Il ruolo delle case farmaceutiche nella narrazione sugli effetti collaterali degli antidepressivi – Violenza e Suicidio

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Laura Guerra

Il ruolo delle case farmaceutiche nella narrazione sugli effetti collaterali degli antidepressivi – Violenza e Suicidio

 Gli antidepressivi sono tra i farmaci più prescritti al mondo e vengono utilizzati non solo per la depressione, ma anche per altre condizioni come ansia, disturbi alimentari, fobie e dolore cronico.
Con la diffusione degli SSRI a partire dagli anni ’90 si aprì un acceso dibattito sui possibili effetti collaterali: in una certa percentuale di casi il loro uso fu associato a comportamenti rischiosi, tra cui ideazione suicidaria e violenza.

L’industria farmaceutica contribuì a orientare la percezione pubblica, attribuendo tali episodi esclusivamente alla “malattia mentale” sottostante e minimizzando il ruolo dei farmaci.

 

IMPORTANTE: Questo articolo ha unicamente finalità informative e non costituisce un’esortazione alla sospensione degli psicofarmaci. La sospensione, quando necessaria, dovrebbe avvenire sotto supervisione medica, all’interno di un piano terapeutico condiviso e monitorato.

“Gli psicofarmaci possono causare reazioni da sospensione, talvolta includendo reazioni emotive potenzialmente letali e sintomi fisici di astinenza. In breve, non è solo pericoloso iniziare ad assumere psicofarmaci, ma è anche pericoloso sospenderli. La sospensione dovrebbe avvenire sotto un’attenta e collaudata supervisione clinica.”
(Peter R. Breggin, 2009)

 

Cenni storici in sintesi

  • Nel 1987 la FDA (Food and Drug Administration) approvò il Prozac (fluoxetina, antidepressivo SSRI), che divenne rapidamente uno degli antidepressivi più diffusi.
  • Negli anni ’90 furono segnalati casi di aggressività e suicidio associati all’uso degli antidepressivi, riportati da giornalisti e ricercatori.
  • Nel 2004 la FDA introdusse un “black box warning” (avvertimento sui foglietti illustrativi) del rischio di pensieri suicidari nei giovani.

La “nuova era” degli SSRI

Gli antidepressivi sono oggi tra i farmaci più prescritti al mondo. Oltre al trattamento della depressione, sono stati progressivamente impiegati anche per ansia, fobie, disturbi alimentari e persino dolore cronico.
La loro diffusione ha segnato una svolta nella psichiatria moderna, ma ha anche alimentato un acceso dibattito sugli effetti collaterali e sulla responsabilità dell’industria farmaceutica nel comunicarli.

Il punto di svolta arrivò nel 1987, quando la FDA (Food and Drug Administration) approvò la fluoxetina, meglio conosciuta con il nome commerciale di Prozac. Questo farmaco, appartenente alla classe degli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), divenne rapidamente il simbolo di una “nuova era” della psicofarmacologia: più sicuro rispetto ai vecchi antidepressivi triciclici, più semplice da prescrivere e presentato come una soluzione quasi miracolosa, una sorta di “pillola della felicità”.

Negli anni ’90, tuttavia, iniziarono ad emergere segnalazioni inquietanti. Giornalisti e ricercatori riportarono casi di aggressività e suicidio che sembravano correlati all’assunzione degli SSRI.

La questione non era semplice: da un lato la depressione stessa comporta un rischio elevato di suicidio; dall’altro, alcuni pazienti riferivano un aumento di impulsi autolesivi o violenti proprio dopo l’inizio della terapia.

Uno studio di M.H. Teicher del 1990 riportava:
«Sei pazienti depressi, privi di recenti gravi pensieri suicidari, hanno sviluppato un’intensa e violenta preoccupazione suicidaria dopo 2-7 settimane di trattamento con fluoxetina. Questo stato è persistito per un periodo compreso tra 3 giorni e 3 mesi dopo l’interruzione della fluoxetina. Nessuno di questi pazienti aveva mai sperimentato uno stato simile durante il trattamento con altri farmaci psicotropi» (1)

L’industria farmaceutica, preoccupata di difendere l’immagine dei nuovi farmaci, attribuì sistematicamente questi episodi alla “malattia mentale” sottostante, minimizzando il possibile ruolo dei medicinali. Questo atteggiamento alimentò sospetti e polemiche, soprattutto perché sembrava negare la complessità del fenomeno (2, 3).

In un articolo del 1994, M.J. Tueth dichiarava:
«Nel 1990 e nel 1991, diversi studi pubblicati nella letteratura psichiatrica documentavano come la fluoxetina (Prozac) inducesse i pazienti a considerare o tentare il suicidio. Nei due anni successivi, studi retrospettivi apparvero nella letteratura medica che sembravano indicare che la preoccupazione suicidaria non fosse correlata all’antidepressivo fluoxetina, ma fosse probabilmente un sintomo della malattia depressiva. Studi recenti hanno tuttavia suggerito che la fluoxetina (Prozac) possa in realtà indurre comportamenti suicidari poiché il farmaco sembra influenzare negativamente la scarica neuronale serotoninergica e indurre una reazione extrapiramidale simile all’acatisia. Sebbene la fluoxetina abbia un profilo di effetti collaterali molto favorevole rispetto agli antidepressivi triciclici, può causare acatisia e indurre un piccolo sottogruppo di pazienti a considerare o tentare il suicidio» (4).

Nel 2004 la FDA intervenne con una misura drastica: l’introduzione del black box warning, un avvertimento ben visibile sui foglietti illustrativi che segnalava il rischio di pensieri suicidari nei giovani (5). Si trattava di un riconoscimento ufficiale che evidenziava come, nel caso degli SSRI, esistesse una fascia di popolazione particolarmente vulnerabile: adolescenti e giovani adulti.
Studi successivi hanno confermato la necessità di mantenere tali avvertenze, sottolineando il rischio di induzione suicidaria nei giovani che assumono antidepressivi (6).

Nel 2015, Seena Fazel dell’Università di Oxford pubblicò uno studio basato sui dati di persone in trattamento con SSRI condannate per crimini violenti. La ricerca rivelò che i giovani tra i 15 e i 24 anni risultavano più inclini alla violenza, con un aumento del 43% della probabilità di commettere crimini violenti durante l’assunzione dei farmaci rispetto alle altre fasce di età (7).

Uno studio del 2019 di Jonas Forsman, del Karolinska Institutet, pubblicato su European Journal of Clinical Pharmacology, mostrò che un trattamento con SSRI di durata non superiore a 28 giorni comportava un rischio di suicidio violento quasi quadruplo rispetto alla popolazione non trattata. Secondo l’autore, il rischio più elevato si verifica entro il primo mese dall’inizio della terapia (8).

Infine, studi epidemiologici hanno confermato che la percentuale di casi di suicidio è bassa (2-4% di aumento di ideazione o comportamenti suicidari rispetto al placebo) (9), così come quella di comportamenti violenti associati agli antidepressivi. Numeri che, in termini statistici, potrebbero sembrare marginali, ma che diventano significativi se si considera la diffusione globale di questi farmaci. In altre parole, anche un rischio ridotto può tradursi in migliaia di episodi su scala mondiale.

Lo psichiatra e psicofarmacologo clinico Peter Breggin affermava «Gli effetti stimolanti degli antidepressivi, che possono causare mania, agitazione, insonnia e acatisia, potrebbero provocare reazioni mortali».
Pur riconoscendo che i giovani sono particolarmente vulnerabili, Breggin sostiene che tali effetti, seppur in misura minore, possono manifestarsi in tutte le fasce di età (10).

Il suo punto di vista è condiviso da Peter Goetzsche, cofondatore della Cochrane Collaboration, che scrive “Le agenzie farmaceutiche mettono in guardia contro l’uso di antidepressivi nei bambini e negli adolescenti perché aumentano il rischio di suicidio. È più difficile sapere quale sia il rischio negli adulti, poiché si è verificata un’enorme sottostima e persino frode nella segnalazione di suicidi, tentativi di suicidio e pensieri suicidari negli studi controllati con placebo. La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha contribuito all’occultamento dei dati minimizzando i problemi, scegliendo di fidarsi delle aziende farmaceutiche, sopprimendo informazioni importanti e con altri mezzi (11).

Il ruolo dell’industria farmaceutica nell’occultamento dei potenziali effetti collaterali

Lo psichiatra Peter R. Breggin, autore del libro Medication Madness: The Role of Psychiatric Drugs in Cases of Violence, Suicide and Crime (2009) (La follia dei trattamenti psichiatrici: Il ruolo degli psicofarmaci in casi di violenza, suicidio e azioni criminali) (2, 3), fu tra i primi a denunciare la mancanza di trasparenza sui dati riguardanti gli effetti collaterali degli psicofarmaci.
Nell’intervista in video, Breggin spiega che nei primi anni di diffusione del Prozac furono segnalati episodi di violenza “inspiegabile”, accompagnati da ideazione suicidaria e altri sintomi. Breggin attribuì questi fenomeni al cosiddetto “effetto incantesimo del farmaco”, o anosognosia da intossicazione: una condizione indotta dagli psicofarmaci e da altre sostanze psicoattive che impedisce a chi li assume di riconoscerne gli effetti collaterali, i quali, nei casi più gravi, possono mettere in pericolo la vita.

Secondo Breggin l’“effetto incantesimo del farmaco” può manifestarsi sia durante il trattamento, sia — e soprattutto — ai cambiamenti di dosaggio e quindi al momento dell’assunzione e alla sospensione, se questa non avviene in modo sicuro, lento e graduale.

Con la riduzione delle restrizioni sulla pubblicità diretta ai consumatori (1997)(12), i media furono saturati da campagne favorevoli agli psicofarmaci, rendendo sempre più difficile discutere pubblicamente dei loro rischi.

Breggin, nell’intervista, denuncia che gran parte delle informazioni sugli effetti collaterali venne nascosta dall’industria farmaceutica, con una conseguente drastica riduzione della copertura mediatica.

 

Traduzione dell’intervista a Peter Breggin:

Secondo Breggin, prima dell’introduzione del Prozac non si parlava di suicidi o episodi di violenza collegati all’uso degli psicofarmaci. Con l’arrivo del farmaco sul mercato, nei primi mesi si registrarono numerose segnalazioni di comportamenti violenti e “bizzarri”.
Egli sottolinea che la diffusione degli psicofarmaci è impressionante: circa il 20% della popolazione adulta americana sarebbe in trattamento con antidepressivi, mentre una percentuale simile di bambini e adolescenti assumerebbe stimolanti come il Ritalin, prescritto per l’ADHD, con effetti analoghi.

Nei primi anni del suo lavoro di informazione, Breggin godeva di grande visibilità mediatica: appariva nei notiziari nazionali, nei talk show mattutini ed era ospite di Oprah e Larry King.

Nel 1997 la FDA modificò le normative, consentendo alle case farmaceutiche di fare pubblicità direttamente ai consumatori. Da quel momento, i media furono inondati di campagne a favore degli psicofarmaci e, secondo Breggin, la copertura mediatica dei problemi legati a questi farmaci passò sotto il controllo delle aziende farmaceutiche e dell’industria della salute mentale, due delle lobby più potenti al mondo.

Da allora, spiega Breggin, è diventato quasi impossibile per lui apparire sui principali media per discutere della violenza associata agli psicofarmaci.

Un caso emblematico: Columbine

La strage alla Columbine High School (1999) rappresenta un esempio della manipolazione di informazioni citato da Breggin. Il quotidiano USA Today riportò che Eric Harris, uno dei responsabili, non stava assumendo antidepressivi al momento dei fatti. Breggin sostiene invece di aver fornito documentazione che dimostrava la presenza di fluvoxamina (Luvox o Fevarin) nel sangue di Harris. Secondo lui, questa informazione fu deliberatamente occultata.

Negli ultimi anni, aggiunge, ci sono state alcune eccezioni — come Fox News e altri canali — che hanno dato spazio a queste critiche. In generale, però, Breggin ritiene che i Media abbiano chiuso quasi completamente la discussione sulla violenza legata agli psicofarmaci.

 

Conclusioni

La “nuova era” degli SSRI ha segnato un passaggio cruciale nella storia della psichiatria, offrendo terapie più accessibili e con un profilo di sicurezza migliore rispetto ai farmaci precedenti. Tuttavia, la loro diffusione ha aperto un dibattito complesso: strumenti nati per alleviare la sofferenza possono, in alcuni casi, contribuire a comportamenti suicidari o violenti, soprattutto nelle fasce più giovani.

Lo scopo di questo articolo non è creare apprensione tra chi utilizza antidepressivi, ma promuovere informazione e consapevolezza. Solo attraverso una conoscenza più completa dei rischi è possibile prevenire situazioni problematiche e interpretare con maggiore lucidità episodi di cronaca che coinvolgono violenza o suicidio sotto l’effetto di questi farmaci.

Il consenso informato dovrebbe riflettere questa complessità: i medici hanno il compito di illustrare chiaramente i potenziali rischi e di accompagnare i pazienti in ogni fase del trattamento, inclusa la sospensione degli psicofarmaci, momento particolarmente delicato e — secondo Breggin — associato a un rischio più elevato.

In definitiva, gli SSRI non sono né soluzioni miracolose né farmaci da demonizzare. Sono strumenti potenti che richiedono prudenza, trasparenza e un approccio integrato alla cura, capace di bilanciare benefici e rischi e di mettere al centro la persona. Solo così la promessa di una nuova era potrà tradursi in un progresso reale e responsabile.

 

Bibliografia

(1) Teicher MH, Glod C, Cole JO. Emergence of intense suicidal preoccupation during fluoxetine treatment. Am J Psychiatry. 1990;147(2):207-210. doi:10.1176/ajp.147.2.207 Emergence of intense suicidal preoccupation during fluoxetine treatment – PubMed

(2) Breggin PR. Medication Madness: A Psychiatrist Exposes the Dangers of Mood-Altering Medications. Martin’s Press, July 2008Medication Madness: A Psychiatrist Exposes the Dangers of Mood-Altering Medications: Breggin, Peter R.: 9780312363383: Amazon.com: Books

(3) Guerra L. La follia dei trattamenti psichiatrici: come gli psicofarmaci causano violenza, suicidio e azioni criminali. Mad in Italy, 29 dic2022 La follia dei trattamenti psichiatrici: come gli psicofarmaci causano violenza, suicidio e azioni criminali – Mad in Italy

(4) Tueth, MJ. Revisiting fluoxetine (Prozac) and suicidal preoccupations. Journal of Emergency Medicine, Volume 12, Issue 5, 685 – 687 Revisiting fluoxetine (Prozac) and suicidal preoccupations – Journal of Emergency Medicine

(5) “Black Box” Warning For Antidepressants. U.S. Food And Drug Administration. December 3, 2004 “Black Box” Warning For Antidepressants | ScienceDaily

(6) Spielmans GI, Spence-Sing T, Parry P. Duty to Warn: Antidepressant Black Box Suicidality Warning Is Empirically Justified. Front Psychiatry. 2020;11:18. Published 2020 Feb 13. doi:10.3389/fpsyt.2020.00018 Frontiers | Duty to Warn: Antidepressant Black Box Suicidality Warning Is Empirically Justified

(7) Molero Y, Lichtenstein P, Zetterqvist J, Gumpert CH, Fazel S. Selective Serotonin Reuptake Inhibitors and Violent Crime: A Cohort Study. PLoS Med. 2015;12(9):e1001875. Published 2015 Sep 15. doi:10.1371/journal.pmed.1001875 Selective Serotonin Reuptake Inhibitors and Violent Crime: A Cohort Study – PubMed

(8) Forsman J, Masterman T, Ahlner J, Isacsson G, Hedström AK. Selective serotonin re-uptake inhibitors and the risk of violent suicide: a nationwide postmortem study. Eur J Clin Pharmacol. 2019;75(3):393-400. doi:10.1007/s00228-018-2586-2 Selective serotonin re-uptake inhibitors and the risk of violent suicide: a nationwide postmortem study – PubMed

9) Barbui C, Esposito E, Cipriani A. Selective serotonin reuptake inhibitors and risk of suicide: a systematic review of observational studies. CMAJ. 2009;180(3):291-297. doi:10.1503/cmaj.081514 Selective serotonin reuptake inhibitors and risk of suicide: a systematic review of observational studies – PubMed

(10) Breggin PR, Breggin GR. Talking back to prozac : what doctors won’t tell you about today’s most controversial drug. New York : St. Martin’s Press, 1994 Talking back to prozac : what doctors won’t tell you about today’s most controversial drug : Breggin, Peter Roger, 1936- : Free Download, Borrow, and Streaming : Internet Archive

(11) Goetzsche P. Antidepressants Increase the Risk of Suicide and Violence at All Ages. Mad in America, November 16, 2016 Antidepressants Increase the Risk of Suicide and Violence at All Ages – Mad In America

(12) Zeuthen K. FDA Loosens Restrictions on Drug Ads on TV, Radio. Los Angeles Times, Aug. 9, 1997 FDA Loosens Restrictions on Drug Ads on TV, Radio – Los Angeles Times

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Ha inoltre tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici". Recentemente, insieme a Marcello Maviglia e Miriam Gandolfi, ha pubblicato il libro "Sospendere gli psicofarmaci: Come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace.