La psichiatria che non ascolta – Storia di Andrea

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Questa è la storia di Andrea, raccontata dalla mamma Anna (nomi di fantasia) che pone in evidenza come i servizi di salute mentale, a volte, non rispondano in modo adeguato alle richieste di intervento degli utenti e dei familiari, ma complichino le situazioni, cronicizzando i disturbi.

Storia di Andrea

Andrea era un ragazzo che come tanti coetanei studiava e nel tempo libero lavorava in una pizzeria. Era un ragazzo sicuro di sé.

I problemi sono cominciati con la separazione di noi genitori. Da quel momento Andrea non è più riuscito a gestire la sua vita.

Prima della separazione, mio marito faceva sceneggiate terribili coi bambini. Se se la prendeva con uno dei loro riusciva a farlo piangere per ore. Nonostante questo, Andrea era molto attaccato a lui.

Quando Andrea ha cominciato ad avere problemi, dopo la separazione, ho chiesto aiuto a mio marito il quale è tornato a vivere con noi. Da lì è iniziato il finimondo.

Mio marito era una persona gelosa e violenta, diciamo che aveva problemi di dipendenza da sesso extraconiugale.

Una sera, mentre eravamo in vacanza, fece una scenata di gelosia tremenda; mi picchiò davanti ai bambini. Andrea pianse per tutta la notte. Secondo me, quello fu un trauma molto forte per lui. Da lì cominciò ad avere problemi.

A volte, precedentemente, durante le scuole medie, si faceva qualche canna, ma da quel momento ha cominciato a fare uso di altre droghe come hashish, cocaina e anfetamine.  In quel periodo, si unì anche a un gruppo di Sai Baba che lo ha esposto ad esperienze violente e del tutto negative che gli hanno provocato l’insorgenza delle sue turbe psicologiche.

Il primo TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, ndr) lo ha subito a 21 o 22 anni per via dell’uso di droghe. Durante il ricovero gli davano talmente tanti psicofarmaci che non si reggeva in piedi, sbavava, parlava con la bocca impastata e a malapena riusciva ad aprire gli occhi. Gli psicofarmaci gli causavano una dolorosissima distonia, con contrazioni al collo e alla schiena.

Al colloquio, quando chiesi se l’uso massiccio di tutti quegli psicofarmaci fosse indispensabile, lo psichiatra mi rispose “Ma cosa pensa che stia succedendo a suo figlio? Non vede che cervello gli si sta spappolando?” cercando di rassicurarmi così che gli psicofarmaci fossero indispensabili per evitare ulteriori danni.

Cercai di spiegargli che Andrea aveva un problema di dipendenza da droghe. Mi rispose che di stupefacenti non ne sapeva niente, che non erano di sua competenza. In sostanza, non se ne volle occupare e lo mandò, perciò, al SERT (Servizi per le Tossicodipendenze, ndr).

Lo ricoverarono lì.  Erano ormai 4 o 5 giorni che non dormiva, parlava e faceva cose strane. Ci siamo dati il turno, mio marito e io, per stare con lui durante quel ricovero. Ma Andrea non ci voleva restare e dopo pochi giorni scappò per tornare a casa, camminando di notte per 18 Km a piedi scalzi.

Una volta a casa, smise gli psicofarmaci che lo facevano stare male, ricominciò con le droghe ed ebbe una ricaduta.

Questo circolo vizioso si è ripetuto molte volte: quando era sotto psicofarmaci li toglieva di botto e aveva ricadute e quindi un altro TSO.

Lo psichiatra del centro di salute mentale che lo aveva in carico, d’altra parte, non ha mai spiegato né ad Andrea né a noi che gli psicofarmaci vanno tolti un po’ per volta, molto lentamente, per evitare reazioni di astinenza e ricadute (effetto rebound o di rimbalzo, ndr) che portano quasi certamente al TSO. Per di più non gli ha mai proposto una psicoterapia.

In questo modo, cioè interrompendo bruscamente la terapia e con le conseguenti crisi di astinenza, ha accumulato una ventina di ricoveri tra TSO e ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio).

Quando, in un momento di crisi, sfondò la porta di casa della sua ragazza, lo psichiatra ci disse che noi avremmo dovuto chiuderlo dentro in casa, con porte e finestre sbarrate. Insomma, secondo lui, l’alternativa agli psicofarmaci doveva essere la segregazione!

Andrea, purtroppo, non si è mai liberato dalla psichiatria. In verità io avevo già la sensazione che la psichiatria non fosse la soluzione.

In uno dei miei numerosi tentativi per aiutarlo, ho partecipato a un meeting di una settimana a Torino con Ron Coleman, noto consulente e formatore di servizi psichiatrici di tutto il mondo, con un’ampia esperienza di mutuo aiuto.

Coleman mi spiegò che Andrea aveva solamente una dipendenza da farmaci e droghe, ma non soffriva di nessuna “malattia mentale” o di nessuno “squilibrio chimico” del cervello, come invece sosteneva il suo psichiatra.

Io allora invitai Coleman a una conferenza che organizzai nella nostra città, ma lo psichiatra di Andrea, primario del CIM (Centro di Igiene Mentale) che lo aveva in carico, nonostante il mio caloroso invito, si rifiutò di partecipare mandando, al suo posto, una educatrice e una infermiera alla conferenza.

Senza scoraggiarmi, li feci incontrare in un’altra occasione, ma anche questa volta lo psichiatra, fortemente in disagio, non collaborò dimostrando scarsissima attenzione durante tutto l’incontro, che ebbe luogo al CIM.

Ho avuto l’impressione che gli altri due psichiatri del CIM non condividessero la linea del primario, perché nel giro di pochi giorni chiesero di essere trasferiti entrambi. Mi sono sempre chiesta se questo trasferimento avesse a che fare con l’incontro con Coleman.

Da quel momento nel Centro si susseguirono diversi psichiatri e si cominciarono ad organizzare gruppi di terapia familiare. Purtroppo, mio marito non voleva partecipare a questa terapia, facendo sempre scena muta.

Siamo arrivati così alla seconda separazione, che però era osteggiata dallo psichiatra, perché diceva che Andrea, molto attaccato al padre, ne avrebbe sofferto molto.

Intanto sono passati 22 anni dall’inizio dei disturbi di Andrea, che tra uso di psicofarmaci, alcol e droghe aveva cominciato ad essere violento anche con me.

Intanto, lo psichiatra, con la scusa che non era di sua competenza, continuava a non prendere posizioni sul problema delle droghe, rimandandoci sempre al SERT.

Il personale sanitario del SERT però, oltre a fare gli esami delle urine, non prendeva nessuna posizione, non proponeva alcun piano terapeutico, dicendo che non voleva mettersi in contrasto con la psichiatria. E così, per non fare “confusione” e non intralciarsi a vicenda, non hanno mai proposto un vero piano di recupero.

Nessuno faceva niente. Però, nel niente non volevano contrastarsi! Alla fine, è stata la psichiatria che lo ha preso in carico e l’unico intervento è stato la somministrazione di psicofarmaci.

È da sottolineare che, in una sola occasione, hanno proposto un progetto di inserimento lavorativo e una abitazione autonoma. Tuttavia, Andrea era talmente sedato dagli psicofarmaci che non fu in grado di portarlo a termine.

In quel breve periodo era abbandonato a sé stesso, faceva uso di molte droghe e veniva a casa solo per mangiare e dormire. L’infermiere andava a trovarlo, vedeva in che stato era ma, in realtà, non faceva niente di concreto.

Poi hanno inserito un altro ragazzo nell’appartamentino. Ma poco dopo lo stabile fu chiuso per mancanza del certificato di abitabilità.

Inoltre, in tutti questi anni non gli è nemmeno mai stata proposta una riduzione degli psicofarmaci in sicurezza, cioè sotto controllo medico e nemmeno una psicoterapia. In questo modo, quando Andrea era stufo di essere sempre sotto l’effetto di questi potenti farmaci che sentiva che gli limitavano fortemente la vita, se li toglieva di botto, rimediando l’ennesimo TSO.

Uno dei tanti TSO l’ha subito perché mi aveva aggredito. I carabinieri mi hanno consigliato di fare denuncia, che in seguito ho poi bloccato. In seguito a questo fatto ho scritto una lettera di 13 pagine agli organi preposti, in cui facevo presente la nostra situazione e la mancanza totale di un piano terapeutico di recupero.

La psichiatria mi rispose che loro avevano fatto tutto il necessario per prevenire l’insorgenza di crisi e per aiutare Andrea. Ma, in realtà, si sono sempre limitati alla somministrazione di ingenti quantità di psicofarmaci che lo tenevano continuamente stordito

Nella lettera io ribadivo che l’esperienza di vita autonoma non poteva che essere fallimentare in quanto avevano messo il ragazzo a vivere da solo, senza il benché minimo appoggio. Inoltre, gli doveva essere offerta un’abitazione con l’agibilità e non abusiva, l’appoggio di esperti per esperienza e, inoltre, doveva essere affrontato il problema della dipendenza dalle droghe.

Ma niente di tutto questo è stato fatto!

La mia lettera ha scatenato la reazione adirata dello psichiatra, che si è trovato contro anche il suo staff. Purtroppo, a seguito dell’aggressione nei miei confronti Andrea subì un TSV (Trattamento Sanitario Volontario, ndr) di oltre un mese in psichiatria.

Al ritorno dal lungo ricovero, si sono susseguiti diversi tentativi di sospendere gli psicofarmaci, purtroppo, tutti fallimentari, anche perché il padre non ha mai collaborato.

Dopo l’ennesima aggressione nei miei confronti, Andrea ha subito un ultimo TSO da “macelleria messicana” in cui è stato manganellato a sangue dalla celere a casa nostra, ma di questo parlerò in dettaglio in un altro articolo, perché il fatto merita spazio.

Io feci una denuncia alla Procura della Repubblica esponendo tutti i fatti e facendo nomi e cognomi dei responsabili del linciaggio, ma tutto venne archiviato e non ebbe alcun seguito!

Comunque, a seguito dell’episodio Andrea non poteva tornare a casa perché la sua aggressività mi metteva in pericolo. Sono cominciate così le ricerche di una struttura che potesse accoglierlo.

La psichiatra che lo aveva in cura in quel periodo, mi disse che c’era una struttura fantastica adatta per lui; l’andammo a vedere. In realtà, scoprimmo che si trattava di una struttura al limite dello spartano, per soli uomini, senza il minimo confort, in stanza doppia e, peraltro, con un frigorifero pieno di medicinali.

Infatti, Andrea in quel centro non si trovò bene, cominciando a deperire e ad accusare dolori fisici a causa degli psicofarmaci. Così lo trasferirono in un’altra struttura, bruttissima, che ricordava un vecchio manicomio. Infatti, non lo facevano nemmeno uscire.

Non ce la faceva a stare lì, e quindi abbiamo fatto un altro tentativo di convivenza. Anche questo però non è andato a buon fine, anche a causa del fatto che non abbiamo ricevuto il benché minimo supporto.

Però, finalmente, siamo riusciti a trovare una struttura aperta, senza limitazione di orari.  Dopo un periodo iniziale di ambientamento, con l’incoraggiamento della nuova psichiatra, la quale ha insistito perché si dedicasse ad attività a lui congeniali, come l’arte, ha cominciato a dipingere e a modellare la creta. Attualmente fa mostre, calendari e accudisce anche i gatti che vivono nei pressi della struttura.

Ma anche se più tranquillo e soddisfatto, ha dei problemi di natura fisica. Tra i tanti, urina a letto e di giorno fa fatica a controllare lo stimolo. Quindi, è sempre costretto a girare con un cambio di biancheria intima e pantaloni.

Ovviamene, tutto questo segna e condiziona profondamente la vita sociale di una persona. Infatti, in queste condizioni, non è possibile sentirsi a proprio agio in mezzo agli altri.

A questo proposito, devo sottolineare che i pazienti psichiatrici con qualche disturbo di natura fisica, non vengono quasi mai esaminati e curati adeguatamene.

Perché i pazienti psichiatrici non ricevono le stesse attenzioni e cure delle persone senza diagnosi?

Infatti, durante uno degli ultimi ricoveri, Andrea era molto sedato e mi sembrava che soffrisse per via del Depakin che stava causando un aumento dell’ammonio e dell’urea, presenza di pus nell’intestino, stipsi, diarrea e dolori addominali.

Durante il colloquio il medico, che non mi rivolse alcuna attenzione ostinandosi invece a guardare lo schermo del computer, mi trattò con grande arroganza. Quando cercai di parlargli dei sintomi di Andrea, mi chiese se fossi io il medico. Aggiunse che non potevo parlare con lui di medicine e terapie perché non ero medico.

Ad un certo punto, a causa del suo atteggiamento cominciai a innervosirmi e lui voleva darmi degli psicofarmaci dicendomi che avevo disturbi mentali in quanto lo stavo aggredendo.

In effetti, aveva ragione… ero furibonda!

Ma come si fa a restare calmi quando hai un figlio che soffre e nessuno che ti ascolta? Ma è normale che i pazienti psichiatrici siano lasciati a soffrire senza cercare di capire i loro problemi e le loro sofferenze, trattandoli sempre come pazienti di serie B o C o D?