FLASHBACK PSICHIATRICI

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Claudio Diaz

Amo definirmi un Pensatore Liberato visto che dopo più di 15 anni di camicia di forza chimica per una diagnosi di Disturbo Bipolare (DB) errata sono riuscito a liberarmi da questo violento e paternalistico giogo e riappropriami della mia esistenza ed essenza.
Soffro di una Sindrome cerebrale da esposizione fetale ad alcol e droghe (DEFAD/FASD) mai indagata e appena possibile inquadrata in un fittizio disturbo psichico con conseguente massiccia somministrazione di psicofarmaci. Ma c'è di più. La diagnosi di DB è comunque avvenuta successivamente allo sviluppo di problemi di dipendenze, anch’esse da anni risolte non certo grazie alla psichiatria, ma alla corretta diagnosi e Cura, frequente comorbidità di chi soffre di DEFAD e quindi formalmente errata in quanto una diagnosi di disturbo psichico può essere effettuata solo se i sintomi si manifestino prima o permangano diverso tempo dopo l'astinenza da alcol/sostanze. Liberarmi da questa etichetta e dai farmaci e dimostrare la reale natura dei miei problemi è stata un'estenuante battaglia contro negazione, omissione, aggressività e deresponsabilizzazione. Tutto ciò mi ha spinto a fondare l'Associazione Italiana Disordini da Esposizione Fetale ad Alcol e/o Droghe (AIDEFAD – aps) di cui sono presidente al fine di fare quanto in mio potere per sensibilizzare e sostenere chiunque sia stato esposto a tossici e per evitare che altri debbano vivere l'inferno che ho vissuto io. AIDEFAD non è contro la psichiatria e nemmeno contro i farmaci, AIDEFAD vuole costruire ponti e non muri che servano a garantire la miglior qualità di vita possibile a chi è già portatore di grandi sofferenze. www.aidefad.it

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Mi chiamo Claudio Diaz e soffro di una Sindrome cerebrale da esposizione fetale ad alcol e droghe (FASD/DEFAD) che è rarissimamente diagnosticata in modo corretto e invece frequentemente come psicopatologia, sia nell’età adulta che in quella pediatrica. Come è facile capire un’errata diagnosi comporta gravi conseguenze.

Quello che segue è uno dei tanti flashback del mio lungo passato da “malato di mente”…

Correva l’anno 2006. Mia madre stava morendo di un cancro cerebrale. Io avevo una diagnosi di Disturbo bipolare fatta in 15 minuti di visita privata qualche anno prima da un rinomato luminare della psichiatria e da molti anni assumevo, fiducioso, ogni sorta di mix di psicofarmaci sperando di guarire dal mio dolore e dalla mia diversità, che nessuno apprezzava. Quei farmaci non solo non mi hanno guarito, non solo hanno cronicizzato il disagio, no solo hanno ritardato drammaticamente le corrette diagnosi delle mie vere malattie, ma mi hanno quasi ucciso, e non solo una volta.

Ero ricoverato presso la psichiatria di Pisa. Ambiente assurdo, almeno a quei tempi… I medici venivano, giravano tra la masnada di sofferenti che manco si sapeva cosa facessero lì e soprattutto che manco sapevano più chi fossero. Decidevano terapie così, girando per il corrodoione dell’SPDC. Sembrava una piazza di spaccio, solo che era legale, era elevata al rango di Cura. Mia madre sarebbe morta mentre ero rinchiuso li dentro. Me lo dissero solo 3 giorni dopo e a funerale già avvenuto, ma questo non fu colpa degli psichiatri, questo dipese da chi riteneva fossi immeritevole di piangere mia madre e chi pensava questo, 10 giorni dopo, mentre ero appena stato trasferito in una struttura privata e qui, se possibile, ancor più sedato, mi prelevò e con la compiacenza di un notaio, approfittando dell’effetto dei farmaci e delle difficoltà della FASD, amplificate dai farmaci, mi fece firmare la rinuncia all’eredità di mia madre e una procura generale… 

Ma facciamo un passo indietro, nel repartino pisano feci un’overdose di farmaci. Mi trovarono in stato comatoso nel mio letto. Il professorone fu richiamato d’urgenza e con lui il rianimatore. Mentre riprendevo conoscenza il professorone cercò di farmi dire che qualcuno mi aveva “dato qualcosa”, ma nessuno mi aveva dato nulla, tranne loro!
Fortunatamente gli infermieri che mi trovarono, un po’ per etica, un po’ per non divenire i capri espiatori di possibili future rivalse, scrissero in cartella clinica che il professorone M. mi aveva somministrato ulteriore dosaggio di farmaco nonostante lo avessi assunto poco prima e che poco dopo loro mi avevano trovato in fin di vita.
La contenzione, in ogni sua forma, è un crimine, non un atto medico. Non lo si fa per il paziente, lo si fa per molte altre ragioni…
Il professorone M. è ancora lì, osannato e ancor peggio a insegnare agli studenti.
Io sono qui invece, non so nemmeno perché e per come, ma di certo non grazie alla sua “cura”!

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