Estate finita – parte 1

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Chiara Biraghi
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Estate finita – parte 1

Anche a distanza di tempo dal termine della sintomatologia da disintossicazione, può succedere che l’esperienza psichiatrica ritorni simbolicamente nella nostra vita. 

È bene accoglierla perché rientra nella nostra vita quando siamo pronti a capire quale sia stata la nostra responsabilità nel finire nel meccanismo. È un passaggio doloroso ma indispensabile per affrancarsi definitivamente

Estate finita, ho un quaderno a quadretti verde, che mi sono portata dietro nella mia borsa piena di creme solari, asciugamani e occhiali scuri. Inutili, perché oggi sicuramente non si potrà fare il bagno: il tempo non è un granché.

Mi siedo ai tavolini esterni del bar del borgo ligure dove trascorro sempre le mie vacanze estive. Sono tavolini colorati, ogni sedia un colore diverso.

È un luogo in cui mi sento bene, i gestori non si danno arie, sono impacciati e sciatti quanto me oggi. Ne provo simpatia: sono due fratelli, belli, e si somigliano così tanto che non so distinguerne uno dall’altro.

Sono al tavolo per un caffè e per annotare sul mio quaderno impressioni su un recente vissuto, del quale conservo un documento che mi decido a guardare dopo diversi giorni dall’accaduto: è la cartella clinica relativa a un mio accesso in pronto soccorso.

Mi sono spaventata un sacco, ho avuto paura di morire: ora che sto meglio vorrei rielaborare l’accaduto.

Leggo che ho riportato una flc di 5 cm. Che cosa sarà mai?

Finalmente ho il coraggio di leggere ciò che mi è successo e di comprendere il linguaggio astruso dei medici. Appuro tramite il web che una flc significa ferita lacerocontusa, e mi accingo a scrivere sul taccuino ciò che mi è successo, poiché non ne ho ancora parlato con nessuno e ho bisogno di esprimere i miei sentimenti al riguardo. Scrivere mi aiuta.

Faccio diversi tentativi e poi mi perdo in quella che continua a rimanere ostinatamente una giornata capricciosa, con il sole che fa capolino e poi si nasconde nel cielo greve che pesa sulla mia testa come luna lastra di marmo.

Guardo il cielo e meno male che da qui non si vede il mare, nascosto dal grande ponte della ferrovia. Non combinerei più niente se da qui si vedesse il mare! Mi piace tanto guardare il suo movimento.

Osservo la copertina del quaderno, quanto sia simile al colore della sedia di fronte a me, penso che potrei fare una foto alla copertina, per immortalare il momento. Anzi, da grande potrei fare la fotografa, o scrivere pensieri in libertà, o un saggio sulla bellezza del colore verde.

Quanta speranza evoca questo colore, come mi ricorda i prati lisciati dal vento, prima che il contadino ne faccia fieno.

Sto perdendo un sacco di tempo, mi sgrido, mi rimprovero!

Ho tantissimi pensieri e associazioni di idee. Vedo immagini, non le vedevo da un sacco di tempo.

Passo da un pensiero all’altro, sono inconcludente! Perché è così che si diventa matti, si cerca di fare una cosa e non ci si riesce! È così che ci si perde in mille idee che non prendono forma e poi ci si sente frustrati, ci si giudica, ci si condanna.

Ad avere mille progetti su un ipotetico da farsi, si può diventare matti!

Mi rendo conto in quell’istante, però, che tutte queste sono credenze inculcate dagli altri.

Uno è quel che è; caotico e disordinato?  Bene, basta rimproverarsi per ciò che dicono gli altri, basta!

Io sono così, io funziono così!

Capisco in quel momento che ho diritto ad essere chi sono.

Anzi, ancora più illuminante, io ho il diritto e anche il dovere di essere e di vivere quello che sono!

Prendo la penna, una bic dal fondo della borsa, rosicchiata chissà quanti anni fa, e proprio in quel momento una mano insicura mi porge il caffè, rovesciandone qualche goccia sul piattino: gli sorrido, non lo sgrido, non si scusa, ride anche lui.

“Ho visto Sofia in un piccolo lettino che correva vero al sua mamma…”

Inizio a descrivere così il mio ingresso in pronto soccorso; effettivamente dalla barella sulla quale mi hanno disteso, ho visto un neonato chiamato Sofia; è il primo ricordo che ho di quel giorno in ospedale.

Ma ecco una voce interrompere il mio flusso creativo: “Se questa donna preferisce scrivere invece che stare con me, allora devo proprio rinunciare a madame”.

È un ragazzo che si è proposto nei giorni scorsi suggerendomi come impegnare i nostri pomeriggi, fare sesso ovviamente, anche se non ha mai detto questa e nessun’altra parola volgare, ha occhi verdi bellissimi e si chiama come uno dei miei eroi. Ne ha la stessa provenienza geografica. E come lui, è uomo di mare.

Gli dico che domani rientro in città e purtroppo sarà difficile impegnare i nostri pomeriggi insieme, tanto più che non sono interessata all’articolo e lui saluta rassegnato, sparendo dietro la montagna di scogli che fiancheggiano il bar.

Quando si era proposto come amante, già qualche giorno fa, ero un po’ sbigottita non solo dalla sfacciataggine, ma anche dalla sua classe, e pure dal fatto che non ero proprio attraente quel giorno, ma ora sono certa che lui deve avermi immaginato come donna bellissima, fantasiosa e lussuriosa. Evidentemente lui desidera quell’immagine, più che me.

Questa riflessione mi aiuta tantissimo, l’immagine!

Ciò che conta è l’immagine, mai perdere le nostre immagini! Chi vive di immagini vive per sempre!

Anche oggi so bene di essere sciatta e bruttina, sono pesante come se avessi addosso chili di salino e lucida come se traspirassi umidità. Così mi sento al mare nelle giornate uggiose.

In ogni caso questa persona mi ha interrotto e mi riesce difficile riprendere il racconto, ho scritto solo una frase e inizio a chiedermi dove voglio arrivare, perché voglio scrivere, che cosa ne voglio fare di questo quaderno. Un romanzo?

Ancora con quelle velleità di poter scrivere ogni cosa che accade, romanzare la mia vita, ancora quella vena creativa di essere una scrittrice?

Ecco il flusso incessante di domande, ma sono le domande e le accuse degli altri, non sono le mie domande! Mi rendo improvvisamente conto che non sono io a parlare a me stessa, ma le voci degli altri, di tutti gli altri che mi hanno giudicato e la mia unica colpa, ora mi è chiaro, è aver fatto mie le critiche e i giudizi degli altri. Non avere ascoltato me stessa.

Devo assolutamente perdonarmi per questo. Mi piace scrivere, voglio essere una scrittrice, ebbene sì, sono assolutamente cazzi miei e dovrei portare avanti questa aspirazione.

Non lo sto facendo, non lo ho fatto per anni, la psichiatria mi ha brutalmente interrotto. La mia responsabilità però è averlo permesso.

Scrivo per solitudine? E dopo che avrò scritto, cambierà qualcosa? Avrò placato la brama di esprimere la mia paura? Non si scrive forse per questo, placarsi? Cercherò un editore? Spedirò il mio manoscritto? Interesserà mai a qualcuno?

Un vortice di domande mi sta facendo perdere tempo e dimenticare l’obiettivo che era semplicemente dare forma scritta a una giornata in pronto soccorso. Ne sto facendo un progetto, come mi accade spesso, senza concludere, eppure quello della scrittura è un progetto ricorrente.

Scrivo quindi a ruota libera quel che ho vissuto in un piccolo ospedale di provincia e, come spesso accade quando fai le cose senza pensare, si fanno chiare le intenzioni: scrivo per esorcizzare non tanto la ferita lacerocontusa, ma tutta la mia esistenza, la rabbia, l’orgoglio, la dignità, la paura, la morte, soprattutto la vita e l’amore. Sofia ne è l’emblema, la vita che nasce contro una donna che muore, la mia vita presa a calci da farmaci psichiatrici che hanno ucciso le immagini.

Che cosa ha fatto quindi la psichiatria?

Ha ucciso le immagini. Ha ucciso le mie immagini. Ha ucciso TUTTE le mie immagini. Questo è difficile da perdonare, rimane il compito più difficile, ancora più complicato del percorso stesso di disintossicazione.

Scrivo venti pagine.

Nel pomeriggio, scocciata dal tempo uggioso e in anticipo sui miei programmi, rientro in città.

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Sono mamma di due ragazzi di 15 e 17 anni che si è riqualificata nel marketing digitale dopo 7 anni di farmaci psichiatrici, 4 per tornare alla vita, un paio di assestamento e finalmente l’energia per ricominciare a studiare, formarmi e riqualificarmi per avere la dignità personale, sociale e professionale che la psichiatria mi ha sottratto. Sono coinvolta nel progetto perché ritengo di essere stata vittima di un’ingiustizia in quanto non c’è mai stata una diagnosi che giustificasse l’uso di quei farmaci e la mia vulnerabilità è stata calpestata senza motivo. Collaboro per testimoniare che si possono trovare le forze per ribadire che ogni essere umano ha diritto di scegliere come essere assistito e che spesso i farmaci psichiatrici non risolvono ma aggravano e addirittura creano il problema che porterà poi alla diagnosi. Voglio testimoniare soprattutto che la diversità è un valore di pregio altissimo che solo una sottocultura strisciante non comprende e anzi condanna.