La Vita e la Morte

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La VITA e la MORTE

Paura di vivere e paura di morire, in mezzo c’è l’AMORE: l’opposto della paura. 

Chi ama non teme. 

Se viene meno l’amore per sé stessi, l’amore per gli altri, l’amore per la natura, per l’arte, per tutto ciò che si fa, si rischia di cercare di porre fine prematuramente al dono più importante che ci è stato dato: LA VITA

Il suicidio, la più estrema forma di protesta umana

Si, dico umana, perché non esiste in natura il suicidio. Ma esiste eventualmente il lasciarsi morire, che è una reazione istintiva ad un contesto che non permette di vivere dignitosamente, certamente non razionale come lo intende un essere umano.

Sociologicamente il suicidio è stato analizzato in modo approfondito da Émile Durkheim, sociologo, che ha individuato quattro tipi di suicidio collegati ai gradi d’integrazione e regolamentazione sociale: egoistico, altruistico, fatalista e anomico.[1]

Secondo il sociologo francese, l’anomia è uno stato di cambiamento tra le aspettative normative e la realtà vissuta e può essere di due tipi:

  • acuta: segue di solito ad un improvviso cambiamento, come la morte di un parente;
  • cronica: dovuta ad un continuo mutamento sociale, proprio di una moderna società industriale.

Il concetto di anomia è centrale nelle analisi di Durkheim, soprattutto per quanto riguarda i suoi studi sul suicidio.

Personalmente, da “mancata suicida” concordo con queste 4 definizioni. Secondo la mia esperienza sono tragedie a volte annunciate a volte inaspettate, a volte procurate, a volte finte (omicidi travestiti)…

Interessante capire quale sia il denominatore comune

Personalmente ritengo che il suicidio abbia sempre e comunque una valenza di tipo psicosociale: il  lavoro, le relazioni affettive, i problemi economici, i fallimenti, il bullismo, il mobbing, le aspettative deluse dei genitori, le problematiche fisiche, la disperazione totale, il senso d’impotenza, l’emulazione, l’ignoranza, i fanatismi, una forma di protesta, farla pagare a qualcuno che ti ha ferito o che non ti ha accettato o accolto, la solitudine.

In questa prospettiva desidero raccontare un evento che ho vissuto personalmente con una grande tristezza e anche con molta rabbia.

Dal mio punto di vista, la scelta della modalità con cui suicidarsi è legata alla finalità del gesto: alcune modalità sono veramente estreme, senza  via di scampo, che non ti permettono di avere ripensamenti o interventi esterni, se non quando è troppo tardi. In questi casi la determinazione è talmente forte da portare inesorabilmente al raggiungimento dell’obiettivo, come è successo al mio carissimo amico Luciano (nome di fantasia).

All’età di 70 anni, dopo essersi adagiato dentro la vasca da bagno, si è pugnalato con un coltello da cucina squarciando il cuore.

Da mesi continuava a ripetere che non voleva più fare il depot“la punturina”.

Lo chiedeva gentilmente, frequentemente e insistentemente, spiegando quali fossero le sue motivazioni, ma non c’era verso di far capire agli psichiatri (ne ha cercati diversi) e agli infermieri del CSM il disagio  che stava vivendo. Fondamentalmente chiedeva di essere ascoltato e concordare una soluzione.

Non ottenendo riscontri positivi si convinceva di dover “fare il bravo” per non tornare in reparto sotto la “dolce minaccia” e la persuasione ad abbandonare quell’idea, pena il   TSO, come gli veniva ricordato spesso quando lui accennava a questo argomento.

Certo, aveva una storia personale complicata, ma aveva voglia di vivere, con sua semplicità, con la sua anima bambinesca e il suo sorriso… Quando ho appreso la drammatica notizia sono rimasta senza parole.

Non racconto questo per un senso macabro della morte, ma proprio per colpire la mente e il cuore di chi può immaginare solo lontanamente la realtà di un gesto simile.

Il nipote, che per primo si è accorto della tragedia, ha trovato un biglietto sul tavolo  con su scritto:

 “Voglio stare bene”.

È da rilevare, tra le altre cose, che nessuno si è preoccupato di un ragazzo di vent’anni che ha vissuto in prima persona questo evento, ma questa è un’altra storia.

Accenno a un altro episodio vissuto in famiglia. Mia sorella più giovane di tredici anni, qualche anno fa è stata la prima testimone del suicidio di un suo collega di lavoro, trovato impiccato dentro il ristorante dove entrambi lavoravano. Neanche a lei è stata rivolta alcuna particolare attenzione. Ritengo che sarebbe importante prendersi cura del trauma subito da chi ha visto con i propri occhi questa forma di forzata interruzione della vita.

Grazie a Dio, in questi due casi non ci sono state conseguenze rilevanti a livello psicologico, ma le mie domande a proposito mi sembrano più che legittime…

Posso ricordare ancora il caso di Michele Baù, un giovane ragazzo, che per protesta ha posto fine alla sua vita. Secondo quanto riportato, la psichiatria non gli aveva restituito la possibilità di uscire dal suo disagio.

Non mi dimentico poi di Vitaliano Trevisan, uno degli scrittori contemporanei più apprezzati, che si è tolto la vita nei primi giorni del 2022, all’età di 61 anni. È stato  il primo della lunga serie di suicidi dell’anno corrente. Aveva subito un ricovero coatto, un ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio).

Per sfuggire alla minaccia del TSO se ne stette buono e aspettò la scadenza dei 15 giorni segregato nel reparto di psichiatria, anche se avrebbe potuto chiedere di andarsene dopo tre giorni. Poi, venne dimesso con la cura prescritta senza se e senza ma”. Erano due anni che non  faceva uso di psicofarmaci ed è stato “rimpinzato” con dosi massicce che il suo fisico non tollerava. 

“La buona cura”, come arma che usò per lasciare questa vita terrena. Persona troppo profonda per restare in questo sistema fatto di superficialità, secondo me!

Ho molti altri esempi nel cassetto, ma tutti  corrispondono e confermano la mia idea secondo cui alla base del suicidio c’è uno stato di solitudine, isolamento, disperazione e paura. Come si può non affermare, quindi, che il suicidio non sia innescato da problemi di natura psicosociale?

Concludo dicendo che se dovessi tentare di nuovo il suicidio, cosa altamente improbabile, sceglierei di farlo morendo dal ridere.

Troppa tristezza ci circonda, poche persone sanno ridere o sorridere, in questo contesto di vita in cui c’è poco da stare allegri. Ma è estremamente necessario risollevare il tono dell’umore e comprendere che solo “alleggerendosi” e imparando a gestire le situazioni avverse si può affrontare il futuro con un senso rinnovato della vita, non lasciandoci influenzare da notizie e fatti che incutono paura gratuita. Il virus dell’ignoranza è molto più potente di qualsiasi altro e non esiste vaccino migliore della conoscenza di sé stessi.

Susanna Brunelli