Un caffè in sospeso dalla psichiatria – Storia di Giulia

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Laura Guerra

Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile.
Recentemente ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie".

L’articolo che segue riporta la lettera di Giulia, che sta lottando per il rispetto dei propri diritti e per la cancellazione dell’invalidità civile, al Tar del Lazio e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il TAR ha risposto che la questione non è di sua competenza e Giulia sta intraprendendo altre vie legali per ottenere i suoi diritti.

 

Premessa di Giulia

Lo scritto che sto per sottoporvi è di circa un anno fa, quando, in assenza di un legale provai a far ascoltare la mia voce al Tar del Lazio e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, destinatari della lettera. Ahimè nessuno mi ascoltò allora, tanto che di lì a poco subii un altro ricovero coatto.

Vi invito a leggere la mia testimonianza con l’auspicio che la mia esperienza serva come monito a tanti giovani e alle loro famiglie che vengano a trovarsi in situazioni similari alla mia.

Ascoltatemi.

La società in cui viviamo pur di non ammettere un errore amministrativo e i danni morali che ne conseguono è ostile contro chi lotta per la cancellazione dell’invalidità civile, caso più unico che raro mi hanno detto.

Mi sono chiesta a lungo perché.

La risposta che mi sono data è che un malato psichiatrico fa guadagnare così tanto lo Stato che in confronto l’impegno a pagare l’assegno di invalidità è un caffè sospeso.

Lettera di Giulia

Roma, lì, 2/12/2019

Oggetto: Impugnazione verbale invalidità, richiesta accesso agli atti e ricorso atti e attività Amministrativa, Terza Sezione Quater, per violazione art. 2, 3, 15, 22, 31, 32 della Costituzione Italiana in relazione all’articolo 28 e 54 della stessa e per quanto indicato, ricorso anche alla Sezione Prima.

Spettabili,

sono qui a riassumervi, il più brevemente possibile, quello che ho dovuto subire nel corso della mia vita, in riferimento a quanto in oggetto e in particolar modo alla violazione dei miei diritti basilari di dignità dell’individuo e come cittadina italiana, in riferimento alla Costituzione Italiana, nell’unica prospettiva di vederli riconosciuti secondo la stessa.

Quanto premesso si lega alla speranza che il mio paese, fondamento della legislatura del mondo, in un momento i cui i diritti dei più deboli vengono deragliati impunemente, ne dia atto sociale e legale.

Ho trentasette anni. A ventitré anni, a seguito dell’utilizzo di cannabis ho avuto un episodio che è stato definito delirante da una psichiatra privata, dove mi portò mia sorella. In realtà niente di più grave che far fare una doccia ad un barbone, su consenso di mio padre.

A seguito di ciò, la stessa psichiatra ordinava di portarmi al CSM (Centro di Salute Mentale) di zona consigliando loro il ricovero in una struttura convenzionata, Villa Armonia Nuova, prontamente approvato e sottoscritto, mio malgrado, su pressione dei miei fratelli e a sottoscrizione dello stesso anche da parte loro.

Da quel momento, immagino, sono ufficialmente entrata in un protocollo.

Protocollo medico e sociale che oltre a privarmi della mia giovinezza, mi ha portato a subire abusi di ogni genere: famigliari, sociali, psicologici, farmacologici e, non ultimo, fisici con la contenzione meccanica subita durante due TSO.

In effetti, dopo il primo ricovero nella struttura privata convenzionata durato quaranta giorni (poiché limitata dalla supervisione dei miei fratelli e dunque impossibilitata a firmare per uscire dalla struttura), avvenne l’inizio della somministrazione degli psicofarmaci e le sperimentazioni degli stessi che seguirono per quattordici anni ad oggi, e per cui ho fatto e sto facendo letteralmente da cavia.

In tale contesto, su caldo invito di una dottoressa nel pubblico, che aveva a sua volta probabilmente notato l’assenza di un allora inconsistente appoggio famigliare, e su sprono di mio fratello, mi sono fatta dunque riconoscere un’invalidità psichica dall’INPS, per le mie debolezze di giovane, nella fiducia nella lungimiranza familiare, che mio malgrado perdura da circa sette anni. Da quel momento il protocollo è peggiorato e con esso i TSO, di cui ne ho all’attivo otto: Villa Regina Margherita, San Giacomo, Pertini, S. Spirito e quattro volte S. Andrea.

Ci tengo a precisare che non ho mai, in alcuna maniera, fatto del male ad alcuno, né ad altri, né a me stessa.

I periodi di depressione, erano per lo più la conseguenza dei farmaci stessi sulla mia psiche, continuamente cambiati (da quelli orali ai più potenti depot). Cosa accadeva in quei casi? Semplicemente entravo in uno stato catatonico, non riuscivo ad esprimermi più di tanto, consapevole di una società ostile. E prontamente avveniva il ricovero.

Questo non è valido per gli ultimi quattro ricoveri subiti, dove ero ben più consapevole e attiva di ciò che vivevo e subivo, pur tuttavia non mi era ancor chiaro il ruolo portante delle figure famigliari e del protocollo che mi è stato, oggi ne ho la piena consapevolezza, assegnato.

Un anno fa circa denunciai alla polizia un trattamento di contenzione meccanica subito durante un TSO, nella primavera 2018, dove quattro dipendenti della struttura pubblica mi legarono, mi misero un pannolone e fecero un’iniezione, con la giustificazione che dovevo dormire, piccolo particolare: mi hanno svegliato loro per farmi questo trattamento.

Qualche mese dopo, di questo periodo, provai a liberarmi attivamente degli psicofarmaci con la supervisione e l’approvazione di uno psichiatra privato e una psicologa. Il risultato è stato che lui mi ha dichiarato sana, e per due mesi non li ho assunti, ma allo scadere di questo periodo mio padre ha convocato i miei fratelli e lo stesso dottore nel mio appartamento, di cui ci tengo a precisare, sono l’unica proprietaria, e il dottore stesso si è visto costretto a prescrivermi nuovamente i farmaci che mi aveva tolto e poi, di fronte al mio diniego, a chiamare il 118 da casa mia.

Conseguenza ha voluto che nel corso del solo 2019, e probabilmente anche a seguito della denuncia effettuata sei mesi prima, ho subito tre TSO, per il mio tentativo di uscire dal protocollo, quale persona sana come sono, come da certificazioni allegate, di cui l’atto dell’INPS che sto impugnando e la certificazione medica del CSM.

Nell’ultimo TSO, che è durato trentatré giorni, oltre il limite consentito dalla legge per i TSO (mi hanno fatto firmare il consenso le dimissioni il trentatreesimo giorno, pena rimanere ulteriormente) ho subito un’altra contenzione meccanica, ovvero sono stata nuovamente legata al letto con cinghie predisposte dalla struttura. Questo avveniva al mio ingresso. Ovvero io mi sono letteralmente svegliata legata al letto. Non escludo persino di aver subito l’elettroshock prima di entrare, poiché ho un vuoto che dura due giorni e una cognizione dei sei mesi precedenti parecchio offuscata, come tali procedure spesso comportano. Quest’ ultima è un’informazione che ho scoperto a posteriori, visto il dubbio sortomi, accanto alla verifica che la pratica dell’elettroshock è tornata legale in Italia, grazie a Rosy Bindi. Ovviamente, sulle persone dichiarate invalide, lo Stato non controlla probabilmente tutte le procedure al meglio.

In tutto questo scenario la famiglia e la legge 180 sono due grandi attori, almeno formalmente. Leggendo per la prima volta, per intero, la legge 180, che qui allego, e che ho sempre sperimentato mal attuarsi, vista la necessità di un giudizio più socialmente calibrato delle situazioni e delle persone, più che di un parere spesso espresso apriori e politicamente diretto, senza considerare i diritti costituzionali di base, e nel mio caso senza mai alcun motivo dovuto alla condotta, ho scoperto infine, con mio grande stupore, che in tali situazioni viene nominato un giudice tutelare, che sottoscrive i TSO assieme al sindaco e gli eventuali rinnovi, che sul portale web del tribunale di Roma viene esemplificato essere nominato tra i parenti fino al quarto grado.

La vostra politica ha distrutto la mia vita e i miei diritti di cittadina italiana.

Non ho la possibilità di dialogare con la famiglia, che non mi ha mai comunicato il ruolo che svolgesse né la persona predisposta a sottoscrivere i vostri voleri. La comunità mi è ostica nell’individuazione del giudice tutelare nominato e la rete sociale non trova concretezza nella mancanza del riconoscimento della mia dignità come individuo.

Non ho ragione di salvare la pelle per nessuno di voi probabilmente. Visto e considerato che i miei diritti di dignità della persona non sono ad oggi stati tutelati in alcun modo, piuttosto abusati legalmente.

Scrivendo la suddetta penso ai nostri antenati, fondatori dell’Italia, alle centinaia di pazienti che vengono abusati similarmente a me, alle mie nipoti e al futuro che le aspetta, e mi appello al futuro che volete offrire ai vostri.

Alla società ho questo da offrire: il recupero dei diritti civili.

Ad oggi la mia fiducia nella vita è questa.

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Recentemente ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie".