Così è se vi denunciano – Anatomia di una diagnosi politica

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Laura Guerra
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La proposta Ancorotti introduce un registro pubblico dei condannati per violenza di genere e un accertamento sanitario obbligatorio (ASO) per i semplici denunciati. Questo sposterebbe la risposta istituzionale dalla giustizia alla psichiatria forense, anticipando diagnosi e trattamenti rispetto all’accertamento dei fatti. La misura solleva dubbi di compatibilità con gli articoli 13, 27 e 32 della Costituzione, perché rischia di trasformare la denuncia in una forma di colpevolezza preventiva e il trattamento sanitario in strumento di controllo. L’articolo analizza questa deriva e le sue implicazioni giuridiche.

 

Così è se vi denunciano – Anatomia di una diagnosi politica

di Giovanni Salimbeni

La proposta di legge in esame presso la Commissione Giustizia, a prima firma del senatore Renato Ancorotti (FdI), prevederebbe, secondo quanto riportato, un registro pubblico dei condannati per violenza di genere e, soprattutto, un accertamento sanitario obbligatorio per i semplici denunciati. Una misura che, se approvata in questi termini, rischierebbe di spostare l’asse dalla giustizia alla psichiatria forense, trasformando il sospetto in diagnosi e la denuncia in una forma di colpevolezza anticipata. Il rischio che potrebbe profilarsi è evidente: medicalizzare il controllo sociale, aggirando la presunzione di innocenza e aprendo la strada a trattamenti obbligatori applicati a chi non è né condannato né periziato. Una deriva che solleverebbe interrogativi costituzionali e che mostra come, ancora una volta, la risposta politica alla violenza di genere rischi di scegliere la via più sporca invece di rafforzare gli strumenti già esistenti.

Certi percorsi della politica mi suggeriscono metafore taglianti: a volte sembrerebbe di entrare in un cesso lurido di una stazione di servizio per affondare le mani in un WC dove qualcuno ha appena defecato, e con quella roba aver la pretesa di sciacquarsi faccia e denti. Ovviamente muniti di asciugamano Bellora in lino, spazzolino per gengive delicate e filo interdentale cerato piatto.

Cosa potrebbe succedere se una proposta di questo tipo venisse approvata?

Luca, 40 anni, muratore, incensurato. Litiga con la compagna. Lei lo denuncia.

Oggi quella denuncia dovrebbe essere verificata in un processo. Domani, se una norma di questo tipo venisse approvata, potrebbe accadere altro: i Carabinieri, anche senza flagranza, potrebbero segnalarlo come “a rischio”. Il PM potrebbe disporre un invio dallo psicologo forense del Tribunale per un accertamento sanitario temporaneo obbligatorio. Se venisse confermata una pericolosità, il giudice potrebbe imporre una terapia obbligatoria.

Quello che potrebbe profilarsi richiama lo schema del TSO: nato nelle intenzioni per curare, qui rischierebbe di trasformarsi da strumento sanitario a strumento di controllo preventivo, applicandolo a chi sarebbe solo denunciato, non condannato, non periziato, non malato.

Dalla lettura della proposta sembrerebbe emergere che si preferirebbe andare oltre, tanto da far dire, in senso del tutto metaforico, che in quel cesso ci si farebbe persino una flebo con la diarrea

Si sarebbe potuta fare una norma pulita: un’aggravante blindata ex art. 69, comma 4, c.p. che non avrebbe potuto essere bilanciata con le attenuanti generiche, con ergastolo fisso per l’omicidio ex art. 575 c.p.
Sembrerebbe essere stata scelta la strada più sporca: quella della medicalizzazione del sospetto.

Quello che potrebbe profilarsi porrebbe profili di dubbia compatibilità con tre articoli: l’art. 27 (presunzione di innocenza), l’art. 32 (nessuno può essere obbligato a curarsi) e l’art. 13 (inviolabilità della libertà personale).

Una denuncia rischierebbe di diventare una condanna. Un uomo rischierebbe di diventare una diagnosi. E il patriarcato finirebbe per sostituire una perizia e il processo.

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Ha inoltre tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici". Recentemente, insieme a Marcello Maviglia e Miriam Gandolfi, ha pubblicato il libro "Sospendere gli psicofarmaci: Come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace.