Come si diventa Caino? “Volevo sedermi, ma le sedie di chi aveva ragione erano già tutte occupate

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Come si diventa Caino?

“Volevo sedermi, ma le sedie di chi aveva ragione erano già tutte occupate”

VI conferenza della dr.ssa Miriam Gandolfi Martinelli del19/11/2022

Nella narrazione mitologica o biblica Caino è l’incarnazione del cattivo per eccellenza. Queste narrazioni del “buon senso” si fondano sempre sull’estremizzazione dei personaggi, perché è più semplice dividere il mondo in alleati e sostenitori dei buoni/sani e in detrattori e controllori dei cattivi/matti.

Miriam Gandolfi propone una visione sistemica, cioè complessa. In essa Caino è il personaggio a cui è precluso l’accesso a un posto nella rete delle relazioni. Egli può vedere da fuori quanto è confortevole appartenere, cioè essere qualcuno di importante per qualcun altro, ma comprende anche di non avere possibilità di accesso. Lì comincia il suo dramma.

 

Nel nostro incontro alla conferenza del 28 ottobre sul tema della depressione, Marcello Maviglia, nel cogliere il gioco di parole che avevo proposto raccontando la storia del troppo buon Abele, ha rilanciato chiedendo di raccontare anche la storia di Caino. Facile intuire la metafora di Caino come il “cattivo”, colui che non sa controllare le emozioni e può compiere atti tremendi. Insomma la metafora del “matto”.

Ma come si diventa Caino?

Prima di procedere devo precisare cosa intendo con il termine “Caino”. Nella narrazione mitologica o biblica è l’incarnazione del cattivo per eccellenza. Queste narrazioni del “buon senso” si fondano sempre sull’estremizzazione dei personaggi.

La stessa che troviamo nelle favole per bambini: Pollicino e l’Orco (minuscolo, buono, innocente, indifeso versus enorme, sanguinario, crudele, potente); Biancaneve e la Matrigna (bimba, innocente, pura, altruista versus adulta, calcolatrice, seduttrice, egoista).

Tutti i popoli hanno prodotto narrazioni di questo tipo perché polarizzare permette di distinguere il bene dal male. Ci assolve sentendoci nella posizione del bene e mette fuori di noi ciò che non ci piace.

Se ci piazziamo nel polo del bene è più facile ottenere alleati e sostenitori e farci dare ragione. Ma soprattutto legittima il piccolo Pollicino ad uccidere l’Orco, la dolce Biancaneve a farlo fare ai sette nani.

Cioè a rendere legittimo/buono ciò che noi stessi consideriamo illegittimo/cattivo.

Questo è il paradosso che lega il destino di Abele e di Caino

Uno non esiste senza l’altro, il loro destino è inevitabilmente connesso ed entrambi si trovano abbracciati in questo intreccio che ho già definito un doppio legame (significato indecidibile: chi è veramente buono chi è veramente cattivo)

Oggi proverò a proporvi una visione sistemica, cioè complessa di questo legame che può essere vitale o mortale. Preciso che comprendere non significa giustificare. Ciò che propongo non è una difesa d’ufficio o pietistica di “Caino”, considerato un poveraccio non in grado di intendere e di volere. Comprendere significa evitare un intervento, non solo che danneggi il “cattivo” di turno ma che eviti anche che si generino infinite repliche di “Caino”.

Nell’ottica della teoria della mente sistemico-connessionista (Gregory Bateson e teorie della complessità) Caino è il personaggio a cui è precluso l’accesso a un posto nella rete delle relazioni. Egli può vedere da fuori quanto è confortevole appartenere, cioè essere qualcuno di importante per qualcun altro, ma comprende anche di non avere possibilità di accesso.

Sicuramente, anche chi legge ha qualche volta fatto questa esperienza. Ma Caino è colui che fa continuamente questa esperienza e anzi più tenta di farsi accettare più viene marginalizzato, perché non basta mai, perché ci sarà sempre un Abele troppo buono, bravo, obbediente, consono alle aspettative di….

Sintetizzo tre elementi fondamentali nella costruzione del sé, della propria personalità, del proprio posto nel mondo, secondo la teoria della mente sistemica connessionista

1 – Nessun essere vivente e, ancor più umano, può vivere e svilupparsi senza appartenere ad un gruppo di riferimento. Ciò vale non solo per la sopravvivenza biologica. Sappiamo che bambini nutriti e accuditi materialmente si lasciano morire se non entrano in relazione con altri viventi. Come ci dimostra la scimmietta che preferisce stare in grembo ad un peluche riscaldato dalla forma di scimmia che però non può allattarla, piuttosto che succhiare il latte da un biberon meccanico.

Primo step: tutto il corpo è il prerequisito per costruire la mente, perché è il mezzo di conoscenza del mondo materiale interno ed esterno, animato e inanimato, attraverso i processi percettivi e le loro leggi.

2 – Ogni cucciolo è accudito dentro un gruppo organizzato con leggi specifiche e divisioni di compiti (sistema). Questa organizzazione è presente ovunque in natura. Negli insetti sociali (formiche, api), negli uccelli, ma soprattutto nei mammiferi. Questo è il frutto dell’evoluzione delle specie, perché non solo aumenta la sopravvivenza dei cuccioli ma consente la trasmissione di competenze, non per via genetica, ma per “educazione”, la trasmissione di comportamenti in tempo reale (es. cosa e come mangiare, come cacciare, come parlare). Un sistema è funzionante/sano quando le diverse funzioni, competenze e ruoli di ciascun membro sono chiaramente percepibili.

Secondo step: un individuo diventa da subito un membro attivo di un sistema organizzato di relazioni e crescendo deve via via accettare (cucciolo), modificare (infanzia, adolescenza) conquistare (giovinezza età adulta) il proprio posto/posizione nel suo gruppo di appartenenza.

Se possedete un cane o un gatto sapete di cosa parlo e gli effetti che genera la confusione delle percezioni a cui è soggetto l’animale.

La mente è il frutto delle connessioni complesse di tutti gli individui che interagiscono

3 – Per poter interagire gli individui devono sviluppare forme di comunicazione efficaci e utili.

La mente è il risultato e insieme lo strumento che costruisce e mantiene le relazioni attraverso forme diverse di comunicazione (verbale, non verbale, scritta, iconica, tattile, musicale)

In sintesi il sé, la personalità, si costruisce grazie alla posizione che via via, nel corso della vita, un individuo sceglie e contemporaneamente gli viene concesso di occupare.

Quindi la personalità, l’identità personale, è il frutto della conversazione tra l’individuo e tutti i sistemi micro e macro culturali, in cui si trova “posizionato”.

Come si ottiene/sceglie la posizione?

Conoscete il detto: “volevo sedermi, ma le sedie di chi aveva ragione erano già tutte occupate!”

 Cosa sarebbero i belli se non ci fossero i brutti? Come distinguere i santi se non ci fossero i peccatori? Gli onesti se non ci fossero i ladri? Gli intelligenti se non ci fossero gli stupidi? Come vivrebbero i medici se non ci fossero malati e gli psichiatri se non ci fossero i pazzi?

Qualcuno si ricorda di Calimero pulcino piccolo e nero, ovviamente depresso? La cura era un prodotto che lo faceva diventare bianco, “normale”, cioè con un posto in mezzo al mucchio in cui non essere troppo diverso.

In uno dei sui “scherzi” Leonardo da Vinci scrive: l’inchiostro è nero, indisciplinato e lascia macchie e sbaffi sulla candida e immacolata carta. Ma se non ci fosse l’inchiostro cosa ce ne faremmo di una carta immacolata?

In sintesi la conoscenza del mondo e di sé stessi si costruisce per contrasto. Somiglianza e differenza dagli altri generano il proprio sé (“la personalità”), ma anche l’inclusione o l’esclusione dalla rete di relazioni.

La storia di Claudio: 11 anni

I Servizi Sociali vengono coinvolti dalla scuola. Il Tribunale per i Minorenni decide l’inserimento in Comunità socio-educativa, perché dalla terza classe non frequenta la scuola con regolarità, la madre sostiene che non riesce a convincerlo, e che i suoi comportamenti sono diventati via via più ingestibili fino all’aggressività esplicita nei suoi confronti. L’inserimento avviene all’inizio della prima media, dopo la valutazione di Neuropsichiatra infantile e Psicologo territoriali.

Diagnosi:

ADHD, QI nella norma, disturbo oppositivo provocatorio (DOP).

Dopo 4 mesi dall’inserimento, in particolare dopo il rientro dalle festività natalizie, la Comunità segnala che il ragazzino è addirittura peggiorato. Non rispetta minimamente le regole, è ingestibile, crea problemi alla convivenza e incolumità del gruppo; presenta comportamenti aggressivi e pericolosi.

Particolarmente difficile è il rapporto con il personale femminile che è il più numeroso.

La Direzione ritiene che il soggetto non sia adatto a quella sistemazione. Gli operatori ritengono si tratti di un ragazzino con problemi psicopatologici gravi, probabilmente un border line, ma potrebbe soffrire di un disturbo grave della personalità, forse di psicosi.

Perciò la Comunità   chiede una nuova valutazione per poterlo inviare in una comunità terapeutica più adatta per un soggetto così grave.

Claudio è diventato le sue etichette diagnostiche, che tuttavia non ci fanno capire nulla, se non che il personale non sa come caspita trattarlo e come farlo ubbidire. In altre parole come renderlo abbastanza simile alla loro idea di ragazzino undicenne per poterlo includere.

Claudio sembra “essere” un Caino perfetto.

 Ora proviamo a guardarlo con gli occhi della complessità.

Per capire il posto che occupa Claudio si deve comprendere quali sono i posti disponibili.

Questo si chiama: fare la diagnosi contestuale.

 La madre Clara (40 a.) lavora come donna delle pulizie in un servizio pubblico, è stimata e compatita per la difficile situazione famigliare che deve di fatto gestire da sola. Denaro, cura dei figli, contatti con la scuola e i Servizi. È lei ad aver ottenuto una casa popolare, ecc.

Il padre Antonio (42 a.), operaio specializzato in contesto pubblico, è noto per le sue intemperanze: è un grande tabagista e fa uso di alcol, non fino al punto di mettere a rischio la sua posizione di lavoro. Fortunatamente c’è la moglie a gestire le entrate e a compensare la passività del marito. Questo consente di garantire ai figli ciò di cui hanno bisogno.

Elena, primogenita, ha 15 a., inizia la seconda superiore, in un liceo, quando Claudio entra in comunità. Scolara e studentessa modello, è l’orgoglio dei genitori.

Se vi sembra di conoscere il caso (dove i nomi sono ovviamente modificati) è solo perché non si tratta di un caso raro o estremo. Anzi la tendenza a diagnosticare come portatori di una patologia psichiatrica i minorenni anche molto giovani ed allontanarli è sempre più frequente.

Ciò è la conseguenza di un approccio alle persone del tipo: è giusto o sbagliato, è normale o anormale, è psicologicamente rotto o sano, è un Caino o un Abele?

Non c’è dubbio che un ragazzino di otto anni, che si rifiuta di andare a scuola, che insulta gli adulti e mena i compagni, abbia dei comportamenti inaccettabili. Ma li mette in atto perché è lui ad essere rotto dentro, in qualche parte ignota del cervello (visto che nel corpo è sano ed è pure intelligente). Oppure ci indica il posto che gli è stato assegnato nella “conversazione” del suo sistema di riferimento. Cosa che naturalmente non lo giustifica, ma lo rende comprensibile.

Per comprendere come avviene una conversazione si deve parteciparvi

Questo, con il metodo sistemico, avviene invitando tutti i membri della famiglia. In questo caso non solo una madre eroica e iper-competente, ma anche un padre definito insignificante e privo di autorevolezza, perciò inutile, per educare e gestire il Gian Burrasca che spadroneggia e per l’Operatore che ha bisogno di alleati attivi.

Ma il vero stupore di famiglia e Colleghi è per l’invito rivolto alla figlia: perfetta, scolara modello, responsabile e anzi mammina di riserva quando la mamma è impegnata ad arrotondare con ore di lavoro extra. Operatori e genitori si stupiscono: perché convocarla? Lei è sana.

Nelle sedute famigliari sistemiche, non quelle di parent training, in cui un presunto esperto dà consigli pedagogici che raramente i genitori o i famigliari eseguono o almeno proprio così come vengono dati, la cosa fondamentale è ricostruire la storia di ognuno, lì in presenza.

Ma ciò che interessa è capire quale posto, quale sedia è stata assegnata anche ai genitori nella loro famiglia. Spesso questo è ignoto ai figli, perché ormai la famiglia attuale è troppo impegnata a litigare o farsi la guerra o ad accusarsi a vicenda di chi è colpevole della situazione.

Per fare questo si deve essere curiosi e pensare che solo le persone sono esperte nella propria vita. Al terapeuta tocca farsi condurre a quel “tavolo” del passato per capire quali sedie fossero libere, disponibili o obbligate.

Il “tavolo” originario di Clara, mamma di Claudio

La signora è la primogenita di quattro figli.  Dopo di lei sono nati a breve distanza due fratelli e una sorella. I genitori sono di origine contadina e si sono trasferiti dalla regione d’origine per poter trovare lavoro. Il padre inizierà subito come operaio in una grande fabbrica, la madre dopo la nascita di Clara, farà la casalinga fino ai sette anni di Clara, quando inizierà a fare la donna delle pulizie. Clara già da bambina è stata incaricata di badare ai fratelli e di aiutare la propria madre nelle faccende di casa.

Claudio ed Elena sono stati spesso tenuti dalla nonna materna, non dal nonno che ha continuato a lavorare fuori casa e a frequentare gli amici del bar, anche da anziano.

Quando Claudio ha iniziato a non andare a scuola, siccome non si poteva gravare su Elena (iniziava il liceo), la nonna veniva a tenerlo o Claudio stesso veniva portato da lei. La nonna non si capacita di quello che raccontano di Claudio perché con lei è bravissimo ed anche servizievole in casa.

Così Clara: “Certo per mia madre i maschi vanno sempre bene, si possono viziare, faceva così anche con i miei fratelli, per loro niente lavori di casa! Mia madre pensa che io sono troppo dura, che sbaglio, ma se fosse così allora anche Elena dovrebbe essere un disastro e invece… è fin troppo brava. Lei non capisce che è proprio Claudio che è cocciuto. Sembra che si diverta a prenderci tutti in giro! Infatti nemmeno in Comunità ce la fanno!

Ma per mia mamma non va bene niente di quello che faccio io!”

La signora Claudia è entrata in conflitto feroce con la madre da quando, adolescente, scopre che il padre potrebbe avere una relazione extraconiugale. Così riesce a spiegarsi la sua costante assenza da casa e soprattutto i suoi modi aggressivi e verbalmente violenti verso la moglie.

Fino ad un certo punto Clara e i fratelli si schierano in difesa della mamma, fino a pregarla di separarsi, assicurandola che loro sarebbero stati con lei e si sarebbero occupati del suo sostegno anche economico. Ma la madre rifiuta. “la famiglia è la famiglia e non si rompe”.

Da quel momento Clara entrerà in guerra totale con i genitori, disprezza sua madre per la sua passività e sfida il padre proprio perché il suo motto sarà “puoi anche bastonarmi ma non mi fai paura!

Entra in un gioco pericoloso per dimostrare alla propria madre che “lei sì è capace di tenergli testa”. Clara rimedierà qualche ceffone e molti divieti, incluso quello di tenere per sé lo stipendio del suo primo lavoro. “Siccome mangiavo e dormivo lì!”.

La madre non la difenderà mai in questi frangenti facendole capire che se l’è voluta.

A questo punto della storia è Clara ad essere diventata un Caino, che viene punita con l’esclusione anche da sua madre, per la quale lei si era sacrificata.

Il primo pensiero di Clara maggiorenne è come scappare da quel posto.

Il suo motto sarà “non sarò mai una donna che si fa sottomettere da un marito, e mai sarò dipendere economicamente da un uomo”. In questo motto c’è tutto il tentativo di costruirsi diversa da sua madre: “Io mai una donna come te”.

Questa auto-promessa avrà un ruolo cruciale nella scelta del compagno, ovviamente duramente criticata specie dalla madre di Clara, che le lancia una terribile profezia “non è l’uomo giusto per te”.

Questa che Clara vive come una maledizione e insieme una sfida, renderà durissimo dover chiedere aiuto alla madre per tenere Elena e Claudio piccoli. Per questo farà il possibile per farsi aiutare da Elena già da piccolina.

Quale la sedia/il polo di Clara?

In questa famiglia si vedono due poli, due posizioni in guerra: le femmine contro i maschi e gli autonomi/attivi/coraggiosi contro i dipendenti/passivi/codardi.

Però Claudia deve essere a volte una femmina attiva e coraggiosa (difendere la mamma, aiutarla, andare in fretta a guadagnare) ma a volte anche sottomessa e remissiva (obbedire ai genitori consegnare il denaro, non essere troppo sfrontata con il padre benché disprezzabile).

Clara è sempre in guerra con sé stessa per poter avere un posto giusto alla tavola della sua famiglia e alla fine è in guerra con il mondo, diventa un soldato e ogni sedia non la fa sentire nel posto giusto.

Il “tavolo” originario di Antonio, padre di Claudio

 La famiglia di Antonio sembra una famiglia incredibilmente “semplice”. I genitori gestiscono un piccolo negozio, anche grazie al fatto che la nonna paterna vive con loro e alleva lui e il fratello cinque anni più grande. Questo entrerà presto nell’attività commerciale di famiglia e le darà impulso.

Quando Antonio dovrà individuare una scuola, saranno tutti lieti che scelga una scuola professionale che gli dia un lavoro sicuro anche ben remunerato, risolvendo così i problemi di spartizione dell’azienda famigliare. Antonio sembra passare attraverso le fasi della sua vita senza mai dover fare uno sforzo o affrontare un conflitto particolare.

Quando incontra Clara è un giovanotto solare e spensierato. La sua famiglia accoglierà Clara al punto che lei la definisce “la mia famiglia adottiva”.

Quale la sedia di Antonio?

Sembrerebbe che Antonio non abbia mai dovuto lottare per avere una sedia, ma in realtà ha solo evitato i conflitti della sua vita, cedendo di volta in volta la sua sedia a qualcuno che in quel momento la voleva per sé. Ha fatto il figlio/badante di una nonna anziana, lasciando liberi i genitori, razionali e poco emotivi. Ha ceduto il posto al fratello maggiore che è stato incoronato principe al trono aziendale.

Antonio ha cercato per tutta la vita la pace, anche quando qualcosa non gli andava, anche quando qualcosa lo faceva arrabbiare, ma per essere buono e avere un posto in quella famiglia era più semplice essere remissivi.

Se si accettava di sedersi sulla sedia di volta in volta disponibile (si rinunciava a decidere per sé, ad autodefinirsi) si veniva premiati con molto affetto e con tutto ciò che si desiderava. Si potrebbe dire poco vaccinato alle frustrazioni.

Quando Clara e Antonio si incontrano sono un incastro perfetto! Lei non potrebbe resistere nemmeno un attimo con un uomo che le dà vincoli e che sia dominante. Lui non saprebbe nemmeno da che parte cominciare a gestire un rapporto paritario o conflittale.

Ma è appunto troppo perfetto, troppo polarizzato: quando Clara diventa troppo decisionista e invadente Antonio si ritira per non irritarla. Ma questo lo rende così “piccolo” da farla infuriare sempre di più.

Soprattutto dopo la nascita dei figli il loro matrimonio li strige sempre di più intorno a ciò da cui volevano fuggire: Clara da un matrimonio in cui maschi e femmine sono in guerra e Antonio da un luogo in cui per avere il proprio posto bisogna lottare e scontentare qualcuno.

Ma le loro soluzioni hanno creato il problema. Quello che viene definito un doppio legame.

Cosa si vede dalla postazione di Claudio

Giunti fin qui vi sembra di intravvedete qualche altro Caino e qualche altro Abele?

Ma veniamo al Caino ufficiale: Claudio. Riuscite a sedervi sulla sua sedia e vedere o sentire ciò che vede e sente lui?

È un maschio, apprezzato dalla femmina/nonna, che pure critica apertamente la sua mamma.

Ma la mamma non apprezza la nonna, quindi mentre lui è valorizzato/amico dalla nonna è contemporaneamente svalorizzato/nemico della mamma.

Essere servizievole e obbediente vuol dire anche essere disprezzati dalla mamma che non sopporta un maschio/papà passivo e obbediente.

Claudio è intelligente e sa che la mamma pensa che i maschi in un modo o nell’altro sono delle ciofeche (nonno, zii, papà). Infatti Elena, femmina perfetta è la cocca della mamma ma anche del papà. Come quelle sceme di compagne di classe!

Lui sa anche che suo padre è arrabbiato con la mamma, infatti, da quando lui ha iniziato a tirarle calci e a volte a sputarle addosso lui tace e non fa niente, mentre la mamma lo insulta e gli dice “c… fai qualcosa, è anche figlio tuo!”.

Riuscite a vedere/sentire il vortice del doppio legame?

Claudio vive come in uno di quei palazzi di Escher dove vi sembra di salire le scale e poi invece vi accorgete che scendono. Appunto un labirinto percettivo

In seduta famigliare, guardando come le persone comunicano, a parole e con il non verbale si riesce a vedere con i loro occhi e a sentire con le loro orecchie.  Così sarà anche questa volta:

Clara si sta lamentando con la terapeuta, perché il padre non fa niente quando dovrebbe reagire alle scenate di Claudio, ma senza arrivare ai modi troppo violenti. Invece lui o non dice niente, o esplode e per forza che poi il bambino è manesco, allora lei deve fermarlo.

Riconoscete quello che si chiama “paradosso comunicativo”?

Fai qualcosa, sii attivo, ma non come faresti tu, come io ti dico di farlo. Obbedisci a me perché tu sei sbagliato, ma sei sbagliato perché sei obbediente”.

 Lo studio della comunicazione ha scoperto che se si è continuamente sottoposti a questi paradossi relazionali si genera la psicosi.

 Il padre ribatte che è la moglie a viziare Claudio, perché si arrabbia, si arrabbia, minaccia e poi siccome si pente o gli fa qualcosa di buon da mangiare o addirittura gli permette di dormine nel lettone con lei. Lui sta buono per qualche giorno e poi ricomincia.

La terapeuta chiede a Elena chi, in famiglia si sente più arrabbiato e non preso sul serio.

Elena risponderà: “Io!”.

Terapeuta: “Qual’è la cosa che ti fa più arrabbiare e su cui non vieni ascolta?”

Elena “Quando il papà mi dice vieni qui sulle mie ginocchia e raccontami cosa hai fatto oggi. Io non sono più piccola, mi dà fastidio ma lui me lo chiede sempre e la mamma mi dice, beh cosa ti costa?”

Ricordate la promessa che Clara aveva fatto a sé stessa?

Qui mi fermo.

Capite cosa racconta Claudio e cosa mostra nei diversi contesti (sottosistemi) il suo comportamento?

In questo sistema il groviglio comunicativo impedisce ai suoi membri di sapere chi sono o di poter scegliere chi diventare. Ecco perché in terapia sistemica ciò che si “cura” non sono le patologie del singolo, ma “il processo conversazionale” che connette tutti i singoli coinvolti.

Ciò può avvenire individuando e comprendendo il significato dei comportamenti considerati “matti” e tradurli rendendoli meno ambigui.

Solo dopo questa operazione di “pulizia” comunicativa è possibile coinvolgere le persone nel comprendere come comportarsi diversamente. Ma ciò avviene perché sanno cosa stanno facendo/comunicando.

Volete sapere come è finita la storia di Claudio? Esattamente come finiscono le storie di chi riceve l’etichetta di Caino.

Per la comunità era urgente liberarsi di un ragazzino che li obbligava a guardare in modo per loro troppo complesso. Era più semplice dichiararsi incompetenti e poco attrezzati per gestire un ragazzino così gravemente ammalato e passare la patata a luoghi più esperti in Caini e Gian Burrasca. Non mi risulta che a nessuno sia sorto il dubbio che Elena chiedesse aiuto, ma siccome per il momento non era rumorosa, era un Abele, andava bene così, chissà però fino a quando.

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Si laurea in Psicologia nel luglio 1976 presso l'Università di Padova e da subito di occupa di temi di integrazione e contrasto alle istituzioni segreganti, ambito che resterà sempre di suo maggior interesse. Infatti nel settembre 1976 accetta di lavorare per il neocostituito Centro Spastici di Bolzano che dopo alcuni anni diventerà il Servizio Provinciale Specialistico per la Riabilitazione dei Neurolesi e Motulesi, occupandosi del superamento delle scuole speciali e degli istituti per adulti incluse le strutture manicomiali. Completa la sua formazione presso il reparto di psicosomatica della Clinica Pediatra dell'Universita di Innsbruck ( 1977) dove si avvicina all'approccio sistemico alla malattia mentale, noto poi come Milan Approch. Proseguirà e concluderà la sua formazione in questo indirizzo a Milano, nel periodo 1980- 1985 divenendo, nel momento della sua fondazione, membro e didatta della Società Italiana di Ricerca e Terapia Sistemica (S.I.R.T.S.). Dal 1999 al 2018 è docente presso l' Istituto Europeo di Terapia Sistemo-relazionale di Milano.( EIST riconosciuta MIUR nel 2001). Lascia il Servizio pubblico nel 1992 mantenendo attività di formazione e supervisione per vari servizi socio-sanitari pubblici e docenze a contratto universitarie. Dal 2020 è docente a contratto presso l'Universita di Bergamo per il corso di Alta Formazione sui Disturbi Specifici dell'Apprendimento. Dal 1992 è co-titolare del Centro di Psicologia della Comunicazione e dell'Officina del Pensiero ( Bolzano e Trento) dove svolge e coordina attività di ricerca in particolare nell'ambito di autismo, DSA e ADHD , temi su cui ha prodotto pubblicazioni. Si è sempre impegnata anche per valorizzare la categoria professionale degli Psicologi assumendo la carica di Segretario provinciale del sindacato degli psicologi prima della costituzione dell'Ordine Professionale (1989) è poi quella di primo presidente dell'Odine Provinciale Provincia Autonoma di Bolzano. Dr. Miriam Gandolfi Psicologa psicoterapeuta Bolzano/Trento www.officinadelpensiero.eu 0471/261719