L’omicidio non è nella mente delle persone, ma nella società che genera assassini

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Maria Quarato

La dottoressa Maria Quarato, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, ha conseguito la laurea in Psicologia Clinica ad indirizzo neuropsicologico a Padova e il titolo di Psicoterapeuta presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista.
Per anni cultrice della materia ed assistente alla cattedra di Psicologia Clinica e Psicoterapia, dipartimento di Psicologia Generale Università degli Studi di Padova.
Ha partecipato ad un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale, promosso dal Miur, Ministero Istruzione, Università e Ricerca .
Autrice di diversi articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali e nazionali. Membro del comitato Scientifico della rivista " Scienze dell'interazione"
Attualmente docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista e Presidente “Ediveria”, Associazione per la ricerca internazionale e la consulenza “dell’udire voci” con sede a Vienna.
Da anni si occupa di ricerca e psicoterapia dell’udire voci, dineuropossibilità e complessità esistenziali, di processi migratori e di epistemologia delle scienze cliniche della psiche.www.ediveria.com
www.scuolainterazionista.it

Di Maria Quarato

Illustrazione di Chiara Aime

L’omicidio non è nella mente delle persone, ma nella società che genera assassini

Fino a quando si continuerà a parlare di devianza e antisocialità come fossero la strada obbligata di chi è nato con i neuroni sbagliati, o nelle famiglie sbagliate, avremo fallito tutti. Gli psicologi sono al primo posto di questo grande fallimento che sono scienze “Psi”, perché spesso rinunciano ad essere intellettuali ed operatori sociali, relazionali, culturali e si perdono nella strada infruttuosa della scoperta del vero Io (che è un’invenzione), come se ogni individuo vivesse separato dal prossimo, chiuso in una teca.

Casi di cronaca. Un senza tetto ammazza un prete e i giornali titolano ” Uomo con problemi psichici ha ammazzato un prete che aiutava i senza tetto”. Un padre compie un omicidio-suicidio, descrivendo in dettaglio le sue ragioni, ma i giornali titolano “Padre depresso ammazza il figlio e si suicida”.

Spesso, quando si compie un omicidio, secondo le ricostruzioni narrative dei giornalisti, degli esperti tecnici della psiche, degli avvocati, l’assassino aveva una qualche forma di presunta psicopatologia. Come se l’azione del togliere la vita a qualcun altro non fosse una scelta intenzionale connotata di significato, ma un gesto meccanico, causato da neuroni mal funzionanti o biografie segnate da traumi che rompono le menti per sempre.

Per sempre in psicologia non è un dato certo e le menti non possono ammalarsi, come sostengono ancora teorie che mancano di evidenze empiriche e fattuali, semplicemente perché la mente non è un organo. Dal punto di vista scientifico possiamo invece affermare che si possono apprendere modi antisociali per sopravvivere per strada o in contesti relazionali conflittuali, impari. Possiamo affermare per certo che si può essere educati a pensare che si possono possedere le persone limitandole nella loro libertà personale, disponendo delle vite altrui a proprio piacimento.

Apprendiamo dal contesto socio culturale di appartenenza le regole e le modalità relazionali che sempre più implicano l’uso della prevaricazione. Scelte fatte da chi conosce solo questo modo deviante per stare al mondo, perché il mondo privato non gli ha offerto altro, e quello sociale non si è preoccupato di offrire modalità edificanti per vivere in relazione al prossimo.

Ogni omicidio chiama in causa tutti. Tutti perché ognuno è parte delle collettività e può dare il suo contributo affinché ogni vita possa avere valore. Chi commette un omicidio, spesso, ha già perso il valore della vita, prima tra tutte la propria.

Quando un omicidio è compiuto, i problemi non sono di tipo psichici ma sociali, relazionali, educativi, culturali. Non ha senso chiedersi cosa non funzioni nella mente di colui che ha commesso il reato, ma è utile chiedersi come è giunta a pensare che fosse possibile commettere quel reato e quando ha maturato l’idea che nel proprio contesto di vita non avrebbe trovato altre possibilità di scelta.

Politici che litigano o vengono portati fuori a forza dalle stanze in cui si decidono delle sorti dell’Italia, ricompaiono poi come nulla fosse accaduto, senza quel sano sentimento della vergogna (che è il sentimento attraverso cui si dimostra di aver interiorizzato lo sguardo sociale) per i propri modi arroganti e distruttivi. Programmi tv in cui l’audience sale quando c’è un litigio acceso tra gli opinionisti. Opinioni che hanno sempre l’obiettivo di creare un conflitto e non una mediazione, di fare polemica e non trovare soluzioni collettive. Una società in cui si cerca i colpevoli della propria miseria, nelle miserie altrui, piuttosto che chiedersi chi sta mangiando troppo e non lascia nulla agli altri.

Quale volete che sia la ragione per cui, seduti a questa grande mensa che è la terra, non rimane da mangiare per tutti e chi ha poco accusa chi non ha nulla? La guerra tra poveri che perdono sempre più diritti.

Ed i poveri (di denaro o competenze relazionali) finiscono a vivere sotto un cielo di stelle come i passeri, e come passeri ad alimentarsi di gesti di carità che non sono mai abbastanza, o a prendere vite altrui quando non si riesce a riqualificare la propria.

I poveri che finiscono per ingrossare le file dei reparti psichiatrici sulla base dell’ipotesi che se si soffre è perché qualcosa non funziona nell’individuo; ma spesso, chi non può offrire soluzioni sociali come il lavoro, la formazione o riqualificazione di un’esistenza andata in frantumi, offre molecole sedanti che silenziano la sofferenza delle porte sbattute in faccia, del non essere riusciti a trovare un posto adeguato nel mondo. Nel regno animale chi è più fragile non sopravvive, questa è la legge crudele della giungla.

Viviamo nel paradosso di definirci società civilizzate, animali parlanti e poi non siamo riusciti a sviluppare adeguati modelli sociali di protezione e cura dei più fragili, se non l’uso di psicofarmaci. Come dice lo psichiatra Piero Cipriano, abbiamo creato un manicomio chimico. Ci illudiamo che gli psicofarmaci possano guarire menti malate, rotte, difettate. Ed invece gli psicofarmaci non curano, non aiutano i più fragili. Fanno solo in modo che i più fragili smettano di lamentarsi, agitarsi, tormentare il forte che deve produrre, aumentare il PIL, andare a caccia.

I giornali spesso titolano “L’assassino aveva problemi psichici”. Aumentando il pregiudizio nei confronti delle persone che soffrono. Per essere sicuri che si capisca bene che sono da tenere lontane le persone che soffrono? Idea terribile quella di aumentare le disparità tra gli abitanti di gaia. Come volete che stia una persona che viene costantemente guardata come fosse pericolosa o malata, incapace, improduttiva e non riesce a trovare un posto adeguato nel mondo? Vi sembra riabilitante il pregiudizio di pericolosità sociale?

Ci siamo mai chiesti quali sono le persone veramente pericolose per la una società civile che sappia offrire risorse per tutti e sappia proteggere e valorizzare i più fragili?

Tante volte i problemi sono anche neurochimici: sono gli effetti collaterali degli psicofarmaci che creano squilibri biochimici, crisi di astinenza quando non assunti più senza un adeguato scalaggio.  Eppure, spesso, nessuno si preoccupa di controllare se la persona con presunti problemi psichici fosse sotto l’effetto dell’astinenza da psicofarmaco, o da intossicazione da psicofarmaco.

Chiediamoci chi stiamo tutelando quando mentiamo a noi stessi prendendo per buono che un omicidio è commesso perché l’assassino aveva problemi psichici. Chiediamoci come reagiremmo a titoli come “L’ assassino aveva problemi sociali e relazionali”. Chiediamoci come reagiremmo a titoli come “l’assassino era in astinenza o intossicazione da psicofarmaci”.

Le soluzioni si possono trovare solo se si configura e definisce in modo adeguato il problema e non se si cerca solo nel singolo “il difetto di fabbrica”. Ma anche in questo caso, fuor di metafora, il difetto è evidente che sia il risultato di un cattiva gestione della fabbrica e non dell’oggetto prodotto.

Ma le persone non sono oggetti, eppure, spesso, fanno parte di una collettività che tratta i più fragili come fossero oggetti rotti.

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La dottoressa Maria Quarato, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, ha conseguito la laurea in Psicologia Clinica ad indirizzo neuropsicologico a Padova e il titolo di Psicoterapeuta presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista. Per anni cultrice della materia ed assistente alla cattedra di Psicologia Clinica e Psicoterapia, dipartimento di Psicologia Generale Università degli Studi di Padova. Ha partecipato ad un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale, promosso dal Miur, Ministero Istruzione, Università e Ricerca . Autrice di diversi articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali e nazionali. Membro del comitato Scientifico della rivista " Scienze dell'interazione" Attualmente docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Interazionista e Presidente “Ediveria”, Associazione per la ricerca internazionale e la consulenza “dell’udire voci” con sede a Vienna. Da anni si occupa di ricerca e psicoterapia dell’udire voci, di neuropossibilità e complessità esistenziali, di processi migratori e di epistemologia delle scienze cliniche della psiche. www.ediveria.com www.scuolainterazionista.it