Toccare il fondo del barile – di Roberto Berardocco

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Pubblichiamo la testimonianza di Roberto Berardocco che riguarda la sua esperienza come utente. Questa testimonianza è parte dello sforzo di Mad In Italy di sollecitare narrazioni di utenti con lo scopo di intraprendere una critica costruttiva che contribuisca a riflessioni ed ad un coinvolgimento sempre più consistente degli utenti e dei loro familiari nella gestione dei servizi della salute mentale.

Sono Roberto Berardocco, nato a Montesilvano il 16 /11/1963 con residenza affari in via Kunavarjeva ulica Ljubliana CAP 1000 e domiciliato a Montesilvano. (PE)

Alla mia nascita si realizza in Italia la fine del boom economico, mentre si appresta a entrare in una fase più “problematica” che porterà alla prima crisi della lira e alla sua svalutazione. È l’Italia che sta per conoscere l’orrore della speculazione edilizia, un Paese ingenuo e forse un poco puritano, che piomba nella tragedia quando crolla la diga del Vajont, portandosi dietro un’intera vallata e più di 1.900 morti in una notte. A voler credere al destino si poteva immaginare, fin da allora, che avrei avuto una vita piena di problemi difficili da superare.

Nonostante la mia statura non elevata, mi accorsi subito di sapermi far rispettare dai “lunghi”. Infatti, facendo sport e molto footing, mi resi conto di essere coordinato e di avere un forte equilibrio.

La bassa statura aiuta non poco a vincere in ogni contesto sportivo (faccio un nome solo: Maradona) e la naturale aggressività che l’essere maschio caucasico basso porta con sé, ti fa essere anche un lottatore.

Dalle biografie dei “grandi bassi” mi resi subito conto che la statura non è un handicap e che i bassi sono nati per conquistare il mondo e sottomettere gli alti e i normali in virtù di una capacità di impegno che ha animato le gesta di Silvio Berlusconi, di Napoleone, di Madonna, di Dustin Hoffman, di Lenny Kravitz, di Prince, di Phil Collins, di Al Pacino, di Woody Allen, di Ben Stiller, di Riccardo Cocciante, di Jason Schwartzman, di Michael J. Fox, di Beethoven, di Robert Downey jr., di Alfred Hitchcock, di Renato Brunetta, di Paul Simon e di Ringo Starr, tra gli altri.

Tutti diventati famosi nel proprio lavoro, al solo scopo di rivalersi contro l’umanità e finalmente dominare il mondo.

Ho lottato con tutte le mie forze, sono diventato un abile coiffeur tanto da diventare in poco tempo un beniamino della Jean Louis David e aprii dei centri a Montesilvano, Pescara, Silvi e Lanciano, un lavoro esaltante che mi dette tranquillità economica e visibilità commerciale. Ma la sfortuna era alle spalle e un’allergia a certi prodotti che dovevano essere usati per forza mi misero in una situazione di imbarazzo professionale.

Ma, come detto prima, ero un lottatore e avevo sempre mille idee per la testa da realizzare. Sfruttai la mia passione per il calcio e le mie competenze tecniche. A cinquant’anni ero riuscito a realizzare una bella famiglia numerosa, ero certo di essere l’orgoglio dei figli, ero soprannominato nel quartiere ”il sindaco”, avevo creato l’azienda della mia vita, la “Bera pro doo”, una srl in Slovenia, con centinaia di calciatori sotto procura e con la possibilità di ingenti guadagni.

Già mi vedevo avanti negli anni con il ruolo di presidente onorario e avere alla guida della mia impresa i miei figli, quattro aquilotti, che ho cercato di educare facendo loro capire tutti i valori necessari per realizzarsi ed emergere nella vita.

