Confessioni di uno scrittore pubblicitario: come ho aiutato le case farmaceutiche a vendere antidepressivi

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Laura Guerra

La depressione non è stata curata: è stata confezionata, marchiata e venduta come un prodotto di massa. Le case farmaceutiche hanno trasformato la sofferenza umana in un business miliardario, imponendo la favola dello “squilibrio chimico” come verità indiscutibile. Non è scienza, è marketing travestito da medicina. In queste pagine Lydia Green svela dall’interno il culto del modello biomedico, mostrando come la pubblicità abbia manipolato medici e pazienti, e come la promessa di una pillola miracolosa abbia colonizzato la nostra idea di salute mentale.

IMPORTANTE: Questo articolo ha unicamente finalità informative e non è una esortazione alla sospensione degli psicofarmaci.

“Gli psicofarmaci possono causare reazioni di astinenza, talvolta includendo reazioni emotive che minacciano la vita e problemi di astinenza fisici. In breve non è solo pericoloso cominciare ad assumere psicofarmaci, ma è anche pericoloso sospenderli.
La sospensione degli psicofarmaci dovrebbe essere eseguita sotto una attenta e collaudata supervisione clinica”.

(Peter R. Breggin)

 

Confessioni di uno scrittore pubblicitario: come ho aiutato le case farmaceutiche a vendere antidepressivi

Di Lydia Green
Traduzione dell’articolo pubblicato su Mad in America il 2 aprile 2025

Il culto del modello biomedico

Se avete dubbi sul fatto che gli americani abbiano perso la fede in un Potere Superiore, osservate come veneriamo il modello biomedico della depressione. È così radicato nella nostra cultura da essere diventato un vangelo: predicato negli studi medici, rafforzato dalla pubblicità e accettato come verità indiscussa, nonostante sia stato più volte confutato. La depressione ci è stata venduta come un semplice problema di insufficienza di serotonina, una narrativa di comodo che ha arricchito enormemente aziende come Eli Lilly, Forest Pharmaceuticals e Pfizer.

Come ex giornalista pubblicitario farmaceutico, non solo ho assistito alla crescita esponenziale delle vendite di antidepressivi, ma vi ho anche contribuito. La ridefinizione della depressione come problema di chimica cerebrale alterata è stata una miniera d’oro per l’industria, con un mercato globale che oggi vale oltre 20 miliardi di dollari. Purtroppo, il messaggio di Big Pharma è difficile da sradicare una volta impiantato nel nostro immaginario collettivo.

Il mio percorso: dalla farmacia al marketing

Ho iniziato a lavorare nella pubblicità medica nel 1980, appena laureata in farmacia e desiderosa di entrare nel mondo della comunicazione scientifica. Ottenere il mio primo impiego come copywriter junior presso un’agenzia globale a New York fu come realizzare un sogno. Scrivere di farmaci innovativi e spiegarne i principi scientifici era stimolante e significativo.

All’epoca non esisteva la pubblicità diretta al consumatore: i farmaci venivano promossi solo ai medici. Ogni affermazione doveva essere supportata da almeno due studi clinici che dimostrassero benefici concreti in termini di sopravvivenza, risultati o qualità della vita. L’approvazione della FDA (Food and Drug Administration) aveva un peso reale.

In meno di un decennio, però, il settore si trasformò da quello che pensavo fosse un business etico e innovativo in una macchina da soldi senz’anima. Quella che era iniziata come una carriera entusiasmante, capace di unire scienza e creatività, si rivelò gradualmente qualcosa di molto più inquietante: stavo contribuendo a fabbricare “fatti” su malattie e trattamenti che avrebbero plasmato la pratica medica per decenni.

La trasformazione: il “Me Too” farmaceutico

Gli anni ’80 inaugurarono un’era di avidità e ricerca del profitto nell’industria farmaceutica. Questo fenomeno prese il nome di “me too”: non il movimento contro le molestie sessuali, ma la strategia con cui la creazione di marchi miliardari sostituì l’innovazione reale.

Le aziende capirono che la vera innovazione era costosa, rischiosa e lenta. Bastava modificare una molecola esistente, depositare un nuovo brevetto e presentarla come svolta “innovativa”. Ben presto, il marketing si concentrò su farmaci quasi identici, e nessuna classe ne fu esempio migliore degli antidepressivi SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina).

Questa trasformazione richiese una rivoluzione parallela nella pubblicità. Aziende normalmente rivali divennero “alleate” nel promuovere antidepressivi simili, orchestrando campagne senza precedenti che cambiarono radicalmente la percezione della salute mentale.

La teoria dello squilibrio chimico – l’idea che la depressione fosse causata da una carenza di serotonina – nacque come necessità di marketing. Il Prozac, primo SSRI, fu presentato come panacea di questo squilibrio, rimodellando il modo in cui la depressione veniva percepita e trattata. Perché gli SSRI avessero senso, la depressione doveva essere ridefinita come semplice carenza chimica. Gli studi iniziali, però, duravano solo sei settimane.

Nel 2018 gli americani spendevano 17,4 miliardi di dollari l’anno in antidepressivi: segno di quanto profondamente questa narrativa avesse permeato medici e pazienti.

Caso di studio: la teoria della serotonina

Prima degli anni ’80 la depressione non era considerata un problema di chimica cerebrale, ma un disturbo emotivo o sociale. Per vendere gli SSRI, le aziende dovettero convincere psichiatri e pazienti che fosse invece dovuta a uno squilibrio di serotonina, risolvibile con una pillola.

La teoria era potente nella sua semplicità: poca serotonina → depressione; SSRI → aumento della serotonina. Medicalizzava la condizione, forniva una spiegazione rapida e creava un percorso logico verso i farmaci. Ciò che non veniva discusso era la scarsa evidenza scientifica, proveniente quasi esclusivamente dai laboratori aziendali.

La fluoxetina (Prozac), introdotta nel 1988 da Eli Lilly, fu accompagnata da studi e articoli sponsorizzati. Un supplemento del Journal of Clinical Psychiatry del 1991, finanziato dalla Lilly, fu citato per anni come fonte autorevole, pur non essendo sottoposto a revisione paritaria. In realtà, già allora la relazione tra serotonina e depressione era considerata ipotetica.

Nei materiali di marketing, però, queste sfumature sparivano. La pubblicità consisteva nel selezionare accuratamente solo i dati favorevoli.

I meccanismi di influenza

Con l’evoluzione del settore, anch’io mi adattai. Io e i miei colleghi diventammo artefici di nuove forme di pubblicità: ampliammo la definizione di depressione, presentammo la teoria della serotonina e persino istruimmo medici e pazienti sui criteri diagnostici, creando mercati sempre più vasti.

Le tattiche includevano:

• Pubblicità ai medici che confondeva istruzione e vendita
• Materiali che descrivevano la depressione come squilibrio biochimico
• Checklist per i consumatori che favorivano l’autodiagnosi
• Pubblicità diretta al pubblico che normalizzava i farmaci come prima scelta

La maggior parte dei medici non ha tempo per verificare autonomamente la ricerca. Le informazioni arrivano da conferenze sponsorizzate, media filtrati da PR (Public Relations), rappresentanti di vendita, supplementi finanziati dall’industria e “Key Opinion Leaders” pagati.

L’eredità e la via da seguire

Gli antidepressivi sono ormai parte della cultura americana: nel 2023 il 24% delle donne ha dichiarato di aver ricevuto un trattamento per la depressione. L’uso è esploso tra i giovani, raddoppiando tra le ragazze 12–17 anni e aumentando del 50% tra le donne 18–25. Questo ha aperto la strada anche ad altri psicofarmaci: stimolanti per l’ADHD e antipsicotici usati come potenziatori.

La teoria della serotonina non si è diffusa grazie a ricerche indipendenti, ma grazie a un’aggressiva strategia di marketing. Ancora oggi molti vi credono, nonostante le prove scientifiche siano deboli.

In sintesi:

• Le aziende hanno finanziato la ricerca sulla teoria dello squilibrio chimico
• Hanno controllato i messaggi sugli SSRI
• Hanno tratto profitto dalla credenza diffusa

L’assistenza psichiatrica moderna è più guidata dalle vendite che dalla scienza. Per questo sentiamo parlare più di pillole che di trattamenti efficaci basati sullo stile di vita, come esercizio fisico e terapia cognitivo-comportamentale.

Conclusione

Il modello biomedico della depressione non è un vangelo, ma una storia creata per vendere farmaci. Come società dobbiamo riappropriarci della narrativa sulla salute mentale, sottraendola agli interessi aziendali e tornando a una visione più olistica, che riconosca il ruolo dei fattori psicologici, sociali e spirituali nel benessere emotivo.

 

 

https://rxbalance.org/Lydia Green, ex scrittrice pubblicitaria medica ed ex addetta ai lavori del settore, ha trascorso oltre 30 anni acquisendo una rara visione dall'interno di come le aziende farmaceutiche commercializzano i loro prodotti. Ora, attraverso la sua organizzazione no-profit RxBalance, aiuta le persone a comprendere le influenze spesso nascoste dietro il marketing dei farmaci da prescrizione. Guarda il suo TEDx Talk qui.

Lydia Green, ex scrittrice pubblicitaria medica ed ex addetta ai lavori del settore, ha trascorso oltre 30 anni acquisendo una rara visione dall’interno di come le aziende farmaceutiche commercializzano i loro prodotti. Ora, attraverso la sua organizzazione no-profit RxBalance, aiuta le persone a comprendere le influenze spesso nascoste dietro il marketing dei farmaci da prescrizione. Guarda il suo TEDx Talk qui.

 

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Articolo originale pubblicato su Mad in America

Confessions of an Advertising Writer: How I Helped Pharma Sell Antidepressants – Mad In America

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Ha inoltre tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici". Recentemente, insieme a Marcello Maviglia e Miriam Gandolfi, ha pubblicato il libro "Sospendere gli psicofarmaci: Come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace.