Oltre lo squilibrio chimico: il contributo scientifico — e scomodo — di Mad in Italy

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Marcello Maviglia

Oltre lo squilibrio chimico: il contributo scientifico — e scomodo — di Mad in Italy

Premessa

Chi segue Mad in Italy sa che il nostro lavoro nasce da un’esigenza semplice: riportare la salute mentale in un discorso serio, documentato, libero da narrazioni prefabbricate. Eppure, nonostante l’impegno e la trasparenza, capita spesso che ciò che pubblichiamo venga citato in modo errato. Verosimilmente, ciò è dovuto al fatto che il dibattito pubblico è ancora fortemente influenzato dalle logiche commerciali dell’industria farmaceutica, che tendono a semplificare e talvolta a delegittimare tutto ciò che non rientra negli schemi dell’origine biologica del disturbo mentale.

Queste sono le ragioni essenziali per cui abbiamo deciso di pubblicare questo articolo. Non per difenderci, ma per chiarire il nostro approccio ai temi della salute mentale. Nell’articolo non troverete slogan né posizioni preconcette, ma una narrazione che ricostruisce i diversi aspetti dell’analisi scientifica, li colloca nel loro contesto, ne mostra le sfumature e le zone d’ombra, cercando di restituire al lettore la possibilità di orientarsi con consapevolezza.

L’articolo, per quanto possibile, cerca di spiegare alcune modalità con cui si costruisce — e si distorce — la scienza e la conoscenza in psichiatria e nel campo della salute mentale. Espone come i dati vengono selezionati, comunicati e omessi. Illustra i meccanismi con cui certe narrazioni diventano dominanti, anche quando non reggono alla prova dei fatti. E mostra perché è così importante avere spazi indipendenti che si assumano il compito di leggere, verificare, contestualizzare le informazioni scientifiche e la loro commercializzazione.

Per noi rappresenta ciò che Mad in Italy vuole essere: un sito in cui la salute mentale viene trattata con serietà, responsabilità e rispetto delle sue complessità. Un luogo dove i lettori possono trovare strumenti per comprenderla  nei suoi diversi aspetti, dove la conoscenza e l’informazione sono un percorso verificabile e condiviso. Buona lettura!

Oltre lo squilibrio chimico: il contributo scientifico — e scomodo — di Mad in Italy

Abstract

Negli ultimi decenni, la psichiatria ha spesso adottato narrazioni che hanno ridotto la complessità della sofferenza mentale a spiegazioni semplicistiche, privilegiando modelli biologici privi di riscontro nella letteratura scientifica. Questa distanza tra i dati empirici e le informazioni dominanti ha influenzato lo sviluppo e il proliferare di diagnosi, trattamenti e politiche sanitarie, contribuendo a consolidare un paradigma che non riflette la varietà delle esperienze e dei contesti in cui la sofferenza si manifesta.

Mad in Italy nasce proprio nel punto in cui tale narrazione rivela le sue inconsistenze, inserendosi in un movimento globale di revisione critica della psichiatria contemporanea. In continuità con il lavoro di Mad in America e Mad in the World — reti internazionali che hanno contribuito a riportare al centro del dibattito la complessità della sofferenza mentale e i limiti dei modelli riduzionisti biologici — Mad in Italy si propone come iniziativa scientifica indipendente capace di declinare questa prospettiva nel contesto culturale, clinico e istituzionale italiano.

Mad in Italy è stato talvolta etichettato come “antipsichiatrico”, un’accusa che non trova riscontro nell’analisi delle sue pubblicazioni. Come discusso nel corpo dell’articolo, questa etichetta viene spesso utilizzata per delegittimare chi esamina criticamente la letteratura scientifica sulla psichiatria e sulla salute mentale, senza entrare nel merito del tema.

In realtà, le analisi di Mad in Italy si basano su studi peer-reviewed, su metodologie trasparenti e su una lettura accurata delle evidenze, non su posizioni ideologiche e/o preconcette. Mad in Italy propone una revisione degli interventi psichiatrici e della letteratura, intesa come responsabilità di trasparenza scientifica: riconoscere ciò che i dati mostrano, ciò che non mostrano e le lacune di ciò che è stato dato per scontato. È un invito a ripensare la sofferenza mentale nella sua complessità, aprendo lo spazio a pratiche cliniche più consapevoli, contestuali e rispettose delle persone.

Definizioni di  peer specialists  e recovery per i lettori

Nel dibattito internazionale sulla salute mentale ricorrono due concetti fondamentali che meritano una definizione chiara: i peer specialists e la recovery. I peer specialists — tradotti in italiano come esperti alla pari — sono persone che hanno vissuto direttamente esperienze di sofferenza psichica, crisi, uso dei servizi e percorsi di guarigione, e che mettono questo sapere esperienziale al servizio degli altri. La loro competenza non deriva da una formazione esclusivamente accademica, ma dall’aver vissuto in prima persona ciò che molti utenti dei servizi stanno vivendo. Per questo motivo, gli esperti alla pari rappresentano una risorsa unica: offrono un tipo di conoscenza che integra, completa e talvolta corregge le prospettive cliniche tradizionali, contribuendo a ridurre lo stigma, l’isolamento e la sfiducia nei confronti dei servizi.

Il concetto di recovery, spesso frainteso, non coincide con la semplice “scomparsa dei sintomi”. Nella letteratura internazionale, recovery indica un processo personale, non lineare, in cui la persona ricostruisce un senso di identità, di significato e di possibilità, indipendentemente dalla presenza o meno di sintomi residui. È un percorso che valorizza l’autodeterminazione, il contesto di vita, le relazioni, i diritti e la partecipazione sociale. In questa prospettiva, la guarigione non è un esito clinico misurato dall’esterno, ma un cammino che appartiene alla persona e che può includere, ma non necessariamente dipende da, interventi farmacologici o psicoterapeutici.

Queste due definizioni — esperti alla pari e recovery — sono centrali per comprendere l’approccio di Mad in Italy, che integra sapere scientifico, esperienza vissuta e analisi critica delle pratiche cliniche, con l’obiettivo di restituire complessità e dignità alla sofferenza mentale.

Parole chiave: Critica del paradigma organicista in psichiatria; dismissione farmacologica; esperti alla pari (peer specialists); bias cognitivi negli attacchi ai paradigmi scientifici dominanti; Recovery

 

Introduzione

Come già premesso, la salute mentale è spesso interpretata attraverso modelli che cercano di semplificare la complessità della sofferenza psichica. Tra questi, l’idea dello “squilibrio chimico” ha assunto un ruolo centrale, imponendosi come spiegazione naturale e rassicurante del disagio psichico, pur in assenza di solide basi scientifiche, come mostrato dalla revisione sistematica di Moncrieff e colleghi (1).

Di conseguenza, questa narrazione, benché priva di fondamento empirico, ha esercitato un’influenza profonda sull’immaginario sociale, sulle pratiche cliniche e sulle politiche sanitarie, contribuendo a consolidare un modello riduzionista che oscura la complessità dell’esperienza umana. È proprio in questo spazio di semplificazione che prende forma Mad in Italy: non come reazione emotiva o ideologica, ma come iniziativa scientifica che si propone di riportare alla luce ciò che, nel tempo, è stato messo tra parentesi: cioè che la salute mentale non può essere ridotta a un mero schema biologico.

Mad in Italy si inserisce nel dialogo con un movimento internazionale più ampio, inaugurato da Mad in America e successivamente ampliato da Mad in the World, che ha contribuito a ridefinire il dibattito globale sulla salute mentale. Il lavoro di autori come Robert Whitaker (2), Joanna Moncrieff (3), John Read (4), Mark Horowitz (5) e altri ha mostrato come la psichiatria contemporanea, pur animata da intenzioni terapeutiche, abbia spesso adottato modelli interpretativi e pratiche cliniche che non riflettono la complessità delle evidenze disponibili sulla genesi e sul perpetuarsi del disagio emotivo.