Ma il destino, che già aveva espresso le sue prime minacce in quegli anni, e che ero riuscito ad annullare con la mia forza di volontà, mi colpì a tradimento facendomi incontrare, il 3 settembre del 2015 la psichiatria nella persona, apparsa a prima vista, come persona dall’aspetto gradevole, giovane, con jeans color ocra e maglietta verde Lacoste, della dottoressa R. D. con il compito di visitarmi di attestare che le mie condizioni psichiche fossero buone.

Senza tornare ai dettagli di quel 3 settembre 2015 in cui effettuai un’azione dimostrativa per sollecitare un interesse concreto da parte della magistratura e poter parlare direttamente con il magistrato di Pescara (ora a Roma) dottor G. V. e che volevo incontrare per precisare i dettagli della mia situazione, mi ritrovai esposto al pubblico ludibrio per le esagerazioni di una stampa locale, male informata, e sempre alla ricerca dello scoop che videro possibile, essendo io al momento un personaggio molto in vista nel mondo calcistico, che scrissero di tentato suicidio con descrizioni allucinanti degni di un thriller poliziesco.

Raggiunto lo scopo di far arrivare a casa mia decine di persone che avevo sollecitato e allertato con centinaia di messaggi (cosa che un presunto suicida non farebbe mai) mi ritrovai con degli agenti della polizia municipale, con addetti del 118, con questa dottoressa che doveva visitarmi e relazionare sul mio stato di salute, fisica e mentale.

Ero pronto a rispondere alle domande, a fare quello che mi avrebbe chiesto, ma volle solo sapere i miei dati anagrafici, parlò con i numerosi agenti presenti e scrisse, scrisse, scrisse, alla fine mi chiese: Prende farmaci? Precisai che non li prendevo mai perché ero e sono contrario a tutto per scelta di vita. Ma la dottoressa ritenne che dovessi prendere delle gocce che lei aveva con sé e insistette tantissimo perché ingurgitassi delle ”goccine”.

Da quel momento cominciò il mio calvario.

Di niente bisogna aver più paura che di cadere in mano agli psichiatri, dicono tutti coloro che hanno avuto la sventura di avere a che fare con essi.

La maggior parte della gente al giorno d’oggi ha difficoltà a capire l’impatto distruttivo della psichiatria sulle comunità di tutto il mondo.

Per troppe persone, la lezione viene imparata solo dopo che uno psichiatra ha distrutto una parte della loro vita.

Il motivo scatenante può essere di diversa natura, la morte di un caro, un tracollo finanziario, la consapevolezza di un figlio giocatore di talento che per colpa altrui non riesce ad avere il giusto riconoscimento…

Dopo varie vicissitudini che mi hanno portato a subire diversi trattamenti in TSO, alcune volte richiesti volontariamente proprio per difendermi dagli effetti collaterali di alcune medicine che mi venivano somministrate.

Una delle cose più importanti da sapere in merito alla psichiatria è la completa mancanza di scienza a sostegno del suo sistema di diagnosi o dei suoi trattamenti.

“Medicalizzando” i problemi di ogni giorno, gli psichiatri hanno etichettato milioni di persone come mentalmente malate, e le hanno convinte o forzate ad adottare farmaci psicotropi prescritti come routine delle loro vite o anche a subirle senza essere preventivamente informati e per iscritto di ciò che avevano intenzione di somministrare.

Dopo mesi di sevizie, di vita irreale, non mi riconoscevo più, ritirai la cartella clinica, ero tra il curioso e lo spaventato, finalmente avrei potuto leggere ciò che aveva scritto la dottoressa R. quella sera del 03.09.2015, cercavo cosa aveva rilevato per ricoverarmi in ospedale, in reparto psichiatria, per insistere così tanto per farmi mandar giù delle gocce per forza deve aver rilevato una cosa grave, gravissima, riporto il certificato/verbale:

Il paziente viene accompagnato in P.S. dal 118 e dalle forze dell’ordine chiamati dallo stesso Berardocco dopo aver messo in atto un tentativo anticonservativo mediante impiccamento. Gli agenti di polizia riferiscono di averlo trovato con un cappio al collo e su una sedia in evidente stato di agitazione. Al momento del colloquio si evidenzia un lieve slivellamento verso l’alto del tono dell’umore. Accetta di ricoverarsi volontariamente. Si somministra in estemporanea RIVOTRIL.

Ho riportato il documento precedente per far capire come è La psichiatria” non sono disquisizioni sanitarie ma giuridiche, infatti dietro mie pressioni scritte sarò chiamato a dimostrare che non sono ”MATTO”, non a un medico, come sarebbe logico, ma devo farlo in una aula di tribunale a un giudice e una corte, tenendo presente che non ho un avvocato. Nessuno mi ha voluto tutelare, ma non mi sono perso d’animo, ricordando che la legge dice con l’art. 24 che è dovere di ogni cittadino tutelare i propri interessi legittimi e la legge deve trovare i mezzi e i modi per cui questo avvenga. Mi sono armato dell’autotutela. L’autotutela, nell’ordinamento giuridico italiano, designa:

nel diritto civile, la possibilità riconosciuta al titolare di un diritto soggettivo di ottenere un determinato effetto giuridico senza il ricorso ad un organo giurisdizionale.

nel diritto amministrativo, la facoltà riconosciuta ad un’amministrazione pubblica di annullare, revocare o riformare un atto amministrativo per ragioni differenti alla legittimità dell’atto medesimo.

Nel diritto internazionale, inoltre, l’autotutela designa la prerogativa riconosciuta ad uno Stato di reagire dinanzi ad un illecito internazionale commesso da un altro Stato, mediante sanzioni o contromisure dirette allo Stato offensore e finalizzate ad ottenere la cessazione e la riparazione dell’illecito.

Sulla mia pelle, in questi anni, ho dovuto subire le “cure della psichiatria”. Dato anche che gli psichiatri sono i soli giuridicamente competenti a convalidare richieste di pensione d’invalidità per “malattia mentale”, di sovvenzioni, di raccomandazioni per ricoveri in case-famiglia, …, quella psichiatrica è una morsa anche economica. Perciò senz’altro gran parte dei familiari ma anche molti “pazienti” si assoggettano supini alle decisioni dello psichiatra, visto anche elargitore di sovvenzioni, pensioni, …

Non risulta che il 99,99% degli psichiatri abbia mai guarito nessuno, solo tutti risultiamo attutiti e debilitati dalle attuali cure, e perciò zitti e demoralizzati sembriamo alla gente come “curati” senza esserlo affatto. E non ci sono nemmeno minime prove concrete che ci siano danni al cervello in corrispondenza alle “diagnosi” psichiatriche.

La sostanza del fenomeno dell’impazzire della pazzia non è affatto compreso dagli psichiatri, che si accontentano di un facile assopimento artificiale della nostra ribellione con droghe chimiche.

Purtroppo, persiste nella società attuale una immagine negativa della “pazzia”. Nella cultura generale colta, ma anche popolare, da secoli esiste, è concreto ed è possibile che qualcuno possa “impazzire”. Impazzimento e pazzia quale fenomeno di uscir parecchio “fuori dalle righe”, fuori dal comportamento e dalle convinzioni solite note. E con carattere di imprevedibilità, inaffidabilità e pericolosità. Da ragazzini si impara a riconoscere un noto “pazzo” in giro.

La società tutta quindi teme e si guarda da sospettati “pazzi”. Secondo, chi scrive a torto nella maggior parte dei casi. Ma si innesca anche un meccanismo sociale di “capro espiatorio”, cioè convenienza culturale e sociale – e di molti politici – ad avere qualcuno da colpevolizzare.

Nella società contemporanea si tenta di esorcizzare il timore e la paura del “pazzo” cambiando i nomi: non “pazzia” ma “malattia mentale”, intendendo del cervello, e delegare il “problema dei pazzi” ad un apposito medico specializzato: lo psichiatra. Ora quindi e ben volentieri la cultura, i familiari e le leggi danno la delega di competenza alla psichiatria, nonostante:

1) il cervello risulti senza danni nelle più gravi diagnosi psichiatriche

2) che tranne rare eccezioni presto soffocate (Basaglia, in Italia) mai nessuno psichiatra ci ha compreso o ancor meno guarito.

Sarebbe più logico dare la competenza a psicologi; ma oramai la psichiatria ha preso l’osso e non lo molla, anche perché si è specializzata a fare da carceriere, sia fisicamente che con droghe dette psicofarmaci, e questo risulta molto utile ai “benpensanti”, dal potere politico, a molti familiari, allo stato.

La psichiatria forte della delega senza riserve può ora accrescere ampiamente il suo dominio professionale anche a casi che non erano considerati “pazzia”, quali figlioli prodighi, figlie ribelli, ragazzini insofferenti della disciplina scolastica. E ora ampiamente e molto lucrosamente per gli psichiatri chi si trova in una situazione di vita insoddisfacente, non è che si trovi in una situazione di vita insoddisfacente e debba cercare di trovare un’altra situazione, ma è “malato mentale/depresso” bisognoso di cure farmacologiche.

Dopo varie traversie, molte delle quali descritte con dovizia di particolari in un libro scritto da me e venduto da Amazon, ho dovuto prendere forzatamente il farmaco Risperdal 37,5 e poi Abilify Maintena 400 ml nonostante avessi più volte detto che quegli psicofarmaci mi avevano procurato in precedenza notevoli effetti collaterali negativi.

Per tentare di difendermi da tutta una serie di coercizioni subite dal 2015 ad oggi mi sono visto costretto a presentare presso la Questura di Pescara una circostanziata denuncia, querela nella quale ho ricordato tutti i passaggi, dal momento della mia azione dimostrativa del settembre 2015 ad oggi, precisando le azioni messe in atto dai vari medici che si sono interessati alla mia vicenda e considerando che in casi similari al mio, per la somministrazione di farmaci ”forti” come il Risperdal 37,5 mg e Abilify Maintena 400 ml, la Johnson&Johnson è stata obbligata a risarcire i pazienti con somme considerevoli. Annunciai che avrei posto in essere tutte le forme lecite e legali per avere giustizia e il giusto indennizzo per le sofferenze subite ad opera dell’uso reiterato di questo farmaco e soprattutto di vedere confermato legalmente il mio diritto all’autotutela, visto che nessun avvocato interpellato aveva ritenuto di dovermi difendere in stampo di gratuito patrocinio.

Finalmente, il 28 agosto 2019 sono stato chiamato in Tribunale a Pescara davanti alla corte giudicante presieduta dal Giudice C. d. F. per discutere un Ricorso a TSO per mancanza assoluta di motivazione. Il giudice C. d. F. si è insospettito a tal punto che tramite posta PEC mi ha convocato in tribunale per sincerarsi delle mie condizioni e approfondire le mie richieste legittime, per cui mi ha concesso in deroga speciale di poter ricorrere a tutti i TSO, anche se i termini di legge sono ampiamente superati, ho fatto notare che è un vuoto legislativo del legislatore e il giudice, applicando il principio basilare del diritto “La diligenza del buon padre di famiglia” mi ha concesso di difendere me stesso in tribunale.

Sono mesi che studio e non voglio deludere il giudice che mi ha fatto questa concessione, né le migliaia di persone che mi hanno contattato per mail, Facebook e telefonicamente, per cui darò tutto me stesso per ottenere l’annullamento dei provvedimenti di TSO, per mancanza di motivazione, ben sapendo che si aprirebbero le speranze di tutti gli sventurati colpiti da TSO negli ultimi cinque anni perché il caso ”Berardocco” creerà giurisprudenza e potrà essere utilizzata come riferimento giuridico al fine di allargare i termini di presentazione del ricorso a TSO. (Roberto Berardocco)

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