Silenziati, non curati – Il fallimento del modello psichiatrico

0
4
Laura Guerra

Silenziati, non curati – Il fallimento del modello psichiatrico

La psichiatria continua a occupare il centro della salute mentale, ma gli strumenti su cui si regge — soprattutto gli psicofarmaci — non affrontano le cause della sofferenza. Il risultato è un sistema che sedando i sintomi finisce per cronicizzarli. A sostenere questo modello c’è anche l’industria farmaceutica, che per decenni ha promosso la narrativa degli “squilibri chimici” come base dei disturbi mentali. L’articolo propone di spostare il baricentro della cura verso la psicoterapia e gli interventi relazionali, restituendo alla sofferenza psichica la sua natura umana e complessa.

 

La psichiatria mantiene una posizione centrale nella salute mentale: dirige i servizi, stabilisce protocolli, definisce priorità. Talvolta esercita questo ruolo anche in modo coercitivo, imponendo trattamenti antipsicotici depot contro la volontà della persona, ricorrendo alla contenzione o limitando la libertà individuale attraverso la pratica del TSO.

Eppure questa centralità non è sostenuta dagli strumenti di cui dispone. L’intervento principale resta la prescrizione di psicofarmaci: utili nel breve periodo per attenuare o sopprimere i sintomi, ma incapaci di affrontarne le cause. Agiscono “a valle”, riducendo l’espressione della sofferenza psichica senza intervenire sulle dinamiche che la generano (Moncrieff 2008, Healy 1997).

La sofferenza psichica nasce nelle relazioni, nella storia personale, nel contesto sociale e culturale. È un fenomeno complesso, che richiede strumenti altrettanto complessi: ascolto, comprensione, lavoro sulle dinamiche emotive e relazionali.

 

Soppressione dei sintomi e cronicizzazione

Gli psicofarmaci possono essere utili negli stati acuti, ma a lungo termine rischiano di produrre più danni che benefici (Fava e Offidani 2011). Il loro uso, quando necessario, dovrebbe essere limitato nel tempo e accompagnato da psicoterapia di qualità e interventi psicosociali mirati a trasformare le dinamiche che alimentano la sofferenza.

Quando l’intervento si limita alla soppressione dei sintomi, il risultato non è la cura, ma la cronicizzazione (Whitaker 2010).

Gli psicofarmaci generano tolleranza e assuefazione, fenomeni raramente spiegati alla persona. Con il tempo perdono efficacia e non possono essere interrotti rapidamente senza provocare crisi di astinenza, talvolta molto gravi. Poiché molti prescrittori non riconoscono questi fenomeni, le crisi di astinenza vengono spesso scambiate per peggioramenti del quadro emotivo o ricadute nel “disturbo”, portando a nuove diagnosi e a un aumento del carico farmacologico.

Invece di gestire la sospensione con riduzioni lente e graduali, si ripristina il trattamento a pieno regime e si aggiungono nuove classi di farmaci per contenere i sintomi di astinenza (Breggin 2013). Così molte persone rimangono intrappolate in percorsi farmacologici lunghi, senza una reale prospettiva di uscita, con conseguente cronicizzazione dei sintomi e comparsa di effetti collaterali.

In questo modo la sofferenza viene silenziata, non compresa.

 

Il problema non è solo clinico, ma culturale

La psichiatria è diventata il modello dominante della salute mentale non perché sia il più efficace, ma perché è il più istituzionalizzato: dispone di strutture, potere, risorse, riconoscimento.

A rafforzare questa centralità ha contribuito anche il ruolo delle case farmaceutiche, che per decenni hanno sostenuto e promosso il modello organicista perché funzionale alla diffusione degli psicofarmaci (Angell 2004). L’idea che la sofferenza psichica derivi da “squilibri chimici” — come la presunta carenza di serotonina o l’eccesso di dopamina — è stata ampiamente utilizzata per legittimare l’uso dei farmaci come intervento principale (Moncrieff et al. (2022).

Questo paradigma, pur privo di basi scientifiche solide, ha avuto una forza culturale enorme: è semplice, rassicurante, facilmente comunicabile e perfettamente allineato agli interessi dell’industria farmaceutica.

Ha contribuito a consolidare la psichiatria come autorità centrale, anche quando gli strumenti che possiede non sono adeguati a comprendere o trasformare la sofferenza psichica.

 

Una transizione necessaria

La psichiatria, con gli strumenti che possiede, non può essere il perno della salute mentale. Può contribuire, ma non può guidare l’intero sistema.

Per affrontare davvero la sofferenza psichica serve un cambio di paradigma radicale: spostare la cura dalla soppressione dei sintomi alla comprensione delle cause. Questo significa investire seriamente nella psicoterapia, formare psicologi competenti e riconoscere che la salute mentale è un fenomeno umano, relazionale, sociale — non un semplice problema biologico da sedare.

La centralità deve passare a professionisti che lavorano sulle dinamiche emotive e relazionali, sulle storie di vita, sui contesti che generano la sofferenza. Gli psicologi devono riappropriarsi della loro identità professionale, e la psicoterapia deve diventare l’intervento primario, non un accessorio da affiancare ai farmaci.

Finché la psichiatria resterà il modello dominante, continueremo a zittire i sintomi invece di comprenderli, a cronicizzare ciò che potrebbe essere trasformato, a mantenere le persone in percorsi che sedano la sofferenza senza affrontarne le radici.

 

Bibliografia

Angell, M. (2004). The truth about the drug companies: How they deceive us and what to do about it. Random House.

Breggin, P. R. (2013). Psychiatric drug withdrawal: A guide for prescribers, therapists, patients and their families. Springer. https://doi.org/10.1007/978-1-4614-5316-5 (doi.org in Bing)

Deacon, B. J. (2013). The biomedical model of mental disorder: A critical analysis of its validity, utility, and effects on psychotherapy research. Clinical Psychology Review, 33(7), 846–861. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2012.09.007 (doi.org in Bing)

Fava, G. A., & Offidani, E. (2011). The mechanisms of tolerance in antidepressant action. Progress in Neuro-Psychopharmacology & Biological Psychiatry, 35(7), 1593–1602. https://doi.org/10.1016/j.pnpbp.2011.06.008 (doi.org in Bing)

Healy, D. (1997). The antidepressant era. Harvard University Press.

Moncrieff, J. (2008). The myth of the chemical cure: A critique of psychiatric drug treatment. Palgrave Macmillan.

Moncrieff, J., Cooper, R. E., Stockmann, T., Amendola, S., Hengartner, M. P., & Horowitz, M. A. (2022). The serotonin theory of depression: A systematic umbrella review of the evidence. Molecular Psychiatry, 28(8), 3243–3256. https://doi.org/10.1038/s41380-022-01661-0

Whitaker, R. (2010). Anatomy of an epidemic: Magic bullets, psychiatric drugs, and the astonishing rise of mental illness in America. Crown.

Wampold, B. E., & Imel, Z. E. (2015). The great psychotherapy debate: The evidence for what makes psychotherapy work (2nd ed.). Routledge. https://doi.org/10.4324/9780203582015 (doi.org in Bing)

SHARE
Previous articleGli psichiatri psichiatrogeni e la banalità letteraria
Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Ha inoltre tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici". Recentemente, insieme a Marcello Maviglia e Miriam Gandolfi, ha pubblicato il libro "Sospendere gli psicofarmaci: Come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace.