Recuperare la nostra umanità attraverso la speranza, la connessione emotiva e l’empowerment – Dr. Daniel Fisher

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Marcello Maviglia

Per vedere il video della conferenza cliccare qui

Recuperare la nostra umanità attraverso la speranza, la connessione emotiva e l’empowerment

Conferenza del Dr. Daniel Fisher, 31/3/23 per MAD IN ITALY

Il Dr. Fisher fu diagnosticato come “schizofrenico”. Dopo aver conseguito la specializzazione in Psichiatria presso l’università di Harvard si è impegnato a trasformare il sistema di Salute mentale da un sistema “patologizzante” ad uno olistico di Recovery.

Ha sviluppato un corso di formazione aperto a tutti coloro che cercano di assistere individui che si trovano in situazioni di disagio emotivo, battezzato in inglese “EMOTIONAL – CPR” (“RIANIMAZIONE EMOTIVA”)

Riassunto della videoconferenza

Il dr. Fisher racconta che la scelta della sua formazione accademica è stata condizionata dall’appartenere a una famiglia in cui diversi membri erano medici. I suoi studi comprendono una laurea in Neuro-biochimica e successivamente una specializzazione in Psichiatria.

Ha trascorso i primi anni di lavoro come ricercatore al NIMH (Istituto nazionale per la salute mentale). Durante questo periodo, convinto che il disagio psichico fosse determinato da alterazioni organiche e da squilibri chimici, ha studiato le funzioni dei neurotrasmettitori come la dopamina e la serotonina e la loro azione sul cervello, convinto che se ne avesse scoperto il funzionamento avrebbe compreso il perché le persone sono felici o infelici e avrebbe potuto risolvere i loro problemi di salute mentale.

Tuttavia, si accorse ben presto che questo era un grande errore: le persone non sono felici o infelici in base ai livelli dei loro neurotrasmettitori e alla chimica del cervello, ma la felicità e il benessere mentale dipendono da fattori che riguardano la loro vita, come i traumi, il fallimento di un matrimonio, la separazione…

In base a questa nuova convinzione ha cominciato a sperimentare ogni tipo di terapia, dalla psicoanalisi, ai gruppi di autoaiuto, la terapia radicale, lo psicodramma, il teatro.

Sul finire degli anni ’60 il dr. Fisher era un “hippie”, aveva i capelli lunghi e protestava contro la guerra in Vietnam. Ovviamente, questo suo modo di essere strideva con la scelta di lavorare nell’establishment (dove le case farmaceutiche e i loro interessi dettano i programmi di ricerca, ndr) come biochimico.

Pensò allora di dover cambiare lavoro. Questo conflitto interiore gli fece perdere la motivazione ad andare avanti e a un livello profondo del subconscio sentì un enorme blocco: divenne così catatonico, smise di parlare, di mangiare e di muoversi per diverse lunghe settimane.

Il dr. Fisher ritiene che la catatonia sia stata una fase necessaria per riconsiderare la sua vita. È infatti convinto che la catatonia, come le psicosi e le varie manifestazioni della sofferenza psichica, siano momenti di ricerca e di rielaborazione del vissuto della persona e che rappresentino una ricerca di soluzioni ai conflitti interiori.

Durante il periodo di catatonia è stato ricoverato contro la sua volontà in un ospedale psichiatrico dove ha subito vari trattamenti farmacologici.

Racconta che durante il periodo in ospedale, gli psicofarmaci non riuscivano a placare il suo disagio interiore, mentre l’unica cosa che riusciva a “raggiungerlo” era la relazione con le persone che erano ricoverate con lui e i Peer specialists (persone che hanno attraversato la stessa esperienza e la mettono a disposizione per aiutare gli altri, ndr), i quali riuscivano a trasmettere la loro umanità.

Quando era ricoverato nell’ospedale psichiatrico pensò di dover studiare per diventare psichiatra, in modo da ottenere metaforicamente “la chiave per aprire le porte che tenevano lui e gli altri pazienti psichiatrici segregati in reparto”. Da allora sono passati 53 anni e durante la sua carriera ha aiutato molte persone a uscire dal sistema psichiatrico.

Quando le persone chiedono al dr. Fisher “come ne sei uscito da questo brutto periodo?”, la risposta è “sono le persone ad aiutarsi a guarire. L’alimentazione, lo stile di vita sano possono aiutare, ma sono le persone stesse a renderlo possibile”.

E qui entra in gioco il metodo e-CPR

e-CPR significa:

C – connessione P – potenziamento (empowerment) R – rivitalizzazione – emotivi, in sintesi Rianimazione emotiva.

Il dott. Fisher spiega che ciò che aiuta gli individui a riprendersi dal disagio emotivo è la connessione con gli altri, attraverso una comunicazione che definisce “cuore a cuore”.

La comunicazione deve essere efficace e coinvolgere i sentimenti, in quanto se non è efficace si può essere circondati da moltissime persone e sentirsi allo stesso tempo isolati.

Osserva anche che nei paesi industrializzati del Nord Europa si sta perdendo questo tipo di comunicazione tra le persone, troppo impegnate negli affari, e questo costituisce un problema.

Il dott. Fisher ritiene anche che le diagnosi psichiatriche e l’uso degli psicofarmaci, che creano un “appiattimento” cognitivo ed emotivo, possono compromettere il processo di ripresa.

Che cosa si propone la e-CPR?

Il training per acquisire il metodo e-CPR consiste in un’esperienza di 12 ore. Attualmente è stato presentato in 11 Paesi, principalmente in Polonia, Islanda e Scozia, ma non ancora in Italia.

Le proposte su cui si basa sono:

  • Connettere le persone attraverso i sentimenti, come essere umani
  • Costruire i rapporti umani senza imposizioni e senza esprimere giudizi
  • Esplorare insieme all’individuo in disagio le cose che ancora non si conoscono.

L’approccio e-CPR dà molta energia alle persone che hanno bisogno di aiuto e perciò viene definito “rivitalizzazione”: la persona in crisi acquisisce una nuova voce, nuove proposte e nuova speranza.

Per spiegare meglio cosa succede alla persona in crisi e come funziona il metodo e-CPR il dr. Fisher mostra la seguente slide:

Sulla destra si vedono due persone che comunicano tra loro verbalmente (blu) ed emotivamente (rosso) attraverso i sentimenti.

Il trauma e la perdita (sulla sinistra) separano la parte razionale da quella emotiva, separano cioè il cervello dal cuore. Si perde in questa fase il dialogo “cuore a cuore”, intrappolando la persona in un monologo, dove la parte razionale è separata da quella emotiva.

Il metodo e-CPR serve a riconnettere la componente emozionale a quella relazionale, in modo da poter riprendere il dialogo interiore e quello con le altre persone, in quanto è proprio il rapporto con gli altri che ci fa sentire vivi, umani.

Il dr. Fisher ritiene inoltre che il metodo e-CPR possa essere di complemento all’Open Dialogue (metodo finlandese per il trattamento delle psicosi agli esordi). In particolare, l’integrazione dei principi del e-CPR e dell’Open Dialogue permetterebbe alle persone che non hanno “voce”, perché chiuse nel loro monologo, di esprimersi e quindi di partecipare attivamente alla loro ripresa.

Commentando l’Open Dialogue, il dr. Fisher afferma che in molti Paesi tale metodo viene reso inefficace dall’eccessivo uso di psicofarmaci, che risulta particolarmente abbondante quando il training per addestrare gli operatori sanitari non è di buona qualità. In Finlandia, infatti, l’uso di psicofarmaci è limitato, interessando soltanto l’1% degli individui, mentre l’approccio principale è di tipo psicosociale.

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Ringraziamo di cuore il Dr. Daniel Fisher per aver condiviso i punti salienti del modello, augurandoci di dialogare ancora con lui in più occasioni nel futuro.

Per chi fosse interessato a porre delle domande al Dott. Fisher è incoraggiato ad utilizzare il seguente indirizzo mail: danielfisher@gmail.com.

VIDEO CONFERENZA: https://www.youtube.com/watch?v=UdWoBGjQ7Pk