Saper distinguere la carta regalo dal contenuto del pacco. Ovvero la battaglia per i diritti LGBTQIA+ coincide con la battaglia per i diritti umani?

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Miriam Gandolfi

Saper distinguere la carta regalo dal contenuto del pacco. Ovvero la battaglia per i diritti LGBTQIA+ coincide con la battaglia per i diritti umani?

di Miriam Gandolfi, psicologa, psicoterapeuta, Bolzano – Trento

 

Chi scrive appartiene ad una generazione in cui se, alla scuola elementare (oggi detta primaria), si chiacchierava troppo e non si stava seduti con le mani in seconda (dietro la schiena), veniva inflitto il castigo di stare in ginocchio sulla predella di legno che reggeva la cattedra. Ma poteva anche capitare di essere piazzati, durante la lezione, in piedi dietro la lavagna o essere spediti nella classe vicina esposti al ludibrio degli altri alunni. Ma il massimo della pena era che una femmina (in quel caso non si era più una bambina) venisse spedita nella classe dei maschi (in quel caso non erano solo bambini). Bene, io ho sperimentato ognuna di quelle varianti e sono la dimostrazione vivente che usare la categorizzazione e la definizione positiva di un gruppo a cui appartenere come metodo per costruire un’identità socialmente accettata sia del tutto fallimentare.

Infatti per mia madre sono stata sempre un maschiaccio, per mio padre ero una femmina, quindi con vincoli molto stretti da cui fuggire appena possibile. Appena ho iniziato a lavorare come psicologa ho protestato, contro le classi speciali dove i bambini con disabilità venivano chiamati minorati; poi per ottenere una legge che tutelasse il diritto di chi (donna o uomo) potesse scegliere responsabilmente la maternità e la paternità. Sono stata rappresentante sindacale e ho rischiato il licenziamento, perché alle donne lavoratrici venisse concesso il part-time. Mi sono sposata, ma solo perché era appena stata promulgata la legge sul divorzio, al cui referendum confermativo avevo potuto partecipare.

Nella mia pratica professionale, tra un mese sono 50 anni, lavoro con omosessuali donne e uomini (cominciamo con l’introdurre la parità di genere, eliminando le inutili categorie L e G ), che chiedono aiuto per gli stessi problemi degli eterosessuali; con persone che sono riuscite a capire e poi ad avere il coraggio di cambiare la loro vita sentimentale, sociale e sessuale (non ho mai pensato che fossero dei T ma semplicemente Persone); con giovani che cercano di comprendere chi vogliono diventare, essendo certi però di non voler essere come le loro madri o i loro padri (le loro storie sono troppo ricche e complesse per farli rientrare nella categoria I o B o A). E poi secondo quale criterio definitorio e scala di misurazione è possibile classificare le persone in base al grado di a-romanticismo? Negli anni in cui ho lavorato nella Pediatria dell’Ospedale Regionale di Bolzano ho incontrato le storie di bambini e genitori che hanno dovuto affrontare degli “scherzi di natura”: l’ambiguità biologica dei caratteri sessuali (chissà se sono da mettere nella scatola +). Affronto con portatori di disabilità fisica e cognitiva il loro diritto negato ad una vita sessuale: loro che vengono chiamati “ragazzi” fino alla vecchiaia non solo dai genitori, ma anche dagli operatori.

Perché i sostenitori del movimento LGBTQIA+ non hanno coniato un termine per la loro categoria? Fa senso immaginare la loro vita sessuale? E perché non aggiungere la categoria di coloro che ricevono una diagnosi psichiatrica, la cui vita sessuale è devastata dagli effetti secondari degli psicofarmaci e che ancora oggi sono controllati a vista nelle strutture in cui sono ricoverati donne e uomini.

Dunque ho contribuito a stilare la petizione che critica l’operato dell’Ordine Professionale a cui appartengo, in piena consapevolezza e senza paura di critiche da parte di chi pensa che basti incartare il problema dei diritti umani in una bandiera arcobaleno e sfilare per un giorno in una piazza, senza doversi sporcare le mani e farsi carico dei percorsi di vita reale, dove il reale diritto alla salute fisica e psichica viene ancora coartato. Ordine che si occupa dei Cittadini solo sulla carta, sbandierando la promessa di ottenere diritti, quando invece si promuove il metodo di parcellizzare gli esseri umani in etichette sempre più strette e restrittive, che riducono il loro diritto ad autodefinirsi.

Mi chiedo se davvero non si rendano conto che stanno avallando il metodo, sempre più invadente, di costruire recinti che, con la promessa di garantire un diritto (quale? Di appartenere a una categoria?) interferiscono con quel processo, che dura tutta la vita, di costruire la propria identità di essere umano che non debba rinunciare al proprio significato personale, per non essere escluso dalla società in cui si trova a vivere.

Chiedo al lettore di andare a leggere il significato delle singole lettere dell’acronimo[1] e di interrogarsi se ritiene che sia sensata o meno questa furia classificatrice, furia che porta anche all’aumento di diagnosi psicologiche, che si incarnano nell’identità della persona stessa: sono un bipolare, sono un border, sono un adhd, sono un dsasono un neurodivergente….

