Le fabbriche della cronicità

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Gian Piero Fiorillo
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Le fabbriche della cronicità

Cos’è manicomio oggi? Ho chiuso con questa domanda il precedente articolo, col quale ho iniziato una collaborazione a Mad. Non si tratta di fare un elenco di attribuzioni e dare un segno positivo o negativo a ciascuna di esse: questo è manicomio, questo non lo è. Ma di verificare se, e attraverso quali imperativi etici, sociali, scientifici, organizzativi, il retaggio manicomiale continua ad affermarsi nonostante l’abolizione formale degli ospedali psichiatrici.

Si tratta di capire in primo luogo se il mandato sociale alla psichiatria è rimasto lo stesso di sempre, cioè quello di separare la follia dalla normalità e preservare il mondo dei rapporti sociali ordinari dalle turbolenze di individui refrattari e “inadatti”.

In secondo luogo, se le risposte della psichiatria si discostano (e in che grado) da quel mandato, se lo prendono alla lettera o lo riformulano (e come).

In terzo luogo, se queste risposte differiscono in maniera radicale dalle pratiche di confinamento e di violazione dei diritti della persona, quando non di cruda violenza, così consuete nella gestione manicomiale.

La psichiatria, intesa non solo come disciplina ma come dispositivo sociale che integra livelli giuridici, culturali, assistenziali, ha recepito la sfida libertaria della critica all’internamento manicomiale o, al contrario, ha ricostituito meccanismi di esclusione e violenza, arroccandosi nelle ASL, nelle cliniche, nelle università? Ha posto, come dichiara, la persona al centro della sua azione o s’è limitata a medicalizzare e amministrare il diffuso in/quieto vivere?

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Un manicomio è innanzitutto una istituzione totale. Come un collegio, una prigione, un transatlantico, una caserma, una RSA ecc. Secondo la definizione di Erving Goffman «un’istituzione totale può essere definita come il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato». (E. Goffman, Asylums 1961)

La caratteristica principale di un’Istituzione totale è un perimetro delimitato da confini sorvegliati. All’interno vige un ordinamento particolare, diverso dalle leggi e consuetudini che regolano i rapporti sociali esterni; una rigida suddivisione del tempo e dello spazio; una gerarchia che comporta vari gradi di comando e subordinazione imperniati sulla linea divisoria fra il personale (lo staff) e gli internati. Tutti i rapporti con l’esterno sono regolamentati: i due mondi, il dentro e il fuori devono restare nettamente separati.

Sempre nel 1961 Michel Foucault pubblica la Storia della follia nell’età classica, nella quale traccia una linea di continuità fra il lebbrosari e i manicomi. Questi ultimi sono molto importanti nella sua visione della società disciplinare, organizzata intorno a discipline separate: la medicina, il diritto, l’economia ecc., che generano corpi sociali distinti, in cui vengono indirizzate e trasferite grandi masse di persone con scopi specifici.

È molto importante, tuttavia, sentire la voce del suo amico Gilles Deleuze, che parecchi anni dopo dirà: « Di certo c’è che stiamo entrando in delle società di controllo e che non sono più esattamente disciplinari. Foucault è spesso considerato il teorico delle società disciplinari, nelle quali l’internamento è la tecnica principale (non solo l’ospedale e la prigione ma la scuola, la fabbrica, la caserma). In realtà, egli è stato fra i primi a sostenere che le società disciplinari sono precisamente ciò da cui ci stiamo allontanando, che sono ciò che noi ormai non siamo più. Stiamo entrando in società di controllo che non funzionano più sul principio dell’internamento, bensì su quello del controllo continuo e della comunicazione istantanea (…) Naturalmente la prigione, la scuola e l’ospedale restano in primo piano ma sono istituzioni in crisi. Gli ospedali aperti, le équipe mediche a domicilio ecc. non sono più una novità (…) In un regime di controllo non la si fa mai finita con nulla. E ancora: « Di fatto, linternamento è sempre stato per Foucault un dato secondario che derivava da una funzione primaria, molto diversa a seconda dei casi. » (G. Deleuze, Conversazione con A. Negri, 1990) 

Queste affermazioni non sono lontane dalle parole di Franco Basaglia:

