Riflessioni sull’intervento di Robert Whitaker alla conferenza “L’epidemia degli psicofarmaci” – Patologizzazione durante la pandemia

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Riflessioni sull’intervento di Robert Whitaker sugli psicofarmaci e psichiatria durante il congresso internazionale organizzato da MAD IN BRAZIL intitolato” L’epidemia degli psicofarmaci – Patologizzazione durante la pandemia, svoltosi online il 5 Novembre scorso.

Ho avuto il piacere di assistere a diversi interventi durante le varie fasi del congresso che fornisce degli spunti essenziali per alcune riflessioni sui servizi di salute mentale in Italia. Faccio presente, ovviamente tralasciando per il momento altri aspetti essenziali, che tra le necessità che si evidenziano più spesso in rete e sui social c’è quella di una rete di operatori sanitari che offrano servizi di riduzione e dismissione dagli psicofarmaci, con rispetto dei bisogni reali degli utenti e non dettati esclusivamente da linee guida astratte, intrappolate in tecnicismi terapeutici accademici e dogmatici, che risultino in applicazioni pratiche farraginose e fallimentari.

Ma ritornando al video della conferenza, l’intervento di Bob Whitaker ci offre un panorama dei contesti americani e mondiali dei correnti servizi psichiatrici, in cui i processi di riduzione e di dismissione dei farmaci stentano a realizzarsi.

L’intervento di Whitaker, di cui riassumo e commento gli aspetti più importanti, rappresenta in sostanza un riassunto conciso dei suoi studi e delle pubblicazioni, reperibili sia su MAD IN AMERICA che su gli altri siti MAD, che insieme costituiscono la network di MAD INTERNATIONAL.

Whitaker affronta le tematiche dell’orientamento organicista (la tendenza erronea ad attribuire il disagio emotivo ad alterazioni organiche del cervello) e delle problematiche che ne derivano, mettendo in primo piano i trattamenti psicofarmacologici. Ci propone una narrazione dello sviluppo dell’orientamento organicista partendo dagli anni ‘80, periodo in cui il Manuale Statistico e Diagnostico di psichiatria (Diagnostic Statistical Manual, DSM) virò da posizioni psicodinamiche e psicosociali  verso un paradigma  che imputa il disagio emotivo a disfunzioni di natura organica, specificamente al concetto di squilibrio chimico, mai provato per nessuna delle patologie psichiatriche catalogate in tutte le edizioni del manuale diagnostico susseguitesi dagli anni ‘80 in poi.

Whitaker, sottolinea la medicalizzazione del disagio emotivo sia negli adulti che nei bambini, spiegando come questo si cronicizzi proprio a causa dei trattamenti farmacologici a lungo termine, come ampiamente dimostrato da dati estrapolati dagli studi sponsorizzati dalle stesse compagnie farmaceutiche.

Successivamente, riallacciandosi al soggetto del disagio emotivo durante la corrente pandemia da Covid-19, Whitaker osserva che, nonostante esso sia chiaramente una conseguenza delle difficoltà economiche e sociali create dalla pandemia stessa, viene, come in fondo c’è da aspettarsi, trasformato in diagnosi e patologie cliniche che invitano all’uso degli psicofarmaci.

Tra l’altro, molto appropriatamente, osserva che la tendenza a un approccio riduttivo di natura organicista è stata corroborata dal modello economico neoliberista, secondo i cui i problemi emotivi vanno valutati in un contesto individuale, separandoli dalla sfera sociale e minimizzando quindi le responsabilità del contesto sociale, culturale ed economico.

Ma rileva anche che il modello organicista che promuove l’utilizzo di psicofarmaci, dà segni di chiara debolezza e inefficienza, in quanto, la sua diffusione ha promosso un sostanziale aumento della percentuale delle certificazioni di disabilità basate su diagnosi psichiatriche.

In questa stessa ottica, una lettura accurata dei dati provenienti dagli studi randomizzati, mostra che gli psicofarmaci possano, al meglio, contribuire a miglioramenti temporanei che, però, si affievoliscono progressivamente fino a dare il passo a problematiche di natura cognitiva e sociale ed anche ad un peggioramento del funzionamento.

Tutto questo è ovviamente ancor più preoccupante per i bambini e gli adolescenti coinvolti che vengono primariamente trattati con psicofarmaci. Insomma, gli psicofarmaci a lungo termine creerebbero più danni che benefici.

Ma, quindi, che fare? Come può il trattamento del disagio mentale riacquistare una dimensione umana, che tenga conto dei veri bisogni dell’individuo? Whitaker, a questo proposito, sottolinea la necessità di reintrodurre un livello più umanistico, che includa prospettive sociali, storiche e culturali, che rappresentano le radici del disagio stesso. Una parte importante del processo è la ricostituzione di un senso di appartenenza alla comunità, al tessuto sociale, che si è notevolmente affievolita negli ultimi decenni.

Ma Whitaker sottolinea anche gli sforzi, già in atto, verso un approccio terapeutico di natura più psicosociale, citando l’esperienza dell’Open Dialogue, un approccio originato in Finlandia, consistente nell’utilizzo di una network psicosociale di sostegno nella gestione del disagio emotivo, diminuendo così l’enfasi sull’utilizzo degli psicofarmaci.

Purtroppo, rileva anche che la diffusione di questo approccio si sta accompagnando ad una “contaminazione” organicista con un utilizzo degli psicofarmaci meno selettivo di quello dello studio originario in Finlandia.

Nella rubrica degli interventi psicosociali che si oppongono al modello organicista, cita anche i sistemi di salute mentale norvegese e israeliano in cui alcune corsie di ospedale sono interamente dedicate ad interventi terapeutici che minimizzano o evitano l’utilizzo dei farmaci, con ottimi risultati.

In questo contesto, ha anche ricordato l’ormai leggendario percorso della “casa di recovery” Sotheria, negli Stati Uniti, in cui psicosi e disagio emotivo venivano trattati con interventi psicosociali, che fu progressivamente scoraggiata e poi completamente stroncata   dall’establisment.

Nella narrazione, ci ricorda come diverse realtà, che fanno capo al “movimento del recovery” basato sulla “esperienza di vita”, come quella degli “uditori di voci” che gestiscono il disagio emotivo come un’esperienza di adattamento e di evoluzione, che promuove non solo la possibilità di superamento delle difficoltà psicologiche, ma anche di una crescita individuale nella gestione della vita in senso lato.

In questa cornice, Whitaker identifica il ruolo di MAD IN AMERICA e degli alti siti MAD, incluso ovviamente MAD IN ITALY. Lo articola, essenzialmente, come un progetto per “decostruire” il corrente approccio organicista tramite diverse attività che includono articoli, conferenze, progetti di ricerca ed anche supporto di formazione per professionisti nel campo della salute mentale.

In questo contesto, ipotizza anche un ruolo per la psichiatria, in una   dimensione professionale che metta in risalto il significato più umanistico, sociale, culturale e storico del disagio emotivo.

Si può affermare ragionevolmente che il discorso di Whitaker, basato su dati reali e considerazioni fattuali, non fa una piega.

Qual’è la situazione italiana?

Ma, detto questo, quali sono le sue implicazioni per la situazione del sistema di salute mentale in Italia?

Le caratteristiche della psichiatria italiana correntemente ricalcano quelle della psichiatria americana e mondiale: cioè si poggiano, essenzialmente, su un approccio organicista che privilegia l’uso aggressivo e prolungato dei farmaci. Al tempo stesso, non offre un accesso adeguato a percorsi psicosociali, sminuendo l’importanza dei determinanti sociali della salute.

Di fatto, pone il ricovero ospedaliero come perno essenziale dell’intervento psichiatrico, in un quadro di inadeguatezza della rete dei servizi sul territorio, di mancanza di strumenti per prevenire crisi emotive, di un ricorso ai trattamenti involontari in misura sproporzionata, di scarsa partecipazione dell’utente allo sviluppo di un piano terapeutico individualizzato e dell’assenza  della figura del “utente esperto” che potrebbe alleviare, o anche prevenire, episodi di crisi emotiva, di ricoveri in ospedale e di visite al pronto soccorso.

Come già detto, Whitaker si preoccupa anche che la gestione sanitaria della pandemia del COVID -19 potrebbe risultare in un uso massiccio di psicofarmaci.

Ed infatti, sembra che in Italia l’uso degli psicofarmaci durante l’epidemia sia aumentato per quasi tutte le categorie: tranquillanti, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, ipnotici ed antipsicotici.

Ci sono molte storie di persone che hanno scelto di chiudersi in sé stessi, limitare le relazioni con gli amici e anche con i parenti. Per non parlare dei dati emergenti su abusi psicologici e fisici, dovuti a fenomeni di convivenza forzata. Ovviamente, l’aumento della vendita degli psicofarmaci rispecchia queste situazioni e stati d’animo.

Sarebbe pleonastico affermare che per cambiare la realtà dei servizi di salute mentale in Italia c’è bisogno di determinazione, coraggio, ma soprattutto di integrazione degli sforzi e delle iniziative di tutti quei gruppi ed entità che si sforzano di realizzare progetti che non vedano nella psicofarmacologia il pilastro essenziale della lotta al disagio emotivo.

C’è quindi un gran bisogno di una network di collaborazione che veda l’utente come forza trainante di una riforma sostanziale del sistema, inclusa l’introduzione della figura degli esperti alla pari (peer specialists), e la creazione di cliniche e luoghi in cui attuare processi di diminuzione e dismissione dei farmaci.

MAD IN ITALY, col supporto degli altri siti MAD negli altri paesi, si sforzerà sempre più assiduamente alla creazione di tali progetti e network. È un percorso difficile, ma siamo fiduciosi che i progressi siano possibili, come dimostrato dall’interesse crescente sul soggetto della dismissione degli psicofarmaci grazie al contributo di utenti, colleghi e professionisti.