Una vita realizzata e felice trasformata in un incubo mortale – Storia di Maria

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Laura Guerra
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La seguente storia costituisce una testimonianza importante riguardo i problemi che si possono sviluppare a seguito di modalità di prescrizione di psicofarmaci che non tengono conto dei bisogni e delle esigenze dell’individuo sotto cura. A volte, anche le dinamiche familiari, come nella presente storia possono contribuire ad un utilizzo della farmacologia non congeniale alle aspettative individuali. La storia quindi ci fornisce diversi punti di riflessione sull’utilizzo degli psicofarmaci. Il primo, il più importante, è che porre attenzione ai bisogni e alle esigenze dell’individuo sotto cure sia essenziale. Ma è anche estremamente rilevante che i familiari, con l’aiuto del medico e terapeuta capiscano che la prescrizione del farmaco è densa di significati e dinamiche complesse sia per il paziente che per l’intera famiglia. Solo tramite un approccio contestuale, che tenga presente almeno gli elementi più importanti, si può sperare in terapie farmacologiche rispettose dei bisogni e della libertà di scelta terapeutica. (Marcello Maviglia)

Una vita realizzata e felice trasformata in un incubo mortale – Storia di Maria

Ho 51 anni, sono originaria delle Marche e attualmente vivo a Roma. Due anni fa, dopo una vita attiva, dopo esser stata indipendente economicamente fin da giovane ed essermi mantenuta da sola agli studi, ho avuto un breve episodio psicotico, durato due giorni. L’episodio si è presentato dopo qualche mese dall’inoculazione di un vaccino anti-Covid. Il lotto del vaccino che mi era stato iniettato è stato poi ritirato dopo qualche giorno. Dopo essermi vaccinata ho cominciato a soffrire di vertigini, ma non me ne sono preoccupata troppo fino a quando ho trascorso due notti insonni ed ho cominciato ad avere paranoie, a pensare di essere controllata dalla polizia e che volessero licenziarmi, anche se ero molto apprezzata al lavoro ed ero una delle migliori tra i colleghi. Mentre ero in questo stato chiamai il coordinatore della cooperativa per cui lavoro dicendo che volevo licenziarmi e farmi radiare dall’Albo degli Psicologi del Lazio. Lui capì immediatamente che avevo avuto un “crollo psicologico” e mi consigliò di andare dal medico di base.

Chiamai mia madre per dirle che sarei andata presto da lei. Lei si allarmò perché non tornavo mai volentieri dalla mia famiglia. Il medico mi aveva prescritto delle benzodiazepine per farmi dormire. Mentre ero nello studio medico mi chiamò mia sorella perché mia madre si era preoccupata. Il medico mi chiese di passargliela e le disse che era preferibile non lasciarmi da sola.

Lei venne a prendermi con la macchina e mi portò nelle Marche. Io ho continuato a “delirare” per un altro giorno. Mia madre e mia sorella mi guardavano sbigottite, mentre io avevo soltanto bisogno di qualcuno che mi rassicurasse, che mi dicesse che non stavo correndo alcun pericolo.

Invece mia sorella mi portò al Pronto Soccorso. Durante l’attesa continuavo a delirare, ma dopo aver parlato con una prima psichiatra tornai in me e mi mandarono da una seconda psichiatra. Mia sorella si era resa conto che ero tornata lucida e pienamente cosciente, ma continuava a chiedermi con fare intimidatorio di ripetere tutto ciò che le avevo detto prima. Mi ricoverarono in SPDC (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura); il ricovero risultava essere stato volontario, ma io ricordo solo di essermi ritrovata nel letto d’ospedale con tutto l’occorrente per la degenza (pigiama e detergenti) e con un cellulare non mio, senza nessuno dei miei contatti.

In SPDC mi hanno somministrato Haldol, Risperdal (due antipsicotici, ndr) e Tavor (benzodiazepina, ndr) insieme; dopo una settimana 3 fiale di Abilify (antipsicotico, ndr) in due giorni, più Tavor e in seguito 15 mg di Abilify al giorno. In ospedale stavo ancora benissimo. Ricordo che non volevano dirmi che farmaci mi stessero somministrando, ma sono riuscita a farmelo dire da un’infermiera amica di mia sorella che mi aveva pregato di non riferirlo agli psichiatri. Mi venne quindi somministrato un MMPI-2 (test psicologico per valutare le principali caratteristiche della personalità, usato sia in ambito psicologico che psichiatrico, ndr) secondo cui risultavo perfettamente sana di mente. Eppure lo psichiatra mi aveva fatto una diagnosi di disturbo schizoaffettivo.

Ho dovuto aspettare 10 giorni prima di essere dimessa, perché mia sorella diceva di non potermi venire a prendere. A casa mi accorsi di aver sviluppato la “acatisia” e di notte quando provavo a dormire, la testa mi scoppiava. Era una tortura, pensieri senza senso mi turbinavano nel cervello, avevo la sensazione che la testa mi stesse letteralmente friggendo. Dovevo addormentarmi in posizione prona, mentre prima dormivo sempre di fianco.

Alla prima visita col viceprimario del reparto mi aggiunsero l’Akineton per l’acatisia. Io mi lamentavo del mio appiattimento emotivo. Il mio cellulare era stato consegnato da mia sorella ad un avvocato. Per due mesi sono rimasta senza contatti e mia sorella non mi permetteva l’accesso a Facebook. Dopo due mesi ho riavuto il mio cellulare perché le ho detto che era illegale trattenersi il mio telefono.

Da 15 mg di Abilify, 18 gocce di Tavor e non so quanto Akineton, il medico mi abbassò l’Abilify a 10 mg, e io di nascosto a quel punto dimezzai la pasticca di Abilify a 5 mg. A casa continuavo a lamentarmi del mio stato, così mi portarono da uno psichiatra privato che mi abbassò la dose di Abilify a 3,5 mg, lasciando l’Akineton, e aggiungendo Cipralex (antidepressivo, ndr) e Rivotril (benzodiazepina, ndr). Questo psichiatra sosteneva che avessi una “frattura” nel cervello e che, se avessi interrotto la terapia, non si sarebbe rimarginata!

Ero contenta di questo psichiatra privato, perché al contrario di quello dell’ospedale mi aveva detto che potevo tornare al lavoro. Tuttavia, quando tornai al lavoro mi resi conto che la fortissima acatisia interna che provavo mi rendeva impossibile svolgere le mie mansioni. Nonostante ciò, cercavo di resistere per non esser costretta a tornare dai miei.

Dopo le mie 6 ore di lavoro, che sono diventate un vero calvario, passo il resto della giornata nel letto e non faccio altro. All’ora di cena mi preparo un’insalata e guardo un film. Durante il weekend, prima di questa crisi, uscivo e vedevo un paio di amici, cosa che non riesco più a fare da oltre un anno.

Dopo 6 mesi di trattamento cominciai a scalare i farmaci rapidamente tutto da sola e sapendo che i miei familiari avrebbero disapprovato la mia scelta, mi consultai con uno psichiatra di Roma, il quale mi disse che secondo lui non avevo bisogno di psicofarmaci e che se mi sentivo bene potevo non prenderli.

Mi accorsi però di andare in ansia quando utilizzavo i mezzi pubblici e quindi lo psichiatra mi prescrisse Cipralex e Rivotril, psicofarmaci che mi aveva già prescritto lo psichiatra precedente, ma almeno aveva tolto il neurolettico e l’anticolinergico, che non era servito ad alleviare l’acatisia.

D’estate, al ritorno a casa per le vacanze estive, mia madre e mia sorella si allarmarono perché ero stata da un altro psichiatra e mi portano di nuovo da quello di Ascoli Piceno, il quale mi imbottì di “molecole” più pesanti, cambiandole ogni due settimane e riducendomi a un vegetale. Stavo sempre nel letto.

Di queste medicine ricordo solo Trilafon (antipsicotico, ndr) e Lyrica (antiepilettico, utilizzato nel trattamento del dolore neuropatico e nel trattamento dell’ansia generalizzata, ndr).

Con questo psichiatra non avevo un rapporto di fiducia, perché lui non voleva parlare con me, ma soltanto con mia sorella e io, attraverso lei, chiedevo che mi desse qualcosa per aumentare la dopamina, ma nessuno dei farmaci che mi aveva prescritto aveva questo effetto.

Trascorsi i due mesi successivi peggiorando sempre più, al ché mia sorella si convinse che i neurolettici mi stavano facendo male e quindi mi accompagnò alla visita con lo psichiatra per chiedergli di togliermeli. Lo psichiatra si mostrò stupito e disse che forse non ero schizoaffettiva ma bipolare e che una volta interrotti i farmaci sarei ritornata come prima, che la terapia era leggera e forse solo l’acatisia poteva far pensare che qualcosa non andava. Mi prescrisse allora 300 mg litio (stabilizzatore dell’umore, ndr), mirtazapina (antidepressivo, ndr) ed EN (benzodiazepina, ndr).

Per combattere l’estrema debolezza e mancanza di interessi che gli psicofarmaci mi stavano causando, lo psichiatra mi consigliò “una tazzina di caffè in più al mattino”, ma altro che caffè mi serviva! Dopo qualche mese il medico di base si accorse che per effetto dei neurolettici il mio battito cardiaco era accelerato.

Durante quell’estate pregai mia madre di non farmi assumere più niente, perché sentivo che il mio cervello era rovinato. Le chiesi se si fosse presa la responsabilità di ritrovarsi una figlia in quelle condizioni. Ma lei non rispondeva, era molto fredda, quasi fosse una lotta con un tossicodipendente al contrario.

Dal settembre scorso ho cominciato a cercare informazioni su Facebook e ho trovato il gruppo Mat in Italy. Ho conosciuto uno psichiatra che frequenta il gruppo che aveva cominciato ad aiutarmi a scalare i farmaci, ma io non stavo bene e dopo 3 mesi ho sospeso tutti i farmaci bruscamente. Attualmente assumo solo 8 gocce di EN per dormire.

Oltre al battito accelerato, ho disturbi digestivi, severo calo cognitivo, sono dimagrita 15 kg pur mangiando. Ho atrofia muscolare, insonnia, anedonia ed abulia. Passo le giornate a chattare, non riesco ad ascoltare musica, guardare un film, tenere una conversazione, fatico ad avere cura della mia persona. E’ cambiata anche la mia grafia. Lavoro in una terza media con bambini disabili; ho dovuto chiedere di dimezzare l’orario lavorativo e, nonostante questo, le poche ore di lavoro che riesco a svolgere sono diventate una tortura. Prima facevo anche ripetizioni a domicilio nel pomeriggio.

Vorrei dormire tutto il giorno, ma sono agitata e non ci riesco.

Il sintomo più terrificante è l’acatisia, perché non riesco a seguire un film, ad ascoltare la musica che prima adoravo tanto. Non riesco neppure a seguire un discorso fino alla fine. A causa dell’acatisia mi procuro delle piccole ferite alla fronte e al fondoschiena, perché le mani devono sempre muoversi. Non posso stare in attesa nelle file o scegliere con calma un prodotto al supermercato, non posso aspettare il verde per attraversare la strada; qualsiasi cosa faccia è come se avessi una pistola puntata alla tempia che mi spinge a finire di fare tutto al più presto. Ho poi perso la memoria. Ricordo poche cose, non sono in grado di fare le operazioni di calcolo più semplici, quando la matematica era una materia nella quale eccellevo.

Prima dell’inizio di questa terribile disavventura leggevo molto, mi esprimevo e scrivevo molto bene, disegnavo benissimo. Ero solare, molto attiva, non avevo mai sofferto di alcun disturbo psicologico.

La mia famiglia avrebbe voluto che fossi meno esuberante, meno ribelle, meno loquace. Per questo stavo pochissimo con loro. Non si rendono conto di quanto io possa soffrire in questo stato. Anzi ora stanno anche più tranquilli perché non esco più, mentre prima ero sempre in giro da qualche parte e mia madre era molto apprensiva. Mia sorella, quando mi lamento del mio cambiamento, per me intollerabile dice: “Mica devi prendere un’altra laurea! Vorrà dire che prima eri una Ferrari adesso sei una Cinquecento! E poi è così importante vedere film?”.

Mi sento abusata e senza speranza, l’uso degli psicofarmaci in modo massiccio e senza il giusto criterio può annientare l’organo più prezioso che abbiamo e rendere la vita un inferno. Questi abusi vengono celati e le vicende insabbiate in modo tale che la popolazione non sia consapevole del sistema che contribuisce a sostenere i grossi colossi farmaceutici.

Note bibliografiche

 Laura Guerra. Psicofarmaci ed effetti collaterali – Acatisia. Mad in Italy,

Psicofarmaci ed effetti collaterali – Acatisia – Mad in Italy (mad-in-italy.com)

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Recentemente ha tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici".