocultura strisciante non comprende e anzi condanna.