Quella volta che mi hanno rubato l’anima – Storia di Francesco

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Susanna Brunelli

Quella volta che mi hanno rubato l’anima – Storia di Francesco

Una storia sconcertante. Sono tante le  persone che raccontano esperienze di questo tipo. Sembrano tratte da un copione di un film o storie inventate per invitare le persone a non rivolgersi ai centri di salute mentale. Purtroppo, non sono invenzioni cinematografiche, ma tristi  realtà. Nonostante si parli molto del modello bio-psico-sociale, le pratiche cliniche dei servizi di salute mentale possono essere devastanti per l’individuo.  A volte ho quasi  l’impressione che vengano utilizzate sadicamente per “rubare l’anima” di chi sta vivendo un stato disagio psichico. La speranza è che  la vittima riesca a riprendersela.

Susanna Brunelli (ESP, Esperta in Supporto tra Pari)

 

Che qualcosa in me non andava bene lo sapevo da sempre. Ma in qualche modo, anche se con una vita molto caotica, ero riuscito ad andare avanti. Avevo preso due lauree con lode, in Lettere e in Pedagogia, avevo molti amici e amiche, avevo fatto tanti lavori nel sociale e un’esperienza di volontariato in sud America, avevo pubblicato dei libri e imparato a suonare alcuni strumenti musicali.

Stavo per compiere quarant’anni, ma la mia vitalità era sempre molto intensa. Insegnavo italiano ai migranti, facevo il formatore e all’università tenevo un corso di scrittura creativa, teatro sociale e improvvisazione musicale in ambito socio-educativo. Certo, passavo da un amore all’altro senza riuscire ad avere una reazione stabile, ma mi dicevo che ero ancora in tempo per farlo e avere una famiglia.

Negli anni avevo trovato un rimedio ai miei sbalzi d’umore e alla mia ipersensibilità emotiva: lo sport. Mi dava equilibrio, serenità, mi faceva sentire a mio agio con il mio corpo. Ma senza rendermene conto, mi sono ritrovato a farne sempre di più. Praticavo sei o sette sport. Mi allenavo anche quattro ore al giorno.

La psicoterapeuta sistemico-relazionale, da cui andavo da dieci anni, mi diceva che non dovevo preoccuparmi: avevo raggiunto una buona stabilità e il percorso psicoterapico si avviava alla conclusione. Ma la vedevo un po’ strana. Biascicava le parole, diceva cose contraddittorie, era troppo dominante, quasi aggressiva. E a volte durante le sedute si addormentava.

Tutta quell’attività sportiva mi stava togliendo tempo per le cose che in realtà amavo di più. Suonare, scrivere, viaggiare, stare con gli amici, andare al cinema, ai concerti, alle mostre. Poi mi feci male. Molto male. Ma continuai ad allenarmi come prima, vinsi anche una stupida gara e partii per la costa atlantica della Francia per fare surf. A quel punto il mio fisico non ha retto più.

Era la fine del 2018, sono tornato in Italia imbottito di antidolorifici e sono stato costretto a dormire in poltrona. Mi faceva così male la schiena che non potevo nemmeno sdraiarmi e appoggiare il dorso. I medici hanno iniziato a bombardarmi di medicine, tra cui psicofarmaci.

All’inizio benzodiazepine, per poter dormire nonostante i dolori, poi antidepressivi e anticonvulsivanti. Il primo a prescrivermeli fu un ortopedico. Ero disperato, mi ero praticamente rovinato la schiena e non avrei potuto più praticare sport, se non ginnastica dolce. Consultai diversi specialisti, in particolare psichiatri, perché volevo smettere di prendere gli psicofarmaci. Non riuscivo a fare l’amore e iniziavo ad avere i primi effetti collaterali.

Però le medicine aumentavano: mi facevano scalare le dosi troppo velocemente e interpretavano le crisi di astinenza come un peggioramento della malattia. E di conseguenza aumentavano anche le diagnosi psichiatriche.

Da quando mi sono fatto male ad oggi mi sono stati diagnosticati innumerevoli disturbi. All’inizio depressione reattiva, poi depressione maggiore, disturbo post traumatico, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo dipendente di personalità, narcisismo patologico, disturbo bipolare con stato misto, disturbo borderline, disturbo NAS (non altrimenti specificato).

A ogni nuova diagnosi, nuovi psicofarmaci. Nel giro di 5 anni mi sono stati somministrati sette tipi diversi di neurolettici, sette antidepressivi, sei ansiolitici e quattro stabilizzatori dell’umore. Ho cambiato anche alcuni psicoterapeuti, per poi intraprendere un percorso con uno molto famoso, di indirizzo cognitivo-costruttivista. Ma stavo sempre peggio.

Non riuscivo a leggere, a concentrarmi. Ero agitatissimo, parlavo a raffica, chiamando gli amici al telefono, disperato, con il respiro affannato. Camminavo tutto il giorno intorno a un tavolo o da una stanza all’altra. Mi svegliavo persino di notte per passeggiare nella mia camera avanti e indietro. Mangiavo in continuazione.

Avevo anche uno strano scricchiolio in testa, che secondo i medici era causato dal tentativo di “svezzamento” dall’antidepressivo. La vista mi si è abbassata a causa dello stress.

Dalle analisi del sangue risultava che non producevo più testosterone e ho dovuto iniziare a prendere quello sintetico.  L’endocrinologo ha detto ciò è irreversibile ed è causato dall’assunzione del neurolettico.

In tutto questo marasma sono venuto anche a sapere che la psicoterapeuta sistemico-relazionale, da cui sono andato per tanti anni, soffriva da tempo di depressione, era letteralmente imbottita di psicofarmaci ed era stata esonerata dall’insegnamento presso la scuola di formazione fondata da lei stessa.

Durante le mie lezioni camminavo nervosamente e alle riunioni con i colleghi fremevo sulla sedia. Andare al cinema o a cena fuori era praticamente impossibile. Una volta, mentre facevo lezione, sono stato così male che ho dovuto chiamare un’ambulanza.

All’ospedale la psichiatra di turno mi ha detto che si trattava di “acatisia”, un effetto collaterale degli psicofarmaci che non ti permette di rilassarti, di star fermo, di sederti appunto. Mi ha prescritto un ulteriore farmaco, un “antidoto”, ma non ha funzionato.

Dopo un anno non sono riuscito più a lavorare. La mia carriera è andata letteralmente in fumo, così come un progetto che avevo iniziato con un regista per realizzare un film tratto da un mio romanzo. Ho perso anche l’amicizia di molte persone care. Anche alcuni familiari si sono allontanati da me. Per loro era difficile confrontarsi con tutta quella sofferenza. Io che ero sempre stato esuberante, creativo ed estroverso, adesso ero estremamente trascurato, ingrassato di 20 chili, con lo sguardo spento. Nel mio viso una smorfia disperata.

Il mio aspetto infatti, a cui vanamente avevo sempre tenuto molto, non era più lo stesso. Ero gonfio, sembravo invecchiato di dieci anni. I miei lineamenti erano cambiati, così come era cambiato il mio modo di relazionarmi con gli altri. Improvvisamente non riuscivo a scambiare due chiacchiere con nessuno.

Per fortuna gli amici più stretti mi sono rimasti accanto e la mia ex ragazza si è riavvicinata a me. Ci siamo rimessi insieme, anche se non credo si possa chiamare “rapporto di coppia” quello in cui una delle due persone è in queste condizioni.

L’acatisia peggiorava. Camminavo in casa tutto il giorno e respiravo affannosamente. Nel giro di quattro mesi sono finito in SPDC due volte. La prima per cinque giorni. Mia madre, che era venuta a trovarmi, ha chiamato l’ambulanza su consiglio della psichiatra.

Non ero aggressivo, ma non riuscivo a smettere di disperarmi e di star fermo, quasi non respiravo ed ero cianotico. Quelli dell’ambulanza a loro volta hanno chiamato la polizia. Quattro poliziotti sono entrati in casa mia senza nessuna autorizzazione e mi hanno buttato sul letto per immobilizzarmi, mentre la dottoressa mi faceva una puntura di sedativo.

Uno di loro, con tutto il peso del corpo, ha messo il suo ginocchio sul mio collo, premendolo contro il bordo di ferro del letto. Ho pensato che avrebbe potuto spezzarmi una vertebra cervicale.

La seconda volta sono finito in SPDC perché in preda all’angoscia e allo sconforto, nel tentativo estremo di liberarmene, ho saltato due somministrazioni della “terapia”, quella della sera e quella della mattina. Ciò mi ha causato uno stato delirante, era come se avessi preso delle droghe pesanti.

Mi sono buttato dalla finestra quasi senza rendermene conto e sono precipitato sul terrazzo di sotto. Il medico dell’ambulanza mi ha fatto un’iniezione e quando mi sono risvegliato mi stavano facendo la tac. Poi mi hanno portato di nuovo nel reparto psichiatrico, senza nessuna visita con l’ortopedico. Ero lievemente ferito alla testa, avevo alcuni punti alla gamba e non riuscivo ad alzare il braccio, perché la spalla mi faceva male.

I due ricoveri sono stati orribili. Entrambe le volte mi dissero che se non mi fossi ricoverato volontariamente avrebbero fatto scattare la procedura per un TSO.

Nel reparto c’era solo un bagno per dodici pazienti, uomini e donne. La porta non si chiudeva e nel water mancava la tazza. Il pavimento sempre allagato di urina. C’era anche un altro bagno, attrezzato per i diversamente abili, ma era chiuso e veniva usato come deposito.

Eppure mi trovavo nell’ospedale del centro storico di una delle più importanti città italiane del centro-nord, intrisa di storia, strapiena di turisti, di iniziative culturali. Mi hanno dato anche due tipi di antipsicotici al giorno, in dosi pesanti. Il personale sanitario era scostante e si rivolgeva a me chiamandomi per nome, come se fossi un ragazzino.

Ho subito anche delle minacce. Una dottoressa, quando le chiesi di abbassare un po’ le dosi dei farmaci perché sentivo che mi facevano stare peggio, rispose che mi vedeva agitato e che se non mi fossi calmato da solo mi avrebbe calmato lei.

Un’infermiera, che stava per farmi l’ennesima puntura di benzodiazepine oltre a quelle programmate, quando le chiesi spiegazioni alzò la voce e mi disse con molta aggressività: “rifiuti le cure?!”. Come a dire che se mi fossi rifiutato sarebbe scattato il TSO.

Quando sono uscito dall’ospedale riuscivo a camminare solo a piccoli passi e mentre mangiavo non ero in grado di tenere bene in mano la forchetta. L’acatisia non era passata, semmai era peggiorata.

Si sono aggiunti altri sintomi. Tic nervosi, tricotillomania (impulso a strapparsi capelli o peli, ndr).

Avevo difficoltà a stare concentrato anche per lavarmi la faccia o i denti. Non potevo fermare le gambe neanche quando stavo seduto e ciò mi impediva di fare fisioterapia per la schiena, cosa di cui avevo un estremo bisogno. A volte diventavo aggressivo con chi mi stava accanto e con me stesso. In quel periodo tentai il suicidio due volte, la seconda proprio quando ero in SPDC (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura, ndr).

Nel frattempo è arrivato il Covid. La mia ragazza si è trasferita a Roma e io con lei. Lì ho visto due psichiatri, perché volevo scalare quella che a mio avviso era una terapia farmacologica devastante.

Ma dopo quasi due anni in cui la mia condizione non migliorava, sono stato costretto a trasferirmi da mia madre, a mille chilometri di distanza.

Ho dovuto cambiare ancora psichiatra, senza riuscire a diminuire la terapia. Ogni volta che diminuiva il dosaggio o cambiava i farmaci stavo molto male. Sono peggiorato ulteriormente, la fame d’aria è diventata invalidante e avevo urgente bisogno di andare dal dentista. Con grande sforzo ci sono riuscito e la mia bocca era piena di carie.

Nonostante io dicessi sempre le stesse cose, recriminando ossessivamente sul passato, e fossi quasi incapace di tenere una conversazione normale, alcune persone mi hanno aiutato. Mia madre, che ha sopportato questa situazione e ha pensato alle faccende di casa, nonostante fosse molto impegnata con la sua professione.

Mio zio, che è venuto tutti giorni per passare del tempo con me e mi ha aiutato a fare l’editing di alcuni romanzi che volevo pubblicare, leggendomeli a voce alta. Alcuni amici cari, con cui parlare e fare delle passeggiate. Uno psicanalista, che ha letto i miei libri, ha ascoltato i miei discorsi con pazienza e ha creduto nella possibilità che io potessi star meglio.

Lo psichiatra, anche se mi trattava in modo umano, diceva che ero io a non voler guarire, che facevo resistenza, opposizione ai farmaci.

Poi ho trovato un centro universitario, formato da psicologi e psichiatri, specializzato nella riduzione e nella dismissione delle terapie psicofamacologiche. Sostenuto dallo psicanalista e da mio zio, mi sono rivolto a loro. Mi hanno fatto molti test e un’anamnesi approfondita, diagnosticandomi alla fine un disturbo bipolare.

Al percorso di cura con la psichiatra hanno affiancato uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, che mi ha proposto di tenere un diario guidato per gestire le situazioni di stress e iniziare a raggiungere obbiettivi graduali. Mi hanno dato molti integratori fitoterapici, hanno aggiunto un farmaco nuovo e hanno iniziato a scalare gli altri, togliendo per primo l’antidepressivo.

L’acatisia e la fame d’aria sono passate, dopo quattro anni e mezzo da quando erano insorte. Nel frattempo ho continuato anche con la psicanalisi.

Piano piano ho ripreso a fare la spesa, a cucinare, a leggere e a scrivere, anche se a volte non riesco a memorizzare bene quello che leggo e la mia scrittura non è più intensa come prima. Ho fatto qualche lezione di italiano ai miei nipoti e sono riuscito ad andare dal fisioterapista. Ho fatto io stesso l’editing del romanzo di un amico.

Spesso ho degli attacchi di panico, di solito quando incontro un conoscente a cui non so proprio cosa dire quando mi chiede cosa faccio nella vita e cosa mi è successo. La notte mi sveglio più volte in preda agli incubi. Non sento più le emozioni come una volta e mi rendo conto che non riesco a dare affetto e amore come sapevo fare un tempo. Non piango più e rido molto raramente.

Diversamente dai colleghi che l’hanno preceduta, la psichiatra che mi segue adesso attribuisce tutto ciò ai sintomi di astinenza dai farmaci, che continuiamo a scalare con molta lentezza, ma con l’obbiettivo un giorno di toglierli tutti. I miei amici e i miei parenti dicono che sono tornato in me. Io però so che quello che si può fare ora è ridurre il danno. Un danno fatto da persone che dovevano curarmi. E convivo con l’amara sensazione che mi abbiano rubato l’anima.

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Il mio nome è SUSANNA, dal 1963, ma sono rinata il 18 marzo 2019. La mia vita è ricca di episodi e di esperienze gioiose, ma anche molto tristi e drammatiche. Non c'è bene o male, giusto o sbagliato, ma solo ciò che evidentemente serviva per portarmi dove sono ora. Da molti anni conosco l’ambiente psichiatrico, prima come familiare, poi, per un periodo relativamente breve ma intenso come l’inferno, ho vissuto un'esperienza come diretta interessata. Tutto il resto lo racconto a chi mi vuole leggere o ascoltare oppure conoscere personalmente. Il mio motto è: TUTTO E’ POSSIBILE !