Visione parcellizzante, coerente con una visione del mondo che crea barriere tra contesti culturali, linguistici e religiosi. Si pensi che nella provincia Autonoma di Bolzano, più del 50% dei bambini che riceve una diagnosi di disturbo dello spettro autistico ha uno o entrambi i genitori stranieri. Classificare anziché comprendere!

Ormai gli Psicologi sono diventati solo dei classificatori e certificatori, ossequiosi a linee guida senza costrutto, anziché persone qualificate e in grado di capire il senso dei processi psicologici nei quali gli aspetti socio-culturali e storici sono fondamentali.

Vorrei chiedere ai miei Colleghi che si sono scandalizzati e hanno criticato chi, come me, pretende un confronto sul piano scientifico, circa il modo di affrontare anche questo specifico aspetto del percorso esistenziale: siete certi che non serva essere dei Q? Persone che si interrogano continuamente e coltivano il pensiero libero e autonomo rispetto alle strumentalizzazioni. La Psicologia, al pari di altre discipline scientifiche, si presta a processi di controllo sociale e perciò a rischio di “struscio” politico. Dunque non si tratta di neutralità, al contrario, di attiva assunzione di responsabilità nell’analizzare un fenomeno ad alta complessità e con implicazioni che vanno ben oltre scelte e gusti sessuali dei singoli.

Penso sia ora che la categoria si interroghi seriamente su quale identità professionale, intellettuale ed etica voglia darsi. Negli ultimi anni il nostro Ordine ha dato prova di correre dietro al vento che soffia, di coltivare scarso interesse per le questioni scientifiche (ovvero di confronto teorico e di metodo operativo) e ridotta indipendenza dai poteri istituzionali e politici.

Invece di promettere variopinti pacchi dono, invito a guardare i dati epidemiologici ufficiali che indicano anno dopo anno un aumento esponenziale del disagio psichico soprattutto in bambini ed adolescenti e provare a comprendere come porvi rimedio.

Screenshot[1] L- lesbica: donna omosessuale, G-Gay: uomo omosessuale, B-Bisessuale, T-Transgender: chi ha un’identità di genere che non si identifica con i caratteri sessuali secondari del suo corpo, Q- Qeer/Questioning: Qeer indica chi non rientra nelle categorie tradizionali di genere e sesso. Questioning chi sta ancora capendo la sua identità, I-Intersessuale: chi nasce con caratteri biologici o sessuali che non rientrano del tutto nei modelli classici I-Intersessuale: chi nasce con caratteri biologici o sessuali che non rientrano del tutto nei modelli classici maschili o femminili, A- Asessuale Aromantico: chi non prova attrazione sessuale (e/o romantica) verso gli altri, + – plus (ecc. ecc.) indica tutte le altre identità e sfumature non racchiuse nelle lettre precedenti.

 

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Si laurea in Psicologia nel luglio 1976 presso l'Università di Padova e da subito di occupa di temi di integrazione e contrasto alle istituzioni segreganti, ambito che resterà sempre di suo maggior interesse. Infatti nel settembre 1976 accetta di lavorare per il neocostituito Centro Spastici di Bolzano che dopo alcuni anni diventerà il Servizio Provinciale Specialistico per la Riabilitazione dei Neurolesi e Motulesi, occupandosi del superamento delle scuole speciali e degli istituti per adulti incluse le strutture manicomiali. Completa la sua formazione presso il reparto di psicosomatica della Clinica Pediatra dell'Universita di Innsbruck ( 1977) dove si avvicina all'approccio sistemico alla malattia mentale, noto poi come Milan Approch. Proseguirà e concluderà la sua formazione in questo indirizzo a Milano, nel periodo 1980- 1985 divenendo, nel momento della sua fondazione, membro e didatta della Società Italiana di Ricerca e Terapia Sistemica (S.I.R.T.S.). Dal 1999 al 2018 è docente presso l' Istituto Europeo di Terapia Sistemo-relazionale di Milano.( EIST riconosciuta MIUR nel 2001). Lascia il Servizio pubblico nel 1992 mantenendo attività di formazione e supervisione per vari servizi socio-sanitari pubblici e docenze a contratto universitarie. Dal 2020 è docente a contratto presso l'Universita di Bergamo per il corso di Alta Formazione sui Disturbi Specifici dell'Apprendimento. Dal 1992 è co-titolare del Centro di Psicologia della Comunicazione e dell'Officina del Pensiero ( Bolzano e Trento) dove svolge e coordina attività di ricerca in particolare nell'ambito di autismo, DSA e ADHD , temi su cui ha prodotto pubblicazioni. Si è sempre impegnata anche per valorizzare la categoria professionale degli Psicologi assumendo la carica di Segretario provinciale del sindacato degli psicologi prima della costituzione dell'Ordine Professionale (1989) è poi quella di primo presidente dell'Odine Provinciale Provincia Autonoma di Bolzano. Dr. Miriam Gandolfi Psicologa psicoterapeuta Bolzano/Trento www.officinadelpensiero.eu 0471/261719