Gli psichiatri psichiatrogeni e la banalità letteraria

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Laura Guerra

L’articolo racconta come, dopo un incidente sportivo, una serie di diagnosi psichiatriche e psicofarmaci somministrati in modo inappropriato abbiano trasformato una sofferenza fisica in un percorso di medicalizzazione devastante. Gli effetti collaterali dei farmaci vengono scambiati per nuovi disturbi, generando un’escalation diagnostica e terapeutica che porta l’autore sull’orlo della manicomializzazione. Solo grazie a professionisti competenti nella deprescrizione riesce, dopo anni, a liberarsi dai farmaci e scoprire che il “disturbo bipolare” attribuitogli era iatrogeno. Il testo denuncia narcisismo terapeutico, abuso diagnostico e mancanza di ascolto nel sistema psichiatrico.

 

Gli psichiatri psichiatrogeni e la banalità letteraria

Di Tommaso Randazzo

Improvvisamente, per un incidente sportivo, divento un diagnosticato psichiatrico. Non conta niente se lavoro nel sociale da vent’anni come pedagogista, formatore e facilitatore linguistico. La psichiatria non guarda in faccia a nessuno.

Non importa chi eri o cosa facevi.

Ora sei un pazzo.

Non importa se potevi superare le difficoltà grazie alla tua esperienza.

Ora ti devi prendere gli psicofarmaci.

Non importa se non hai compiuto alcun reato.

Ora ti chiudono in un SPDC (servizio psichiatrico di diagnosi e cura).

Con la psichiatria ho conosciuto una grande varietà di violenze sulla mia persona.

“Ho conosciuto” ma non “ho subito”. Se avessi subito la loro violenza, adesso non sarei qui a scrivere.

Dopo un incidente sportivo, che mi ha causato problemi alla schiena abbastanza importanti, i medici mi hanno prescritto dosi massicce di ansiolitici per farmi dormire. E dato che non riuscivo a farlo da settimane, perché non riuscivo ad appoggiare la schiena da nessuna parte a causa dei dolori, ho accettato, nonostante avessi già una coscienza critica verso gli psicofarmaci e gli psichiatri, una coscienza che chiamerei “antipsichiatrica”.

Il primo a prescrivermi gli psicofarmaci fu l’ortopedico. Con le benzodiazepine avrei dormito e con quel particolare antidepressivo, “un neurotrofico”, avrei avuto giovamento riguardo al trofismo appunto della schiena.

Che io non abbia mai capito cosa volesse dire “neurotrofico”, è un’altra faccenda. Poi mi rivolsi a una psichiatra, perché gli effetti collaterali erano sempre più importanti: crisi di pianto, agitazione, attacchi di panico e soprattutto stava iniziando, lenta ma inesorabile, l’acatisia. Dissi alla psichiatra che prima di assumere gli psicofarmaci non avevo questi effetti, queste manifestazioni, questi sintomi. Le parlai proprio di Breggin: «lui dice chiaramente che spesso effetti collaterali e crisi di astinenza legate agli psicofarmaci vengono scambiati per i sintomi di una malattia mentale, con la conseguenza che aumentano sempre più le diagnosi e i corrispettivi farmaci.»

La risposta della specialista: «ma chi è questo Breggin? Io non lo conosco! Di sicuro è uno psichiatra a cui le case farmaceutiche non hanno pagato le conferenze e tutto il resto…»

Un altro psichiatra è arrivato a farmi sette diagnosi nell’arco di due anni. Questo tizio faceva e diceva tutta una serie di cose per darsi un’immagine di persona progressista, impegnata nel sociale. Faceva una sorta di “left washing”. Per esempio sosteneva di essere contrario alle diagnosi, ma puntualmente dopo qualche tempo diceva: «beh, se proprio devo essere franco, tu hai questo grave problema psichiatrico…». Oppure quando io, ad esempio, mi disperavo perché ero ingrassato di venti chili mi faceva: «eh, sei un narcisista patologico».

Se io non ascoltavo i suoi assurdi consigli, come camminare cinque ore al giorno da solo per la città o andare a fare i miei laboratori artistico-educativi con i suoi pazienti che avevano una diagnosi di grave malattia mentale (cosa che nelle condizioni in cui gli psicofarmaci mi avevano ridotto non avrei potuto fare assolutamente)… se non seguivo questi illuminanti consigli, beh allora ero masochista.

Se poi continuavo a fare i miei “discorsi antipsichiatrici”, mi opponevo alle diagnosi sempre più invalidanti e ai farmaci sempre più pesanti, beh allora ero nichilista. E andando avanti così: ossessivo compulsivo, bipolare, borderline. Praticamente, a poco a poco, ha chiamato in causa tutta la nomenclatura diagnostico-psichiatrica con esclusione della sola schizofrenia. Alla fine la rivelazione profetica: disturbo NAS, ovvero disturbo non altrimenti specificato.

Ma anche quelli che lo avevano preceduto, gli psichiatri e gli psicoterapeuti da cui ero andato nel disperato tentativo di farmi deprescrivere gli psicofarmaci che mi stavano letteralmente distruggendo la mente e il fisico, erano stati suoi degni predecessori.

Dopo quasi cinque anni di acatisia e devastazione della mia persona, grazie a una psichiatra specializzata nella deprescrizione e nella naturopatia e grazie a due psicoterapeuti che si sono succeduti rispettivamente con un percorso psicoanalitico e con una terapia cognitivo-comportamentale, mi sono liberato degli psicofarmaci e delle annesse diagnosi. Con grande fatica, ma con risultati che non esito a definire sorprendenti. Tanto che a volte mi dico – ma non fatene parola con nessuno – che tutto sommato dovrei ringraziare gli psichiatri che mi hanno riempito di diagnosi, farmaci e varie forme di oppressione. I cosiddetti medici che credevano di curare un’astratta malattia, un’irreale entità psichiatrica che si era impossessata del mio corpo.  Gli oppressori che si fanno chiamare psichiatri. Sì, li dovrei ringraziare: da sempre superare una grave forma di oppressione regala alla persona la capacità di conoscere e di attivare al meglio le proprie risorse. Che siano artistiche, intellettuali, relazionali o fisiche. Infatti sono uscito da questa esperienza decisamente migliore di prima. Più empatico, più concreto, più resistente. Molto meno remissivo. Lo so, sembrano le parole di un romanzetto yankee sulla rinascita, su “io ce l’ho fatta, ce la puoi fare anche tu”. Forse per questo motivo dovrei fare causa a questi psichiatri psichiatrici: per induzione alla banalità letteraria.

E proprio la dimensione letteraria, in questa storia, ha un ruolo comico. Lo psichiatra delle infinite diagnosi diceva che il mio romanzo Zoologia Urbana era volgare, tanto che sua moglie non era riuscita ad andare oltre le prime pagine. Ma sapete, lui era un esperto di letteratura e lirismo:  scriveva delle poesie imbarazzanti e le pubblicava nel suo autocelebrativo blog. Uno psicoterapeuta fiorentino con un tariffario di 120 euro l’ora (eravamo nel 2019) mi disse che la seconda parte del mio allora inedito romanzo Bordellain era senza senso: si vedeva che quando l’avevo scritta ero già in confusione mentale. Può essere, ma la casa editrice ETS di Pisa, che non è affatto irrilevante nel panorama editoriale italiano e che lo ha pubblicato nel 2024, non ha rilevato alcun problema, così come le persone che poi lo hanno letto. Inoltre, questo psicoterapeuta delle 120 euro l’ora (et labora) era infastidito dal fatto che io dicessi sempre le stesse cose (come un “mantra”, diceva lui) e si limitava ad analizzare scrupolosamente la mia giornata. Cosa avevo mangiato, quali medicine avevo preso, quali vestiti mi ero messo, quante volte ero andato in bagno. Tipo laboratorio di analisi. Mi sembrava di fare la raccolta di urine delle 24 ore.

Un altro psicoterapeuta (consigliato e caldeggiato da un’amica psicologa di mia sorella) quando gli dissi che ero dispiaciuto perché non ero riuscito a portare avanti una relazione sentimentale così a lungo da poter creare una famiglia, si sentì assurdamente sfidato sul piano della mascolinità ed ebbe il bisogno di raccontarmi di avere “avuto” 300 donne, precisando che poi, pentito, aveva messo la testa a posto. Anche lui era un letterato, scriveva romanzi tipo “Il baciamano del portiere di notte” (titolo da me inventato per dare un’idea).

Tutto questo per dire che la cura può anche diventare, da parte del cosiddetto terapeuta, puro e banale esercizio di narcisismo e di competizione, può diventare sminuire l’altro e ammantare di profondità espressiva la propria banalità esistenziale.

Adesso vi propongo un paio di definizioni, surreali ma vere, che sembrano uno scioglilingua. “Psichiatri psichiatrogeni”: generano le malattie che vorrebbero curare. “Psichiatri psichiatrici”: travisano la realtà, interpretandola in modo delirante, proiettando su un paziente devastato dalla psicofarmacologia le diagnosi di un manuale confezionato negli USA dalle multinazionali del farmaco.

A questo punto l’articolo sarebbe finito. Ma urge un approfondimento, serve precisare un paio di cose in dettaglio. Innanzitutto è utile mettere in evidenza come delle cure fisiche, in questo caso ortopediche, sono diventate cure psichiatriche per motivi assolutamente superficiali e leggeri. In pratica la disperazione umana, necessaria e conseguente al fatto di non potermi muovere, non poter appoggiare la schiena, avere dei dolori lancinanti, di non poter dormire per settimane è stata interpretata come una reazione non conforme, anomala.

«Hai una piccola depressione reattiva, qualche mese di antidepressivi e sei libero», mi è stato detto.

Il passo successivo è stato valutare le reazioni avverse e gli effetti collaterali agli psicofarmaci – inizialmente solo antidepressivi e ansiolitici – come un peggioramento della pseudomalattia, della “pseudodepressione” reattiva. Anche se io dicevo in modo chiaro e inequivocabile che quelle reazioni avverse non facevano parte della mia personalità, del mio modo di essere, del mio modo di sentire. Anche se io facevo presente che l’acatisia e le crisi di panico erano in realtà l’effetto rebound degli psicofarmaci. I medici, a quel punto, hanno giudicato gli effetti collaterali come una depressione maggiore. E hanno iniziato a darmi delle dosi più consistenti, che a loro volta hanno causato delle reazioni più importanti, per cui in breve sono passati alla diagnosi di disturbo bipolare. L’acatisia, divenuta ormai invalidante, è stata considerata una disforia, uno stato misto tra la mania e la depressione, e mi hanno somministrato altre classi di farmaci, ben più importanti anch’essi, come gli stabilizzatori dell’umore e gli antipsicotici.

Nello stesso periodo in cui avveniva questa escalation di diagnosi e psicofarmaci, si verificavano due cose. Innanzitutto, quando cercavano di ascoltarmi – e dico “cercavano” perché era sempre un ascolto parziale – abbozzavano un tentativo di deprescrizione. Ma lo facevano scalando tutti i farmaci contemporaneamente e a volte dimezzandoli. Allora gli effetti rebound e le crisi di astinenza diventavano totalmente ingestibili, con le conseguenze che si possono immaginare. Inoltre, ogni volta che mi rivolgevo a un professionista diverso, nella speranza che fosse competente nella deprescrizione, lui per prima cosa cambiava tutti i farmaci, sostituendoli con altri della stessa classe farmacologica, ma con dei principi attivi completamente diversi. E questo peggiorava ulteriormente la mia condizione.

Dopo questo terribile iter mi dissero che le mie condizioni erano talmente gravi che qualsiasi tipo di cambiamento o scalaggio relativo alla cosiddetta “terapia” si poteva fare solo in una clinica: in pratica mi stavano spingendo alla manicomializzazione. Perché si sa che da queste cliniche in generale, e da quella cui mi stavano mandando in particolare, spesso le persone non escono più.

Per fortuna, e in extremis, ho trovato un centro universitario in grado di fare la deprescrizione. Lo psicanalista che mi stava seguendo, l’unico professionista che si relazionava a me con umanità e aveva  molto a cuore la mia situazione, mi ha sostenuto e contro il parere di tutti mi sono rivolto all’équipe del centro universitario. Così mi hanno affidato a una dottoressa specializzata, come dicevo, in psichiatria e naturopatia, e a uno psicoterapeuta specializzato nel gestire le reazioni degli psicofarmaci. Anche loro, e non credo che sia un caso, si comportavano con me in modo umano e partecipe. Il lavoro terapeutico che ho dovuto fare è stato quello di rimediare ai danni fatti dai medici precedenti. Con loro ho iniziato un percorso di deprescrizione a distanza, immaginate, tramite videochiamata, anche se io ero disperato e letteralmente mangiato vivo dall’acatisia. Facevo le videochiamate con il telefono in mano camminando per la casa. La dottoressa non ha fatto nessuna diagnosi, perché  in quelle condizioni ero alterato, intossicato. Dopo due anni e mezzo, quando la deprescrizione era quasi finita e io avevo ripreso pienamente a lavorare e a fare tutte le cose che prima mi erano precluse dallo stato di  devastazione in cui mi avevano ridotto le cure psichiatriche, mi ha detto che si era trattato di un disturbo bipolare iatrogeno, ovvero causato dai farmaci. In questo caso psicofarmaci.

Lascio a voi ogni considerazione.

Solo un’ultima precisazione: qualche retropensiero antimeridionalista potrebbe indurre il lettore e la lettrice a pensare che, essendo io siciliano, il problema dell’inadeguatezza del sistema psichiatrico sia una questione del sud Italia, ecco perché è opportuno precisare che i fatti che ho raccontato si sono svolti tra Firenze, Roma e Siracusa.

 

Tommaso Randazzo è laureato in Lettere con indirizzo Musica e Spettacolo e in Scienze dell’Educazione Sociale. Ha lavorato in vari servizi sociali, specializzandosi nell’insegnamento dell’italiano ai migranti e nella conduzione di laboratori pedagogici con attività artistiche. Ha tenuto seminari e laboratori semestrali di scrittura libera, teatro sociale e animazione musicale nell’ambito dei corsi di laurea di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze.

Cura a Siracusa un ciclo di Lezioni Sociali, gratuite e aperte, in cui persone legate mondo dell’impegno civile svolgono delle conferenze su argomenti quali l’approccio intersezionale, il sistema di tutela contro la violenza sulle donne, l’antipsichiatria, la letteratura italiana e la Resistenza, l’anarchismo solidale e libertario e molto altro.

Insieme al Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa e all’Associazione Cinedrome ETS, ha organizzato“ Flusso d’Incoscienza”, il primo Festival dell’Antipsichiatria Mediterranea che si è tenuto a Siracusa dal 4 al 6 settembre 2026.

Ha pubblicato 40 giorni a Floripa. Diario creativo di un educatore italiano in Brasile (ETS, 2014), Educatori, capitani, supereroi, con Andrea Mannucci (Aracne, 2015) e i romanzi Zoologia Urbana (Sensibili alle Foglie, 2022) e Bordellain (ETS 2024).

Bibliografia

Guerra, Laura. Antidepressivi ed effetti collaterali – Acatisia. Mad in Italy, 18 febbraio 2024.

Antidepressivi ed effetti collaterali – Acatisia – Mad in Italy

 

Mad in Italy. La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie. Mad in Italy, s.d.

La sospensione degli psicofarmaci, un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie – Mad in Italy

 

Randazzo, Tommaso. Zoologia urbana. s.l.: s.e., s.d.

ZOOLOGIA URBANA 

 

Randazzo, Tommaso. Bordellain. Pisa: ETS, 2024. ISBN 9788846767400.

Bordellain – Tommaso Randazzo | Ed. ETS | 9788846767400

 

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Ha inoltre tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici". Recentemente, insieme a Marcello Maviglia e Miriam Gandolfi, ha pubblicato il libro "Sospendere gli psicofarmaci: Come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace.