Lundbeck sei pazza ?”Insieme per la salute mentale” tra salute e profitto nella Giornata Mondiale della Salute Mentale

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Lundbeck: sei pazza? “Insieme per la salute mentale” tra salute e profitto nella Giornata Mondiale della Salute Mentale

Ogni anno dal 1992, il 10 Ottobre si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, un’occasione importante per parlare della salute mentale della popolazione e di ciò che la ostacola.

Quest’anno come lo scorso Lundbeck, multinazionale specializzata in psicofarmaci multata con 93 milioni di euro dalla Corte di Giustizia Europea, ha monopolizzato la giornata appropriandosi degli eventi e saturando gli spazi comunicativi proprio nel momento in cui l’epidemia allarga la quota di popolazione che vive un disagio e i  trattamenti proposti si concentrano sempre di più sul solo farmaco.

L’influenza del commercio nel campo della salute dei cittadini è arcidocumentata e si manifesta in quell’ampio insieme di fenomeni denunciati come “disease mongering” o “vendita delle malattie”.

In salute mentale, la commercializzazione della salute e della malattia e delle cure è un problema sostanziale, che determina buona parte dei problemi sistemici nel campo della salute mentale: dai problemi connessi alla residenzialità, a quelli connessi all’utilizzo dei farmaci e delle prescrizioni inappropriate, a quello della produzione delle evidenze, a quello della formazione dei medici.

Uno dei casi più evidenti dei fenomeni connessi alla commercializzazione della salute è, ad esempio, l’inflazione diagnostica. In psichiatria e psicologia, le diagnosi disponibili sono diventate da 106 nel ’52 a 365 le 2013, con l’uscita del DSM5. Creata una diagnosi, attraverso un lungo processo non scevro di interessi economici, questa si diffonde nel corpo sociale e la cura corrispondente può essere venduta: le grandi case farmaceutiche, talvolta, promuovono non solo i propri farmaci ma anche i disturbi necessari a creare il mercato per i prodotti che vendono.

Basti pensare al caso dell’”ADHD”, diagnosi dallo statuto epistemologico incerto, con validità e attendibilità molto basse, molto dibattuta in seno alla comunità scientifica e che ha una prevalenza notevolmente differente tra paesi (il 1.2% in Spagna, il 5.2% negli USA) in funzione delle maggior o minor influenza del mercato negli assetti sociali.

Le aziende hanno interessi enormi nell’ampliamento del bacino di consumatori inducendo i cittadini a sentirsi malati e promuovendo l’idea di una società malata. Creano e alimentano i bisogni di salute soddisfacendo i quali traggono profitto e la pandemia sta servendo loro un assist perfetto.

Già prima della pandemia, l’OMS iniziò a segnalare a decisori politici e opinione pubblica l’epidemia di “depressione” in corso e prevista e molte forze si unirono nelle richieste di “maggiori investimenti in salute mentale” in un narrazione dominante costruita sulle ripercussioni sulle capacità produttive dei “disturbi mentali” e sui costi economici della loro gestione.

A Gennaio 2020, al World Economic Forum di Davos, termometro dello zeitgeist economico globale, i potenti della terra inserirono la salute mentale in agenda. La pandemia ha accelerato il processo: la salute mentale della popolazione è entrata nel dibattito pubblico e nell’agenda politica, globale e statale, e la sua centralità strategica è confermata dall’Evento Speciale ad essa dedicato che ha preceduto il G20 dei Ministri della Salute di Roma.

Le condizioni di reale fragilità di molti cittadini, soprattutto quelli in condizioni di maggior svantaggio, causate da pandemia e misure di contenimento non cancellano, semmai acuiscono, l’interesse per la salute mentale della popolazione forse mai come prima d’ora intesa come spazio economico per la produzione di profitto e opportunità fondamentale per la creazione di capitale privato e la crescita economica che, evidentemente, nuocciono più di quanto non promettano.

Intanto, il SSN, strumento privilegiato di protezione sociale e contrasto alle disuguaglianze sociali e di salute esacerbate dalla pandemia, provato da anni di aziendalizzazione e spinte verso la privatizzazione, reagisce come può.

Definanziamento e mancanza di risorse ne determinano cure povere in quantità, scarsamente accessibili e disponibili, e qualità, con uno slittamento verso un uso dei trattamenti farmacologici dal sapore, sostiene Starace, presidente della SIEP, vetero-fordista.

L’effetto della pandemia sul consumo dei farmaci è ben documentato e si inserisce in un trend in continua crescita. L’ultimo rapporto Osmed, di Aifa, afferma che nel 2020 sono stati spesi 399,4 milioni di euro per antidepressivi. Nel 2020 il consumo di antidepressivi rappresenta il 3,7% del consumo totale di farmaci in Italia, con un aumento rispetto al 2019 dell’1,7% e il cui utilizzo è aumentato di oltre il 10% negli ultimi sette anni. Il 6,5% della popolazione italiana ha fatto ricorso a farmaci antidepressivi nel corso del 2020.

Il rapporto conferma che la differenza tra i generi permane in tutte le fasce di età, con livelli di consumo più che doppi nelle donne rispetto agli uomini. E’ l’Aifa stessa a dichiarare che “spesso questi farmaci vengono prescritti per condizioni cliniche non legate alla patologia depressiva, ma che potrebbero essere trattate con approcci di tipo non farmacologico”.

Dati simili vengono dal Regno Unito dove i dati del NHS attestano un aumento del 6% delle prescrizioni di antidepressivi negli ultimi tre mesi del 2020 rispetto ai mesi corrispondenti dell’anno precedente e il 23% in più di pazienti ha ricevuto un prodotto antidepressivo nel terzo trimestre del 2020-2021 rispetto allo stesso trimestre del 2015-2016.

Il periodo pandemico, sostiene il rapporto, è correlato con il maggior aumento sia del consumo di antidepressivi che delle persone che ne hanno fatto uso. I trend dei due paesi riflette quello europeo come riscontrato da un approfondimento di Civio, parte del European Data Journalism Network, sulle prescrizioni di antidepressivi e ansiolitici (fonte di forte dipendenza), le cui prescrizioni sono in stabile aumento da alcuni anni a questa parte anche per via dell’assenza di percorsi di cura alternativi accessibili, quali quelli psicologici, nella maggior parte dei sistemi sanitari e paesi. Tale aumento sembra essere impennato in seguito al periodo pandemico.

Il mercato della salute è molto ricco e le dinamiche commerciali influenzano prepotentemente sia la salute dei cittadini sia comunicazione e narrazione del tema.

Nel 2010 i profitti complessivi delle 10 maggiori aziende farmaceutiche ammontavano a 303 miliardi di dollari, più della somma del PIL di tutti i paesi del mondo che non fanno parte dei 34 paesi più industrializzati. Il mercato che ruota attorno agli psicofarmaci è in costante crescita e la pandemia costituisce un’occasione d’oro per chi li produce.

Gli incassi di Lundbeck per un suo antidepressivo sono saliti nel 2020 del 15% mentre le stime del tasso di crescita del mercato globale degli antidepressivi dal 2020 al 2029 sono comprese tra il 2.9% e il 6.5%.

Se sei un produttore di farmaci hai molti interessi nel diffondere l’idea di una società malata e molti strumenti per farlo.

Le campagne comunicative e di sensibilizzazione, sulla salute, sulla malattia, sul diritto alla cura e la narrazione dominante rischiano di essere malsane e controproducenti, inquinate dagli interessi di queste aziende.

Non è un caso che Johnson e Johnson , ad esempio, nel 2014, abbia speso complessivamente 6,2 miliardi di dollari in ricerca e 21,9 miliardi per marketing e vendita e le “giornate di sensibilizzazione e consapevolezza ” siano passate ad essere negli USA dal 1997 al 2016 da 44 a 401, con un aumento di spesa da 177 a 430 milioni di dollari per le multinazionali.

Oggi in Italia, Janssen e Lundbeck, nell’ambito della salute mentale, sono molto attive, anche comunicativamente, ad esempio attraverso con molte pagine sui social (come le pagine FB BrainTalk o AbcDepressione aperte a qualche mese di distanza durante il periodo di lockdown) e campagne (ad esempio “La depressione non si sconfigge a parole” o “Insieme per la salute mentale”), ancor più in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale.

Hanno un influenza determinante e pervasiva ma sottilmente discreta e rischia di alimentare alcuni gravi problemi reali, come quello dell’inappropriatezza prescrittiva e dell’uso dannoso dei farmaci, e non toccarne altri, come quello di accessibilità, disponibilità e qualità dei servizi pubblici che molti altri gruppi di cittadini, operatori e militanti, decisori provano a contrastare quotidianamente.

