Come sono arrivata alla psichiatria

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Chiara Biraghi
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Non so dire come se ne esce, ma posso dire a tutti coloro che ci stanno provando che sicuramente una strada c’è. Vorrei che la mia storia potesse essere utile, o di conforto a tutte le persone che stanno vivendo una grande sofferenza nel tentativo di affrancarsi dalla psichiatria. 

Non ho molte idee su come cominciare, scrivo a ruota libera tutto ciò che mi viene in mente, tutto l’orrore che ho vissuto durante questo percorso che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico.

Una cosa però vorrei scriverla subito, forse perché per me è stato un aggancio importante nell’indifferenza del mondo. Io credo che ciò che vive una persona che sta dismettendo un qualsiasi psicofarmaco (ma in generale una qualsiasi dipendenza) sia una persona che ha subìto un abuso.

Rendermi conto di questo è stato molto doloroso e ha messo in crisi molte delle certezze che avevo ma, senza odiare, condannare o ingaggiare battaglie legali o violenza verbale verso i carnefici, perché non è lo scopo di questa testimonianza, voglio semplicemente far capire che se comprendiamo che abuso c’è stato, dobbiamo sentire il peso dell’ingiustizia, prenderci per mano e cominciare a combattere. E alleati ne avremo pochi, forse nessuno.

Ma è importante riconoscere che abbiamo prestato il fianco a un abuso.

Credo sia altrettanto importante conoscere i nostri punti di forza e aggrapparci ad essi, per quanto strambi possono salvarci la vita. I miei sono stati senz’altro la libido, mai morta, e l’autoironia anche nella disperazione, a sostituire la rabbia.

Ho iniziato ad assumere psicofarmaci nel luglio del 2009 a seguito di lunghi accertamenti senza esito, se non una grave esofagite da reflusso che, a parere dei medici, non giustificava i miei malesseri.

Soffrivo di nausea, vertigini, straniamento e dolori al collo. Avevo due figli piccoli e un cane e avevo abbandonato il lavoro per seguire la famiglia. Ricordo che questo malessere insorse, improvviso, nell’estate del 2006 per non abbandonarmi più.

Feci una serie di accertamenti, presso il medico di famiglia, un fisiatra che mi consigliò una risonanza magnetica cervicale, un otorino che voleva operarmi al setto nasale, altri quattro che dicevano l’esatto opposto, un gastroenterologo, un internista, un endocrinologo e insomma ognuno di loro aveva una propria opinione e all’epoca io reputavo che fosse un’opinione inconcludente e di stare perdendo tempo e denaro.

Allora avevo delle certezze, ero padrona di me, nonostante il malessere aumentasse. Mi rivolsi a una psicologa, poiché uno dei medici che mi aveva visitato e prenotato un checkup completo azzardò l’ipotesi che si trattasse di una depressione post partum tardiva e, per quanto fossi sicura che avesse fallito in pieno la diagnosi, pensai che una psicologa potesse dire il suo parere.

Si trattava di una donna piena di buon senso, che confutò la tesi della depressione post partum e mi suggerì di rivolgermi a un chiropratico per l’aggiustamento delle vertebre, poiché molte volte la nostra postura (la mia, in quel caso, con un bimbo nel marsupio, l’altro in braccio e un cane da portare a passeggio) subisce dei traumi che vanno meccanicamente riaggiustati. L’incontro con questo dottore fu molto proficuo, tant’è che migliorarono molte cose e frequentai lo studio per circa sei mesi con una seduta al mese.

Un giorno mi suggerì, vista la frequenza anomala con cui mi recavo da lui (generalmente è sufficiente un controllo annuale) la possibilità di assumere qualche goccia di benzodiazepine poiché riteneva che i miei problemi muscolari, articolari e vertebrali avessero un’origine ansiosa.

Lo feci, con scarso risultato, e mi recai da lui per l’ennesimo trattamento; mi disse molto francamente che non mi avrebbe chiesto altri soldi perché non credeva ci fosse molto da fare a così breve distanza dall’ultimo incontro. Ricordo che mi crollò il mondo perché non capivo a chi rivolgermi; se lui non mi aiutava più, chi mi avrebbe aiutato?

Gli chiesi, sulla porta, se secondo lui avessi bisogno di farmaci e quindi di uno psichiatra. Mi sorrise rassicurandomi che uno psichiatra gli sembrava davvero eccessivo, di assumere qualche goccia di Lexotan al bisogno e di tranquillizzarmi.

Mi rivolsi dunque privatamente a un medico generico che, sentendo la mia storia, mi informò che secondo lui erano tutti sintomi riconducibili all’ansia e mi prescrisse un antistaminico sedativo.

Siccome non ebbe alcun successo su di me, su consiglio di mia sorella, mi recai da un’amica psicologa, la quale mi ascoltò e mi disse che, per evidenti motivi di conoscenza reciproca, non poteva seguirmi lei e che comunque avevo bisogno di una persona capace e mi suggerì il suo ex compagno, psicoterapeuta e psichiatra.

La doppia qualifica mi rassicurò e fissai un appuntamento. Era l’estate del 2009 e io stavo per partire per le vacanze; il dottore mi ascoltò e inaspettatamente, a fine seduta, aprì un libro, lo consultò e mi disse che avrei dovuto assumere delle gocce. Gli chiesi sorpresa di che cosa si trattasse e notai subito quanto fosse evasivo e molto risoluto, perentorio nel non accettare repliche.

Chiesi 10 minuti in più di colloquio e lo informai che avevo un grosso problema alle anche fin da bambina e non potevo permettermi di aumentare di peso e che temevo che queste fantomatiche gocce fossero un antidepressivo e io sapevo che gli antidepressivi facevano ingrassare a dismisura. Cercò ancora sul libro e, nel mentre, aggiunsi che io non reputavo affatto di essere depressa, anzi, tutt’altro!

Mi fece la ricetta senza ribattere, ma io chiesi che cosa fosse quella roba. Mi rispose che era il generico del Prozac, un antidepressivo che induce calo dell’appetito e dunque non crea problemi nella gestione del peso. Mi informò che erano necessarie varie settimane prima che facesse effetto e di sentirsi telefonicamente anche dalla villeggiatura, anche il sabato e la domenica, per valutare l’andamento, perché i primi giorni avrei potuto notare dei peggioramenti.

La risolutezza e la disponibilità che mi dava a chiamarlo anche ogni giorno furono il suo “aggancio”. Mi fidavo di lui. E questo fu il mio più grande errore.

Stavo molto male, anche se il dosaggio della fluoxetina era bassissimo; il farmacista mi disse che si trattava di un dosaggio pediatrico e che difficilmente mi avrebbe dato fastidio.

Avevo nausea, paure inspiegabili, giramenti di testa continui e subentrò anche l’insonnia, per circa 5 settimane, mentre il dottore al telefono mi rassicurava che era tutto normale. Tra la sesta e la settima settimana qualcosa cambiò, improvvisamente sentii una grande energia, le notti insonni erano quasi piacevoli, ero molto produttiva, dormivo pochissimo ma mi svegliavo carica come una molla e pensai: ci siamo, sto bene, finalmente! Ed ero pure dimagrita di quei due, tre kg che mi portavo dietro dall’ultima gravidanza.

A quell’epoca i miei figli avevano 4 e 2 anni; ricordo che ero molto disponibile al dialogo con il dottore e parlavo a ruota libera, senza soggezione, con una leggera euforia che mi rendeva propositiva nel cercare le cause della mia ansia, come la chiamavano loro.

Io ero convinta che quel farmaco mi stesse aiutando ma ero anche certa che, durante le mie visite in studio, si svolgesse anche una psicoterapia, un’analisi, e che tutto ciò avrebbe avuto un inizio e una fine. Il dottore mi era stato presentato come psicoterapeuta e psichiatra e, poiché chiacchieravamo tanto e non facevamo solo un controllo farmaci, io credevo che le mie parole venissero ascoltate e rielaborate insieme.

Mi accorsi invece, al rientro delle vacanze, che il dottore dava poco peso alle cose che dicevo e mi sospese il farmaco dicendo che non era assolutamente adatto, che in psichiatria nei casi difficili si fanno dei tentativi ma poi bisogna avere l’umiltà di aggiustare il tiro e di cambiare.

Io ero tra lo stupefatto e l’angosciato. Stupefatta perché parlava così bene, era così umile, così capace di mettersi in discussione, avrebbe trovato un altro rimedio, era sufficiente ciò che gli dicevo, eravamo “a cavallo”, non avrei preso l’antidepressivo perché non ero depressa e infatti non lo ero! Angosciata perché quelle due parole “casi difficili” mi fecero sprofondare nell’abisso.

Questo è l’inizio, inutile raccontare il seguito perché penso non serva a chi deve uscire da questo inferno, lo racconterò brevemente, mi premeva dilungarmi sull’inizio perché con la lucidità del poi, si capisce dove come e perché ci si fa agganciare da questi personaggi che purtroppo non fanno del bene quando non capiscono chi hanno di fronte.

Forse sono bravi professionisti, forse hanno una loro etica, io non lo so. Probabilmente aiutano le persone affette da disturbi reali, le malattie psichiatriche, i cosiddetti disturbi dell’umore che non sono poi così tanti. Quelli gravi intendo, e hanno tutti un nome. La depressione maggiore, la depressione bipolare, la schizofrenia… non sono tanti, davvero.

Per farla breve, ho iniziato una serie di sperimentazioni di vari tipi di farmaci, si andava per tentativi escludendo tutti gli antidepressivi perché secondo lui il mio tono dell’umore era alto e un antidepressivo su di me avrebbe avuto l’effetto della cocaina, come il Prozac aveva fatto, tant’è che di notte non avevo dormito (peccato che, sospendendolo, non riacquistai più il mio sonno), tant’è che si vedeva chiaramente che non ero depressa.

Iniziai con qualcosa che non ricordo, benzodiazepine, mi pare En, e proseguii con diversi farmaci della stessa famiglia con l’aggiunta di un tranquillante maggiore, un antipsicotico: l’Haldol.

La parola antipsicotico mi angosciava tanto che chiesi subito al dottore il motivo per cui mi somministrasse questo farmaco e perché sul bugiardino delle benzodiazepine si parlasse di somministrazioni di una durata non superiore alle  tre – quattro settimane e mi accorsi che, con la solita autorevolezza, mi aveva spiegato di non guardare mai i bugiardini e che la psichiatria è una branca medica in cui tanto lo fa il terapeuta per aggiustare le dosi, per capire chi ha di fronte e mi spiegò che la psichiatria è anche il campo dell’off-label.

Mi facevo una cultura mentre lui mi tranquillizzava e così penso che iniziò la mia dipendenza affettiva da lui, che io scambiai per ciò che in psicoanalisi chiamano transfert, quell’empatica relazione col terapeuta che tutto faceva fuorché relazionarsi con me e con le cose che gli raccontavo.

Ma sono cose che ho scoperto solo dopo, molto tempo dopo.

Passammo da En a Valium, da Valium a Modalina, da Librium a Seroquel (con il quale, una mattina, svenni davanti ai miei bambini, ancora molto piccoli), mantenendo sempre l’Haldol e iniziando una serie di cocktail micidiali.

Dopo due anni, ebbi il coraggio di chiedere quale fosse la diagnosi, lo feci quando mi sembrava di star meglio, perché mentre gli raccontavo le mie giornate mi accorgevo di avere degli sbalzi di umore da un giorno con l’altro, fasi molto positive e fasi molto negative in cui predominava questo dolore vago e indefinito sulle spalle e sul collo e le vertigini in realtà non mi avevano abbandonato.

Perdevo l’equilibrio spesso, sia mentale che fisico. Credo che colse l’occasione per rispondermi quando gli servii la diagnosi su un piatto d’argento. Mi disse:” Il suo è un caso molto complicato per il quale ci vogliono anni e tentativi per capire e finalmente ho capito che lei soffre di un leggero ma invalidante disturbo di umore”.

Gli chiesi come si chiamasse questo disturbo: volevo capire, volevo sapere, volevo imparare, volevo documentarmi, volevo guarire. Avevo ancora una grande curiosità e un enorme spirito critico.

Mi fece chiaramente capire che non c’era un nome, ma che era una mia caratteristica, genetica, generalmente ereditata dalla madre e spesso propagata sulla discendenza (pensai a quando gli avevo parlato di mio figlio, del suo carattere “difficile”) e quindi incurabile, e quindi invincibile e quindi quei farmaci avrei dovuto prenderli a vita. Ricordo che fece l’esempio dell’insulina per il diabete.

La mia obiezione fu che non stavo affatto meglio e lui rispose che appunto si stava tentando.

Vennero aggiunti stabilizzatori dell’umore, antiepilettici, un altro antipsicotico, aumentarono le gocce di valium, e iniziò la danza degli ipnoinducenti. Gli dissi che da quando ero in cura con lui avevo perso il sonno e mi fece credere che fosse il mio problema di umore ad averli causati e iniziò a farmeli usare tutti, senza un criterio.

Io non dormivo e mi faceva alternare 4 o 5 principii attivi diversi ogni sera dicendo che ero assuefatta e che normalmente si deve fare così perché facciano effetto. So che nei successivi 5 anni assumevo di giorno Librium, Valium, Gabapentin, Tegretol, Lamictal, Modalina, Haldol e di notte alternavo l’antistaminico Atarax, alla benzodiazepina Rivotril, al Felison, al Lendormin, allo Stilnox e stavo sempre peggio.

Mi convinse che mio figlio aveva il mio stesso disturbo e mi propose il Valium per lui e anche l’Haldol, dicendomi “Se con l’Haldol il bambino dovesse avere una crisi epilettica non si spaventi e gli dia subito il Valium”, come mi aveva anche detto:” Se dovesse svenire ancora con il Seroquel, non si spaventi, è frequente nelle donne magre e con la pressione bassa”.

Non so dire chi o che cosa mi fece capire che qualcosa non stava funzionando, fatto sta che le mie obiezioni erano sempre più spesso troncate o castrate ed uscivo molto insoddisfatta da quegli incontri pagati profumatamente e senza fattura.

Nel frattempo, il mio corpo dava segnali di intolleranza, credo ai farmaci, ma nessuno me lo confermò, anche quando mi rivolsi altrove.

Avevo un ciclo mestruale impazzito, il seno sempre dolorante, dimagrivo ogni giorno di più, e avevo gli occhi sempre più gonfi, e anche il viso stava assumendo una forma “a luna piena”.

Mi guardavo allo specchio e non ero più io, mi sentivo depressa e capivo che era una depressione indotta da farmaci ma nessuno mi ascoltò. Il dottore mi aveva sempre detto che i dosaggi erano pediatrici e io continuavo a credergli.

Fu un giorno, per caso, che capitai dal mio medico di base il quale, vedendo gli occhi conciati in quella maniera mi chiese se “il collega non stesse esagerando con le dosi” ma il mio istinto fu di difenderlo e preferii rivolgermi in pronto soccorso, per gli occhi, dove dopo 8 ore mi dissero che alla visita oculistica si riscontrava iperemia e che la visita neurologica non era possibile fino all’indomani (avevo due bambini piccoli a casa e firmai per uscire).

Mi rivolsi a un neurologo e un otorino privatamente i quali mi fecero fare una tac alla testa non riscontrando nulla e una cura antibiotica e cortisonica per capire se il gonfiore peri orbitale fosse dovuto a una qualche aspecifica infezione dell’orecchio. Il tutto a pagamento e senza il minimo conforto, ma con una paura terribile.

Mi rivolsi anche a cinque oculisti che non riscontrarono nulla di anomalo; nel frattempo mi divenne impossibile rimanere al sole, con o senza occhiali, mi piegavo in due e mi sembrava di svenire.

Persi molti contatti e la vita sociale, nel frattempo mi separai da mio marito e iniziai un percorso di solitudine, fatto di incontri sbagliati e di ulteriori abusi. Ogni mio desiderio o tentativo di dire la mia era zittito dalla parola “squilibrata”, o da un qualche tentativo di manipolazione.

A scopo sessuale, a scopo servile, a scopo di sfruttamento della mia empatia che, all’epoca era al culmine poiché, da sofferente, mi dedicavo ai sofferenti con molta cura. E questo fece sì che qualche vampiro si avvicinasse a me, fortunatamente senza danni o violenze, perché ancora avevo abbastanza chiari quali fossero i confini da non far superare a nessuno.

Ero stanca, non uscivo e non dormivo. Avevo informato il dottore che questi problemi agli occhi secondo me potevano essere causati da una qualche allergia ai farmaci. Lui negò con autorità che le “sue” medicine potessero dare reazioni. Feci ugualmente un test allergologico che risultò negativo e mi dissero che, per le allergie ai farmaci, la procedura era lunghissima e complicatissima, soprattutto per i farmaci psichiatrici, e che non esisteva letteratura in materia.

Non ricordo, ma credo che feci molte altre cose, purtroppo la memoria rimane abbastanza compromessa da queste sostanze e davvero so che c’è dell’altro, ma non lo ricordo. So che mi rivolsi a un medico olistico, che volle prima che io mi facessi vedere da uno psichiatra olistico, il quale mi disse che se avessi voluto curarmi sarei dovuta andare all’appuntamento al pomeriggio e che erano scuse che io al pomeriggio non potessi andare (io al pomeriggio dovevo andare a recuperare i miei figli a scuola e non intendevo portarmeli dietro anche a una visita psichiatrica!).

Rinunciai a quell’appuntamento ravvisando del sadismo in questa persona e cominciai a provare astio verso la categoria.

Nell’estate del 2015 la mia insonnia e il mio malessere peggiorarono moltissimo e mi ritrovai ad assumere contemporaneamente 8 scatole di medicinali diversi e cominciai a ragionare sul fatto che, senza una diagnosi, dopo tanti cambiamenti e prove, senza sonno e con una vita così di merda, qualcosa non andava.

Ma ancora, durante le vacanze, ero fiduciosa che, parlando apertamente al dottore, avremmo trovato una soluzione.

Al telefono mi disse di provare una medicina nuova della quale mi inviò la ricetta, io gli dissi che stavo sempre peggio e non mi pareva il caso di aggiungere cose. Lui rispose che era tutta una questione psicosomatica e io, stupidamente, ricordando il nome del primo farmaco che mi aveva dato per le somatizzazioni e gli dissi: “Ma allora proviamo la Modalina!”.

E lui mi rispose: “Sì, sì, prenda anche quella”. Al telefono. Io ero sconcertata, sembrava quasi che gli dessi io i suggerimenti, ma ero obiettivamente disperata.

L’indomani presi entrambi i farmaci e passai a 10 scatole di medicine da assumere, tutto questo a soli 43 anni, senza una diagnosi, e con due figli a carico in totale solitudine, 2 anni di insonnia totale e 5 di insonnia parziale. Ero distrutta, fisicamente e moralmente ma sentivo in me la vita.

Quando presi il farmaco nuovo ebbi una violenta reazione allergica alla pelle delle braccia e informai immediatamente il medico che trovò la cosa “strana”. il farmacista mi disse che era un eritema solare e me lo fece curare come tale e io andai avanti così tutta estate.

Quell’estate conobbi un uomo, ero single, e lo frequentai; continuai a frequentarlo anche dopo l’estate nonostante abitasse in un’altra città. Si presentò come una brava persona ed ebbe la mia fiducia, era molto premuroso e mi rendeva felice; fu la prima persona che mi parlò di sospendere i farmaci, cosa alla quale avevo già pensato ma senza una reale convinzione. Ci avevo anche già provato contro il parere del medico il quale, dopo due fallimenti, mi disse: “Glielo avevo detto che non può farne a meno”.

Al ritorno da quella vacanza avevo perso 10 kg e al primo incontro col dottore mi disse che “non potevo stare in vacanza tre mesi senza vederlo almeno una volta a settimana”. Replicai che nemmeno uno schizofrenico necessita di controlli così regolari. Incominciavo a diventare cattiva e insofferente a lui.

Gli raccontai anche che avevo iniziato una relazione con un uomo e la sua risposta fu, testuale, “Ma lei dove crede di andare in queste condizioni?” Uscii piangendo, mi fece provare un’insicurezza e un’umiliazione così profonda che mi attaccai ancora di più alla voglia di smettere e a quest’uomo che piano piano conquistava la mia fiducia e me ne innamorai.

Dopo qualche mese, informai il dottore che ero decisa a sospendere i farmaci in quanto non avevano nessun effetto sul mio benessere; si dichiarò contrario ma mi disse come fare. Ebbi fiducia anche questa volta e pensai fosse il modo corretto. “Sospenda tutto di una goccia al giorno. E mi faccia sapere”.

In quel momento credetti di uscire dall’inferno e invece ci entrai.

(la storia continua con un altro articolo…)

 

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Sono mamma di due ragazzi di 15 e 17 anni che si è riqualificata nel marketing digitale dopo 7 anni di farmaci psichiatrici, 4 per tornare alla vita, un paio di assestamento e finalmente l’energia per ricominciare a studiare, formarmi e riqualificarmi per avere la dignità personale, sociale e professionale che la psichiatria mi ha sottratto. Sono coinvolta nel progetto perché ritengo di essere stata vittima di un’ingiustizia in quanto non c’è mai stata una diagnosi che giustificasse l’uso di quei farmaci e la mia vulnerabilità è stata calpestata senza motivo. Collaboro per testimoniare che si possono trovare le forze per ribadire che ogni essere umano ha diritto di scegliere come essere assistito e che spesso i farmaci psichiatrici non risolvono ma aggravano e addirittura creano il problema che porterà poi alla diagnosi. Voglio testimoniare soprattutto che la diversità è un valore di pregio altissimo che solo una sottocultura strisciante non comprende e anzi condanna.