In continuità con questa impostazione critica, Mad in Italy declina tali riflessioni nel contesto italiano, caratterizzato da una storia psichiatrica complessa — segnata dalla riforma basagliana e dal superamento dei manicomi (6) — ma, purtroppo, ricaduta con impeto nella medicalizzazione del disagio psichico.

Esattamente nella disamina critica del lungo periodo della post-riforma basagliana, Mad In Italy ha costantemente osservato come il linguaggio basagliano, originariamente centrato sulla persona, sulla relazione e sulla trasformazione istituzionale, abbia progressivamente ceduto spazio a un lessico più tecnico e farmacologico. Questa involuzione, analizzata da Rotelli e colleghi (7), ha contribuito a far emergere il farmaco al centro della scena clinica, oscurando la dimensione psicologica, sociale e relazionale che costituiva uno dei pilastri della riforma stessa. Non si tratta di negare il valore terapeutico dei farmaci, ma di riconoscere come il loro crescente protagonismo abbia alterato la percezione dell’importanza di tali relazioni.

In sostanza, Mad in Italy si propone come spazio di confronto scientifico, culturale e clinico, capace di integrare prospettive diverse e di interrogare criticamente i presupposti che guidano la pratica quotidiana. È un invito a guardare il disagio mentale non come un difetto da correggere, ma come un’esperienza da comprendere nel suo contesto, in continuità con un movimento internazionale che sta ridefinendo il modo stesso in cui affrontiamo le tematiche.

 

Perché Mad in Italy è stato attaccato e perché le critiche non reggono

La fisiologia degli attacchi rivolti a Mad in Italy rivela un insieme ricorrente di fallacie logiche che nulla hanno a che vedere con il metodo scientifico. Sono meccanismi ben documentati nella letteratura sui limiti di un ragionamento comune, che tende spesso ad attivarsi quando vengono messe in discussione opinioni divenute parte della conoscenza e della scienza ufficiali. È un fenomeno descritto da Bruce Levine nel descrivere reazioni denigranti nei confronti di Mad in America (8) e analizzato in profondità da Robert Whitaker, che mostra come la critica scientifica venga spesso percepita come una minaccia individuale più che come un contributo al progresso della disciplina (9).
In questo quadro, le critiche rivolte a Mad in Italy non fanno eccezione: riproducono schemi prevedibili che meritano di essere riconosciuti per ciò che sono.

Uno dei meccanismi più frequenti è l’attacco ad hominem, che sostituisce l’analisi dei contenuti con il giudizio sulla persona o sul gruppo. Invece di confrontarsi con i dati, alcuni detrattori di Mad in Italy preferiscono etichettarne  gli autori come “ideologici”, “pericolosi”, “antipsichiatrici”. È una strategia ben nota che sposta l’attenzione dal merito del soggetto in discussione a un bersaglio comodo, costruito ad hoc, presentato come inaffidabile e mendace. In questo modo, l’argomento scientifico viene trasformato in un problema di carenza di oggettività da parte dell’individuo che lo propone, rendendone impossibile qualsiasi discussione pacata e logica.

Un’altra strategia ricorrente è la costruzione dello straw man, l’“uomo di paglia”, con cui  si distorce la posizione dell’interlocutore per renderla più vulnerabile agli attacchi. Per esempio, l’analisi critica della letteratura sugli antidepressivi diventa “negazione della sofferenza mentale”, e la discussione sugli effetti avversi viene caricaturizzata come “demonizzazione dei farmaci”. È un meccanismo che permette di evitare il contenuto reale delle argomentazioni, sostituendolo con una versione semplificata e deformata, più comoda da confutare.

A questi meccanismi si aggiunge l’appello all’autorità scientifica dominante, che confonde il consenso istituzionale con la verità. Una posizione viene considerata corretta non perché supportata da dati, ma perché sostenuta da un ente, una società scientifica o un’autorità riconosciuta, tra cui anche l’industria farmaceutica. È un errore logico ben noto che ignora un principio fondamentale: la scienza non procede per autorità, ma per evidenze. La letteratura internazionale offre esempi eloquenti: studi longitudinali come quelli di Wunderink (10) e Harrow (11) hanno messo in discussione presupposti consolidati sulla gestione a lungo termine della psicosi, mostrando come i risultati reali possano divergere significativamente dalle aspettative istituzionali.

Dietro queste strategie si trovano pregiudizi, definiti  nella letteratura internazionale come bias ampiamente documentati. Per esempio, il cosiddetto bias di conferma porta a selezionare solo le informazioni coerenti con le proprie convinzioni, ignorando o svalutando quelle che le contraddicono. In sostanza, lo sviluppo di una dissonanza cognitiva rende difficile accettare dati che mettono in discussione pratiche consolidate: quando una convinzione è profondamente radicata, l’evidenza contraria non viene integrata, ma respinta. In questo quadro si inserisce un meccanismo analogo, l’effetto backfire (effetto boomerang o ritorno di fiamma), che spinge a rafforzare le proprie credenze proprio quando vengono contestate da evidenze contrarie, come mostrano gli studi classici di Kahneman (14) e Festinger (15).

Questi errori di logica si intrecciano con un altro fenomeno ben documentato nella ricerca biomedica: la selettività nella pubblicazione degli studi (12). Analisi autorevoli hanno mostrato come gli studi sugli antidepressivi con esiti negativi o neutri siano stati sistematicamente trascurati, contribuendo a creare un’immagine distorta dell’efficacia dei farmaci. In questo contesto, altre indagini hanno evidenziato che una parte non esigua dei risultati pubblicati nella letteratura scientifica è statisticamente e metodologicamente lacunosa e discutibile (13). In questo contesto, la critica di Mad in Italy, che evidenzia questi errori e bias, non è un attacco alla psichiatria, ma un richiamo alla necessità di un metodo più trasparente e meno vulnerabile ai tentativi di manipolazione dei dati.

Il risultato di questa disinformazione è un dibattito impoverito, ridotto a una falsa dicotomia tra psichiatria e antipsichiatria, come se non esistesse la possibilità — e la necessità — di una posizione scientifica capace di riconoscere sia i benefici sia i limiti dei metodi e degli strumenti terapeutici impiegati nella pratica clinica. Ma in questa logica binaria, chiunque critichi un aspetto della psichiatria viene automaticamente collocato nel campo opposto, come se la complessità delle opinioni non fosse ammissibile in ambito scientifico.

È importante sottolineare che, anche se questi meccanismi non sono necessariamente segni di malafede e disonestà, quando entrano nel dibattito scientifico senza essere adeguatamente identificati, finiscono per sostituire l’analisi dei dati e proteggere un discutibile paradigma scientifico dominante. Quando Mad in Italy — come Mad in America e Mad in the World — mette in discussione narrazioni consolidate, ma prive di una base scientifica solida, sulla sicurezza, sull’efficacia a lungo termine di determinati farmaci, sulla teoria dello squilibrio chimico o sulla sottovalutazione degli effetti avversi, questi meccanismi di difesa dello status quo si attivano per evitare un dibattito scientifico serio e approfondito.

Tale risposta non costituisce quindi un confronto sui dati oggettivi, bensì un tentativo di delegittimare chi pone domande. A quel punto, sembra proprio che il paradigma dominante non difenda la scienza, ma se stesso.

 La “scientificità” nella salute mentale

Mad in Italy affronta il concetto di scientificità adottando un’analisi critica della letteratura psichiatrica che non si limita a riportare le conclusioni degli studi, ma si approfondisce nel dettaglio dei dati, delle metodologie, dei limiti, dei conflitti di interesse e delle interpretazioni. Questo approccio considera la scienza come un processo di chiarificazione continua, non come un insieme di verità definite a priori.

Quindi si richiede innanzitutto la verificabilità: l’informazione deve poter essere ricondotta a dati accessibili, replicabili e analizzabili. È ciò che Mad in America ha fatto sin dagli inizi e che Mad in Italy ha adottato come principio guida: non basta citare uno studio, bisogna mostrarne la struttura, la qualità, le omissioni e le ambiguità. La correttezza e la trasparenza metodologica sono parte integrante di questo processo. Bisogna cioè distinguere tra ciò che i dati mostrano e ciò che gli autori interpretano; tra ciò che è stato misurato e ciò che è stato escluso; tra ciò che è replicabile e ciò che è frutto di un disegno di studio lacunoso o di un campione non appropriato.

Un altro aspetto è non dimenticare che la salute mentale degli individui va analizzata contestualmente, nel senso che abbraccia molti aspetti del vissuto individuale. Ne scaturisce che nessuna disciplina — né la biologia, né la psicologia, né la sociologia — può esaurire la complessità dell’esperienza umana (16–17). È proprio osservando come questi aspetti si intrecciano nella vita concreta delle persone che ci si avvicina a una comprensione più realistica del disagio psicologico. Questo è tanto più evidente se si considera che, nonostante la psichiatria biologica abbia dominato per decenni il dibattito pubblico, i suoi fondamenti, dunque, non sono mai stati identificati in modo convincente. Le ipotesi neurochimiche che avrebbero dovuto costituirne l’ossatura non hanno trovato conferma empirica, il che rende ancora più urgente superare un modello riduzionista che continua a occupare uno spazio sproporzionato rispetto alle evidenze disponibili.

Tuttavia, superare il riduzionismo non significa ignorare la dimensione biologica, ma ricollocarla nel suo ruolo reale: quello della medicina clinica, dove è essenziale riconoscere e trattare le condizioni fisiche che spesso coesistono con il disagio mentale — malattie croniche, disturbi endocrini, condizioni infiammatorie, effetti collaterali di terapie mediche e psichiatriche — senza trasformare questi elementi in spiegazioni totali della sofferenza psichica. La contestualità, quindi, è una necessità scientifica: un modello riduzionista che pretende di spiegare tutto finisce inevitabilmente per spiegare quasi nulla.

Inoltre, l’indipendenza dai conflitti di interesse è un criterio altrettanto essenziale. In un campo in cui moltissimi studi sono sponsorizzati dall’industria farmaceutica, la scientificità richiede di interrogare la provenienza dei dati, la selezione dei campioni, la gestione degli effetti avversi, la presenza di ghostwriting e la trasparenza dei protocolli. Mad in America ha documentato per anni come la letteratura psichiatrica sia vulnerabile a pressioni di natura commerciale; Mad in Italy riprende questo orientamento, adattandolo al contesto italiano e rendendolo accessibile ai lettori.

Quindi, un’ipotesi scientifica deve poter essere messa alla prova ed eventualmente smentita se non si fonda su dati attendibili. La teoria dello squilibrio chimico, per esempio, non ha superato questa prova: non è stata confermata da studi indipendenti, eppure è rimasta per anni al centro della narrazione pubblica. Mad in Italy considera questo scollamento tra evidenze e narrazioni un problema scientifico preoccupante, da confrontare costantemente.

In tutto questo, è insito il principio che la scienza deve servire le persone, non le istituzioni. La scientificità nella salute mentale è quindi innanzitutto un impegno di comprensione della sofferenza degli individui nel loro contesto di vita. Per le stesse ragioni, non perde di vista l’esperienza vissuta, ascolta gli utenti, integra il sapere dei peer specialists e riconosce la dimensione relazionale della cura.

È proprio questa necessità di nettezza sugli aspetti sopra citati a rendere necessario tornare a ripeterli, a chiarirli, a ribadirli. Purtroppo sono concetti sfuggenti, sovrastati da una propaganda pseudo-organicista che semplifica e riduce la contestualità dell’esperienza individuale (17-19; 20-22). È quindi necessario uno sforzo costante di chiarificazione che interroghi ciò che viene proposto come scienza e che aiuti a ridefinirne i limiti e la carenza di dati attendibili.

La sezione che segue illustrerà come questi principi vengono applicati concretamente nell’analisi degli articoli pubblicati sul sito di Mad In Italy, che mira a divulgare, con senso critico e indipendente, lo stato attuale delle basi scientifiche su cui si fondano gli approcci clinici nel campo della salute mentale.

L’applicazione del metodo scientifico: “il ruolo delle case farmaceutiche nella narrazione sugli effetti collaterali degli antidepressivi – violenza e suicidio”.

Per comprendere come Mad in Italy applichi concretamente i criteri di scientificità descritti nella sezione precedente, è utile soffermarsi sull’articolo di Laura Guerra citato nel titolo del paragrafo. L’articolo, recentemente pubblicato su Mad in Italy, esamina come gli antidepressivi siano stati presentati al pubblico e alla comunità clinica attraverso narrazioni costruite nel tempo dall’industria farmaceutica, spesso minimizzando o occultando gli effetti avversi più gravi, come il rischio di suicidio e di comportamenti violenti. Mostra, con linguaggio divulgativo, come i dati siano stati selezionati, interpretati e comunicati e in che modo tali processi abbiano influenzato la percezione pubblica della sicurezza degli antidepressivi.

L’articolo rappresenta un esempio paradigmatico del metodo adottato da Mad in Italy, che si colloca nel solco divulgativo di Mad in America e di Mad in the World.

L’analisi di Guerra parte da un presupposto chiaro, ma applicato in modo inconsistente nella divulgazione psichiatrica: per comprendere gli effetti degli psicofarmaci, inclusi gli antidepressivi, non basta citare gli studi favorevoli; in questo caso occorre analizzare l’intero corpus delle evidenze, che documentano un aumento del rischio suicidario nei giovani e negli adulti (23–24), e, soprattutto, le avvertenze regolatorie emesse dalle principali autorità internazionali.

La FDA (Food and Drug Administration), che negli Stati Uniti autorizza e controlla i farmaci, e l’EMA (European Medicines Agency), che svolge lo stesso ruolo per l’Unione Europea, hanno entrambe introdotto avvisi formali sull’aumento del rischio di comportamenti suicidari associati all’uso di antidepressivi in specifiche fasce di età (25). Questi warning non sono opinioni, ma decisioni basate su dati aggregati provenienti da studi clinici e dai sistemi di farmacovigilanza.

L’autrice, riportando questi elementi, mette in risalto, ancora una volta, il ruolo dell’industria farmaceutica nella costruzione della narrazione pubblica sui farmaci e, in particolare, sugli antidepressivi (26–27).

Il testo è verificabile perché il contenuto è accompagnato da riferimenti bibliografici chiari e accessibili. Distingue tra dati, interpretazioni e limiti degli studi. È indipendente da finanziamenti dell’industria farmaceutica e si confronta con la letteratura senza filtri ideologici. E, cosa importantissima, è clinicamente rilevante perché fornisce ai lettori — professionisti, utenti — una disamina più completa dei rischi e dei benefici degli antidepressivi.

Inoltre è una dimostrazione pratica del metodo adottato da Mad in Italy. La sezione che segue illustrerà come questo approccio venga applicato sistematicamente da Mad in Italy nella selezione delle fonti, nella valutazione degli studi e nella costruzione delle argomentazioni scientifiche presentate sul sito, offrendo ai lettori un modello concreto di analisi critica della letteratura psichiatrica.

Altri esempi di analisi della letteratura in Mad in Italy

L’articolo di Laura Guerra rappresenta un esempio in cui Mad in Italy applica i criteri di scientificità nella revisione della letteratura psichiatrica. Molti altri contributi pubblicati negli ultimi anni mostrano come questo approccio sia stato applicato in modo coerente dagli autori.

Un altro esempio è tutto lo spazio dedicato alla teoria dello squilibrio chimico, che ricostruisce la storia di questa ipotesi e ne analizza la fragilità empirica. In tutte le serie di interventi e di articoli sul soggetto, l’analisi di Mad in Italy si sofferma sui dati sostanziali, che mostrano come la teoria abbia avuto una diffusione non giustificabile in base al suo fondamento empirico e come la sua persistenza sia dovuta più a dinamiche commerciali e di potere che a evidenze scientifiche (28–29).

Ulteriori esempi riguardano l’analisi degli studi sugli antipsicotici a lungo termine. Mad in Italy ha dedicato diversi articoli, basati su dati ed analisi verificabili, che hanno documentato esiti molto diversi da quelli suggeriti dagli studi a breve termine. L’attenzione è stata rivolta alla metodologia: la durata del follow-up, la selezione dei campioni, la distinzione tra remissione sintomatica e recupero funzionale, la gestione dei drop-out. Il lavoro critico mette in luce come gli esiti a lungo termine possano divergere radicalmente da quelli osservati nelle prime settimane di trattamento (30–31).

Inoltre, gli autori e gli amministratori hanno dedicato uno spazio notevole alla letteratura sulla sospensione degli psicofarmaci, un tema spesso trascurato nella ricerca clinica. Gli articoli dedicati a questo argomento si basano su studi che hanno evidenziato come la sindrome da sospensione sia stata a lungo sottovalutata e che la sua gestione richieda protocolli più graduali e personalizzati. Anche in questo caso, l’attenzione è rivolta alla qualità metodologica degli studi, alla distinzione tra sintomi di astinenza e ricadute, e alla necessità di integrare i dati quantitativi con le testimonianze degli utenti (32).

Inoltre, Mad in Italy ha pubblicato diversi articoli sul tema della validità delle categorie del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). Si tratta del manuale statunitense che raccoglie e definisce le etichette diagnostiche usate in psichiatria: non descrive cause biologiche definite, bensì elenchi di sintomi raggruppati in base a comitati di esperti.

L’analisi proposta da Mad in Italy ricostruisce la storia di queste categorie, i processi con cui vengono periodicamente riviste, i conflitti di interesse che hanno accompagnato la loro formulazione e, soprattutto, il divario tra esse e l’esperienza reale del disagio emotivo così come viene vissuta dalle persone.

È una prospettiva che mette in luce le dimensioni storica, culturale e politica della diagnosi psichiatrica, mostrando come ciò che appare “neutro” o “scientifico” sia in realtà il risultato di scelte, compromessi e contesti specifici, e non necessariamente di solide metodologie scientifiche (33–34).

 

In questo contesto, non poteva mancare l’attenzione alla letteratura sulla medicalizzazione della sofferenza, tema centrale nella tradizione basagliana e ripreso da autori come Giovanni Jervis e Franco Rotelli. L’attenzione a questo tema illustra come l’espansione delle diagnosi e dei trattamenti farmacologici non sia sempre correlata a un miglioramento degli esiti, ma spesso rifletta dinamiche culturali, economiche e istituzionali (35).

In sostanza, questi esempi mostrano come Mad in Italy offra un modello concreto di analisi scientifica, che integra dati, metodologia, storia, sociologia e testimonianze, cercando di restituire alla salute mentale la complessità che merita.

Conclusione — Un contributo alla chiarezza nella salute mentale

Mad in Italy si fonda su una comunità di autori e professionisti che, negli anni, ha contribuito in modo significativo a vari temi, tra cui il recovery (36–37), la critica alla ricerca farmacologica (1,6,27,38–40) e, in particolare, la sospensione degli psicofarmaci (10,22,41). È una comunità multidisciplinare in cui convergono farmacologia, psichiatria, psicologia, scienze sociali e sapere esperienziale: un insieme di competenze che permette di affrontare la salute mentale nella sua complessità, senza ridurla a un unico paradigma interpretativo.

Questo approccio emerge con chiarezza, soprattutto nell’analisi delle pratiche farmacologiche. La storia dello squilibrio chimico mostra come una narrativa possa diventare dominante pur in assenza di basi scientifiche solide. Nello stesso contesto organicista, dati attendibili hanno evidenziato che l’efficacia degli antidepressivi è spesso modesta e, in molteplici casi, sovrapponibile a quella del placebo (9;14–16;21;29–30). Parallelamente, c’è anche una sostanziale evidenza che gli effetti avversi sono stati sistematicamente sottostimati, sia negli studi sia nella pratica clinica (33–38).

Mad in Italy affronta questi temi con un approccio scientifico, integrando testimonianze degli utenti. Tra gli aspetti più discussi sul sito spiccano i modelli di riduzione graduale dei farmaci basati su evidenze riscontrabili (32). È da rilevare che gli autori non negano l’utilità dei farmaci, ma ne evidenziano le complessità, riconoscendone i benefici e i rischi e raccomandandone un uso prudente, informato e personalizzato.

La sofferenza mentale, inoltre, non può essere compresa senza considerare il contesto sociale, culturale e relazionale in cui prende forma (25–26, 43–44). Mad in Italy integra testimonianze, percorsi di recovery e contributi dei peer specialists, riconoscendo che la scienza non può essere separata dall’esperienza vissuta. Questo modo di guardare alla salute mentale si radica nella tradizione basagliana, che ha categoricamente rifiutato la riduzione del disagio a un fenomeno puramente biologico, riconoscendo l’importanza dei determinanti sociali della salute.

Il ruolo dei peer specialists è parte integrante di queste considerazioni. La letteratura internazionale mostra che il supporto tra pari migliora l’esito dei trattamenti clinici, riduce le ricadute, aumenta il senso di empowerment e di indipendenza, rafforza la relazione terapeutica e riduce lo stigma e l’autostigma (31–32, 45–48). Mad in Italy integra questa evidenza nel contesto italiano, mostrando come i peer specialists possano contribuire alla dismissione farmacologica, alla prevenzione delle crisi e alla costruzione di percorsi di recovery personalizzati. L’esperienza vissuta non è un’appendice, ma una forma di conoscenza che arricchisce l’intervento clinico e lo rende più in linea con i bisogni individuali.

Il valore del progetto risiede anche negli interventi e nella collaborazione con professionisti dotati di competenze farmacologiche, mediche, psicologiche e sociologiche; ricercatori indipendenti; peer specialists con esperienza diretta del recovery; clinici che conoscono la sofferenza psichica e cercano approcci basati su paradigmi di cura contestuali. È questa comunità, espansa a livello globale grazie ai contributi di Mad in the World e Mad in America, che rende possibili gli sforzi di Mad in Italy. In un panorama spesso dominato da narrazioni riduzioniste, Mad in Italy propone un modello di critica verificabile, trasparente, indipendente e contestualizzato (49,50). Riteniamo che questo modo di lavorare — e la comunità che lo sostiene — contribuiscano a proporre un modello di salute mentale più in sintonia con i bisogni e le esigenze delle persone.

 

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Marcello Maviglia, psichiatra e specialista in tossicodipendenza, si interessa di problemi di salute mentale nel contesto dei determinanti della salute in generale e dei principi che facilitano il Recovery degli individui.