Le campagne di sensibilizzazione, e la giornata mondiale della salute mentale in particolare, giocano una piccola parte all’interno di un sistema di potere strutturale più ampio che comprende l’influenza delle multinazionali nella produzione della conoscenza (la creazione dei dati, delle evidenze), la formazione dei medici, nella stesura delle Linee Guida che informano le pratiche dei sistemi sanitari nazionali.

Ad esempio, Nice si organizzò per preparare le Linee Guida per il trattamento dei bambini con diagnosi di depressione che avrebbero influito profondamente sulle modalità prescrittive internazionali: un’occasione ghiottissima per molti produttori. Nel 2004 i ricercatori del NICE pubblicarono un editoriale in The Lancet, “Depressing Research” a partire dalla constatazione che molti studi compromettenti per le aziende farmaceutiche non fossero stati pubblicati e quelli pubblicati fossero stati distorti.

Le preoccupazioni espresse nell’editoriale però vanno oltre al caso specifico denunciando una situazione strutturalmente compromessa. Nello stesso anno, una rassegna sistematica sugli studi relativi alla depressione infantile, arrivò alla conclusione che, una volta inclusi gli studi non pubblicati, il profilo dei danni e benefici favorevole si trasformava in uno sfavorevole per moltissimi farmaci.

Peter Gøtszsche afferma che nessuna delle aziende, tra cui Lundbeck, si sia mostrata disponibile alla richiesta dei dati non pubblicati, poi forniti da un’agenzia del farmaco. Così, in Italia, il 10 Ottobre, quest’anno come lo scorso, la Giornata Mondiale della Salute Mentale (celebrata dal 1992 per aumentare la consapevolezza di cittadini e governi sui problemi di salute mentale, mobilitare gli sforzi collettivi a sostegno del benessere delle persone, promuovere azioni di advocacy e lotta allo stigma) sarà utilizzata da Lundbeck, specializzata in farmaci psicotropi, per la campagna “Insieme per la salute mentale” con la partecipazione di molte società scientifiche, associazioni di utenti e testimonials, numerose iniziative in molti territori e grande risonanza mediatica.

In Italia non è possibile fare pubblicità diretta presso il consumatore e le aziende devono trovare modalità promozionali indirette per cambiare la percezione sociale e l’atteggiamento verso le condizioni di sofferenza e ciò che viene definito malattia.

Ma chi è Lundbeck ? Lundbeck è tornata alla ribalta della cronaca il 25 Marzo 2021 e non è stato un successo d’immagine. Un comunicato stampa della Corte di Giustizia Europea sancisce la chiusura definitiva dell’iter legale iniziato nel Giugno 2013, in seguito alla decisione della Commissione Europea di multare la multinazionale con 93 milioni di Euro.

L’azienda, impugnata la sentenza, aveva prontamente presentato un ricorso, sostenuto dall’European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (EFPIA), respinto nel 2016 dalla sentenza della Commissione.

Lundbeck prevedeva di lanciare sul mercato per la fine del 2002 o l’inizio del 2003 il Cipralex, un nuovo farmaco antidepressivo, basato sulla molecola denominata escitalopram che sarebbe stato protetto da brevetti validi almeno fino al 2012. Questo nuovo medicinale era destinato agli stessi pazienti consumatori di un altro farmaco Lundbeck, brevettato come Cipramil, basato su una molecola quasi identica, il citalopram.

Nel corso del 2002 la Lundbeck concluse sei accordi “controversi” riguardanti la molecola citalopram con quattro imprese attive nella produzione o vendita di medicinali generici: Merck, Alpharma, Arrow e Ranbaxy. Tali accordi erano finalizzati all’esclusione, per un periodo concordato, dei produttori di medicinali generici dal mercato in cambio di pagamenti a loro favore. Si tratta di un caso di pay-for-delay, accordi stretti tra produttori di “farmaci innovativi” titolari di brevetti e produttori di “farmaci generici”, per ritardare il lancio sul mercato di alcuni medicinali equivalenti a fronte di un pagamento.

La sentenza del 2003 delineò con maggior chiarezza la natura dei comportamenti di Lundbeck sancendo la violazione delle norme imposte alle aziende operanti in Gran Bretagna sui contenuti pubblicitari, come ripreso dal The Guardian. L’azienda aveva affermato, contro ogni evidenza, la significativa maggior efficacia dell’escilatopram rispetto al citalopram.

L’aggressività della campagna di marketing presso gli operatori sanitari tuttavia portò l’escilatopram ad essere un vero successo di mercato e la Lundbeck a prosperare nonostante la revoca nel 2004 di un brevetto per il citalopram per “difetto del requisito della novità” rispetto ad uno precedentemente depositato dalla medesima società.

Lundbeck è tristemente nota agli addetti ai lavori per molte altre vicende molte delle quali documentate minuziosamente da Peter Gøtszsche in “Psichiatria Letale e Negazione Organizzata”. Tralasciando quelle che coinvolgono la Forest, azienda che commercializza i farmaci Lundbeck in America, Gøtszsche illustra la responsabilità di Lundbeck nella falsificazione di studi relativi all’efficacia, sia in adulti che in adolescenti, di citalopram ed escilatopram e nella contraffazione di dati che minimizzavano il rischio suicidario in bambini che assumono antidepressivi.

Insomma, non propriamente un agnellino indifeso; d’altra parte sarebbe ingenuo aspettarsi un atteggiamento differente da parte di una multinazionale. Il mercato è il mercato e, come afferma il report annuale 2020 della Lundbeck, per la realizzazione degli “imperativi strategici” per “espandere ed investire per la crescita” occorre “mantenere l’attenzione sulla redditività” ed “espandere spazi operativi” e “lavorare a stretto contatto con la comunità dei pazienti” e “coinvolgerli nella nostra catena del valore”: “una Salute Mentale che sia per tutti non può prescindere dalla collaborazione di tutte le parti coinvolte”. La giornata mondiale della salute mentale, rappresente un’occasione imperdibile.

Per questo ogni anno Lundbeck organizza con i gruppi di advocacy e le associazioni, #1voicesummit, una giornata che promuove la collaborazione con la comunità globale di advocacy per raggiungere due obiettivi chiave della multinazionale: salute del cervello e leadership nelle neuroscienze. L’appuntamento ha la funzione di “trovare nuovi modi per amplificare la voce delle persone con esperienze vissute di malattie cerebrali”.

Oltre 80 associazioni da quasi 20 paesi hanno partecipato all’edizione del 2021, anche alcune nostrane. Il primo rapporto documentato con le associazioni italiane risale al 2017.

Progetto Itaca, il Coordinamento Toscano delle Associazioni per la salute mentale, Fondazione Liegro il 28 e 29 Giugno sono nel quartier generale di Lundbeck a Copenaghen. Dal report del summit 2021, scaricabile sul sito di Lundbeck, si evince la partecipazione di CittadinanzaAttiva, dell’Associazione Regionale per la Salute Mentale “Percorsi ODV Abruzzo”, e la ALTEMS, l’alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

E’ questo che ha fatto Lundbeck, coinvolgendo nella campagna associazioni scientifiche (SIP, SIPS, SOPSI, SINPF, SIRP, SIFIP) e associazioni di pazienti e familiari e della società civile (Coordinamento Toscano, Progetto Itaca, CittadinanzaAttiva, AIDEP).

Come risulta dal sito stesso di Lundbeck membri di ognuna delle società scientifiche e moltissime associazioni sono state finanziate nell’anno precedente dall’azienda. Società civile e associazioni di pazienti e familiari si sono fatti così portavoce, durante la giornata mondiale della salute mentale, dei messaggi interiorizzati funzionali al profitto dell’azienda che ne incorpora le spinte al cambiamento e diffondendo messaggi che tutto sono fuorché disinteressati.

Molti dei partecipanti, ignari e realmente mossi da un genuino interesse per la collettività e il diritto alla salute, sono entrati nella tela del ragno, giocando il ruolo che questo aveva immaginato per loro.

L'”onda verde” promossa da Lundbeck ha monopolizzato la Giornata Mondiale della Salute Mentale in Italia, colonizzando l’immaginario collettivo e il discorso pubblico e occorre essere chiari: la campagna “Inisieme per la salute mentale” rientra in una strategia di marketing attraverso cui Lundbeck si è appropriata della ricorrenza dalla giornata internazionale della salute mentale, con il prestigio sociale e i benefici d’immagine connessi modellando l’immaginario collettivo, diffondendo una concezione riduttivamente biomedica, medicalizzante e medicalizzata, funzionale al profitto dell’azienda, senza minimamente scalfire i problemi reali che ostacolano la salute mentale della popolazione.

A Lundbeck non interessa la nostra salute, interessa la nostra malattia.

L’ impegno verso l’accessibilità di cui Lundbeck parla non è corrispondente a quello per l’accesso a servizi capaci di restituire dignità alle persone ma, afferma la stessa azienda “siamo impegnati nel promuovere l’accesso ai nostri farmaci innovativi, affrontando le barriere fisiche, economiche, discriminatorie e d’informazione.

Esempi del nostro lavoro sono campagne di educazione terapeutica non promozionale”.

La lotta allo stigma e al pregiudizio, promossi strumentalmente da Lundbeck, è funzionale, come afferma lei stessa, alla rimozione degli ostacoli che possono rendere diffidenti i cittadini all’idea di identificarsi nella condizione di malato. Rimossi stigma e pregiudizi, i cittadini possono candidamente ammettere la propria malattia, la propria condizione di malato e ingrandire il bacino di consumatori.

L’equiparazione tra malattia fisica e mentale, neanche a dirlo, è funzionale all’idea che il disagio possa essere localizzato, causato e trattato, a livello cerebrale, laddove agiscono le molecole prodotte, studiate, pubblicizzate e vendute.

Per altro, se il disagio mentale è una funzione del cervello perché vergognarsi, perché nascondersi ? Basta una pillola, “come per il diabete”! Occorre un cambiamento da un paradigma riduzionista, centrato sullo “squilibrio chimico”, ad uno capace di contemplare gli “squilibri di potere” nel determinare non solo, come indicato da Dainius Pūras, sofferenza e disagio, ma anche la narrazione dominante nell’immaginario collettivo, ancor più in date importanti, simbolicamente e praticamente, per il bene comune come quella del 10 Ottobre (per altro a rischio perenne di appropriazione da parte di gruppi particolari, come è accaduto da parte degli psicologi che l’hanno trasformata in Giornata Nazionale della Psicologia).

La giornata mondiale della salute mentale ci ricorda, simbolicamente e praticamente, ciò che di malsano c’è nella nostra società, ciò che inquina le nostre pratiche di cura e che aggredisce la nostra salute.

Queste cure, se troppo utilizzate, ci fanno ammalare, ci uccidono. Accade anche con l’acqua, ci vuole un limite, pena, ci ricordano le condizioni ambientali, l’estinzione, la morte.

Voi, Ludbeck, guadagnate dalla diffusione di questi trattamenti, guadagnate dalla nostra malattia. Per farlo illudete qualcuno di essere interessati alla nostra salute, credete di poterci sensibilizzare, credete di poterci educare, con le vostre campagne. Non c’è niente di illegale in tutto questo, è business, as usual. Ma è profondamente nocivo, spudorato.

E’ surreale constare come, legalmente, possa essere diffusa l’idea di una società malata e nel farlo si aggravino problemi reali, quali quello dell’appropriatezza prescrittiva, che rischiano di uccidere le persone o farle perdere nella dipendenza, nella marginalità.

Come possono operatori, decisori, politici, operatori, utenti, partecipare a questa messa in scena? Come possono partecipare ad una campagna di sensibilizzazione voluta e disposta da una multinazionale degli psicofarmaci che si dice interessata al bene comune.

Certamente le condizioni reali di disagio sono grandi e molto diffuse ed occorre occuparsene, con urgenza e lungimiranza. Non possiamo lasciarci sfuggire un’occasione così ghiotta di lotta. Nè possiamo cullarci, persi come siamo nell’isolamento e nella frammentazione dell’esistenza, all’illusione dell’ideologia della cura né allo scoraggiamento che deriva dal guardare in faccia la realtà.

Di fronte all’#insiemeperlasalutementale, ancor più in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, dobbiamo affermarci e affermare con chiarezza: #noninsiemeavoi. Non possiamo partecipare, non vogliamo essere partecipi. Vogliamo denunciare e, insieme e nelle contraddizioni del reale, mettere in pratica una liberazione da questo scempio che non si può più sopportare. Ne va della nostra salute reale, di quella della società e dei nostri sistemi di cura.

In allegato la forma estesa dell’articolo

 

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Matteo Bessone, psicoterapeuta e militante, co-fondatore dello Sportello TiAscolto, Psicomunet, Psicoterapia Aperta. Curatore e autore del libro della Rete Sostenibilità e Salute "Un nuovo mo(n)do per fare salute" Ha tradotto il documento dell'OMS sui Determinanti Sociali della Salute Mentale. A livello clinico è appassionato delle persone che han perso la speranza nella possibilità di guarigione. Nella militanza e la ricerca del legame tra salute collettiva e salute individuale e tra disuguaglianza e salute mentale.