« Tutto il mondo sa che il manicomio è un luogo di dolore e di sofferenza. Cosa possiamo fare allora? In verità, non siamo solo noi, i ribelli, a preoccuparci di cambiare le cose. Anche quelli che questa società la gestiscono, i dominanti, si domandano quale sia oggi il ruolo dei manicomi. La proliferazione della marginalità oggi è molto alta. È molto più alta che all’epoca in cui si costruirono i primi manicomi. Dunque sono ancora necessari e utili i manicomi? Per contenere tutti i marginali, tutti gli improduttivi sarebbe ormai necessaria una città grande come San Paolo. Dunque il problema è che i tecnici devono trovare mezzi diversi per controllare questi marginali, mezzi che non siano la segregazione e l’internamento, dato che comunque il potere deve rendere produttiva l’improduttività. (…) Il sistema del manicomio o della prigione non sono più adeguati. Occorre una nuova logica, una nuova visione, in sostanza un nuovo sistema di controllo per questa società capitalista che si sta trasformando. Così cominciano a nascere nuove tecniche di controllo sociale in cui violenza e repressione non sono più tanto necessari. » (Conferenze brasiliane, 1979)

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Chiedo scusa per le lunghe citazioni che, nonostante vistosi tagli, occupano quasi tutto lo spazio di questo intervento. Ho ritenuto importante riportarle perché ci aiutano a storicizzare il superamento degli ospedali psichiatrici, sottraendolo a narrazioni troppo idealizzate. Non intendo diminuire la portata di un evento come la chiusura dei manicomi, ma è importante capire il contesto che lo ha reso possibile. Ed è sorprendente il livello di coscienza di persone che mentre, per così dire, fanno la storia, si mettono in ascolto del processo storico che li trascende. Questa coscienza storica è presente in tutti gli attori importanti di quelle vicende, da Franca Ongaro a Sergio Piro, Agostino Pirella, Giovanni Jervis e molti altri.

Nel passo sopra citato Basaglia ricorda il legame con i processi di valorizzazione capitalistica. Non si tratta quindi di un generico richiamo alle trasformazioni sociali, bensì specificamente all’organizzazione del dominio economico e statuale nell’era che di lì a poco verrà chiamata post-moderna, e che oggi possiamo chiamare capitalismo cibernetico. Che ha messo in atto quel nuovo sistema di controllo fondato su tecniche nuove di cui parlava Basaglia nel 1979.

È sempre meno conveniente ammassare le persone in riserve deputate a singoli ambiti di produzione e/o normalizzazione. La sorveglianza diventa qualcosa di diverso, meno costoso e più efficace, anche se i sorveglianti, le guardie, i capireparto e tutto l’apparato repressivo tradizionale resterà a lungo in vigore. Rimane, ma viene progressivamente sostituito da nuove coercizioni, che non sembrano tali. È questa la vera Riforma: un processo storico lungo, già iniziato negli anni sessanta, anche se all’epoca furono davvero pochi ad accorgersene.

Oggi conosciamo almeno in parte i meccanismi di questa “falsa libertà” fondata sulla comunicazione istantanea di cui parlava Deleuze. La nuova sorveglianza tende non più a confinare ma a dividere, sparpagliare, atomizzare le persone, badando a controllarle a distanza attraverso dispositivi tecnici più o meno affidabili, dagli psicofarmaci a lento rilascio, al braccialetto elettronico, ai microchip “per vincere la depressione”.

Approfondirò nei prossimi articoli sia il tema, che non è solo residuale, delle riserve assistite, sia quello dei nuovi sistemi di controllo, fino a quel potentissimo e fedelissimo sorvegliante che (quasi) tutti ormai portiamo in tasca: lo smartphone.

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Gian Piero Fiorillo è sociologo e ha lavorato per oltre vent’anni nei servizi psichiatrici del Lazio, come operatore di base in contesti riabilitativi, e occupandosi di epidemiologia psichiatrica, formazione e organizzazione. Ha fondato il centro di Documentazione sulla Salute Mentale della ASL Roma C (oggi Roma 2) ed è stato tra i fondatori del Forum Salute Mentale nel 2003. Da sempre critico nei confronti della cosiddetta psichiatria biologica, considera la questione degli psicofarmaci centrale per ogni valutazione della ragione psichiatrica e della realtà dei servizi.