THE HOUSE WITHIN – LA CASA INTERIORE di Pauline Pearson

0
266

THE HOUSE WITHIN – LA CASA INTERIORE

Dal piano emotivo alla relazione autentica tra clinico e paziente: uno strumento semplice ed efficace per orientarsi emotivamente oltre la diagnosi

 La chiocciola: luce e ombra nella stessa Casa, nel suo contesto naturale. Foto di Susanna Brunelli

 

Traduzione dell’articolo di Pauline Pearson — assistente sociale specializzata in salute mentale e psicoterapeuta con sede a Melbourne, Australia, con trent’anni di esperienza in contesti comunitari, clinici e di crisi. Ha qualifiche in servizio sociale, scienze e psicoterapia psicoanalitica. È la sviluppatrice del modello The House Within per l’educazione e l’alfabetizzazione emotiva.

 

Come esperta per esperienza, ho riconosciuto in questo lavoro qualcosa che parla anche a chi la salute mentale non la studia soltanto, ma la attraversa. È un invito a cambiare sguardo.

L’autrice intreccia pensiero sistemico, scienze naturali, neuroscienze e tradizioni orientali attorno a un’immagine potente: la spirale come principio organizzativo dell’esperienza umana. Non solo una metafora, ma un movimento che può muoversi in entrambe le direzioni. Comprendere in quale piano dell’esperienza si trovi la persona è ciò che rende possibile un incontro autentico tra clinico e paziente.

Il modello propone di esplorare la propria “Casa Interiore” — la Soffitta, il Piano Superiore, il Piano Terra, il Seminterrato e la Cantina — collegati da una scala a chiocciola che permette di attraversare e integrare i diversi livelli dell’esperienza emotiva, restituendo loro senso e continuità.

Attraverso questa esplorazione emerge anche un’altra sfida: il linguaggio della diagnosi ha progressivamente colonizzato la vita emotiva delle persone, riducendo vissuti complessi a etichette. Una diagnosi può descrivere un comportamento, ma raramente tiene conto del contesto.

E il contesto è tutto!

Di Susanna Brunelli

 

La casa in cui viviamo tutti: un quadro per orientarsi emotivamente oltre la diagnosi

Qualcosa manca

Voglio cominciare da una sensazione, non da un argomento. È la sensazione — familiare, sospetto, a molte persone che lavorano nella salute mentale — che qualcosa di importante non venga davvero raggiunto. Che i quadri concettuali che abbiamo, pur con i loro autentici meriti, lascino senza nome un particolare tipo di esperienza umana. Non le presentazioni drammatiche, non i momenti di crisi, non i quadri diagnostici chiari — quelli sono ben mappati. Intendo l’esperienza più quieta e pervasiva di molte persone che sanno che dentro di loro sta accadendo qualcosa, ma non riescono a trovare parole che sembrino vere. Persone che arrivano al primo colloquio già indossando un’etichetta che è arrivata prima che qualcuno le ascoltasse davvero. Persone che comprendono perfettamente la propria diagnosi e tuttavia non sanno dove si trovano.

Sono assistente sociale nel campo della salute mentale e psicoterapeuta da trent’anni, e ho lavorato in servizi territoriali, ospedali, università e in libera professione. Ho anche una formazione scientifica e molti anni di studio ed esperienza in psicoanalisi. Ciò che voglio offrire qui non è una critica a nessuna di queste tradizioni. È qualcosa che è emerso dallo stare al loro interno per molto tempo — un quadro nato dal prestare attenzione a ciò che le persone dicono davvero quando provano a descrivere la propria vita interiore, prima che il vocabolario clinico si depositi sulla conversazione.

È cominciato con una parola.

 

La parola che le persone usano già

Se ascolti con attenzione qualcuno che descrive la propria esperienza emotiva — in una seduta clinica o in una conversazione quotidiana — una parola ricorre continuamente.

Spirale.

Una spirale emotiva.

Le persone spiralano verso l’alto in un eccesso di pensieri e panico. Spiralano verso il basso nel ritiro, nel pensiero negativo, nella piattezza intorpidita in cui la cura di sé svanisce. La parola arriva senza essere sollecitata, attraverso età, culture e gradi di sofferenza diversi. Non descrive solo un sentimento, ma un movimento — direzionale, dinamico, dotato di una certa inerzia.

Credo che questa parola indichi qualcosa che il campo della salute mentale ha in gran parte trascurato: che le persone possiedono già un vocabolario preciso e utile per la propria esperienza emotiva. Semplicemente non è mai stato dato loro un atlante per orientarsi.

Questo articolo è un tentativo di offrirlo.

 

Cosa ci ha dato il linguaggio dominante — e cosa non ci ha dato

Il modello medico della salute mentale ci ha dato molto. Ci ha dato trattamenti che funzionano per alcune persone in alcune circostanze, un vocabolario professionale condiviso e un quadro che ha ridotto — almeno in certi contesti — il giudizio morale che un tempo accompagnava la sofferenza emotiva. Sono risultati reali, che voglio riconoscere pienamente.

Ma ho osservato, in tre decenni, come il vocabolario della malattia e del disturbo abbia gradualmente colonizzato l’intera vita emotiva. Ansia, depressione, disturbo, diagnosi — queste parole sono diventate così familiari da non sembrare più un linguaggio professionale. Sembrano la realtà stessa. Le persone arrivano al primo colloquio già auto-diagnosticate, avendo pre-tradotto la propria esperienza in linguaggio medico. L’etichetta arriva prima della persona. E una volta che un’etichetta è nella stanza, è difficile sentire ciò che c’era prima.

Il modello medico è, nel suo nucleo, un modello di ciò che non funziona in te. Localizza il problema dentro un individuo isolato, lo classifica e implica un trattamento somministrato da qualcuno più qualificato di te per correggere il malfunzionamento. A volte è esattamente ciò che serve. Ma non sempre, e la sua dominanza lascia poco spazio allo sviluppo, al finanziamento e all’insegnamento di altri modi di comprendere.

Fritjof Capra osservava, decenni fa, che il paradigma meccanicistico e riduzionista della scienza classica — localizzare, classificare, trattare — stava lasciando spazio, in molti campi, a una comprensione sistemica dei processi viventi come dinamici, interconnessi e sempre in movimento (Capra, 1982). Questo cambiamento è arrivato lentamente nella salute mentale. Ciò che segue è un tentativo di portarcelo — non per sostituire ciò che abbiamo, ma per affiancarlo e offrire qualcosa che esso non può offrire da solo.

 

Cosa ci dice davvero la spirale

La spirale non è solo una metafora. È una struttura che appare nel mondo naturale con una frequenza che sembra quasi intenzionale. Si avvolge nelle camere di una conchiglia e si dispiega nella fronda di una felce. Si estende nelle braccia delle galassie e si stringe nell’occhio di un uragano. Il DNA — la molecola al cuore della vita — è strutturato come una spirale. La natura ritorna a questa forma ancora e ancora perché è una delle più funzionali: permette a un organismo di continuare a crescere ai margini mantenendo intatta la propria forma essenziale.

Più recentemente, anche le neuroscienze hanno trovato la spirale nei nostri mondi interiori. Ricerche dell’Università di Sydney hanno mostrato che il cervello produce onde elettriche a forma di spirale — schemi rotanti che sembrano avere un ruolo nella comunicazione tra regioni cerebrali, nei ritmi del sonno e nel modo in cui elaboriamo emozioni ed esperienza (Xu et al., 2023). La spirale, dunque, non è solo una descrizione poetica del movimento della vita emotiva. Potrebbe essere qualcosa di più letterale.

Immagina una pallina legata a un filo, che gira nell’aria sopra la tua testa. Se acceleri la rotazione, la pallina sale, vibra a una frequenza più alta. Se rallenti, scende, la frequenza diminuisce, il movimento diventa più pesante e lento. È sempre in movimento. La direzione

può cambiare. Ma non cambia da sola — cambia quando cambiano le forze che agiscono sul sistema. L’inerzia è reale. Va compresa e accompagnata, non ignorata.

Credo che questa sia una descrizione più accurata della vita emotiva rispetto a gran parte di ciò che compare nei manuali clinici. Non passiamo semplicemente da “bene” a “male”. Ci muoviamo — attraverso stati realmente diversi tra loro, ciascuno con la propria frequenza, il proprio modo di percepire il mondo, il proprio senso di ciò che è possibile e ciò che non lo è. Chiunque abbia vissuto un attacco di panico e poi la stanchezza piatta che talvolta segue lo riconoscerà immediatamente. Non sono solo umori diversi. Sono velocità diverse dell’intero sé — corpo, sistema nervoso, mente e percezione insieme.

Non siamo rotti. Siamo persone in movimento. E il movimento — a differenza del malfunzionamento — può essere compreso, anticipato e delicatamente reindirizzato

 

La Casa Interiore

E se costruissimo una mappa del mondo interiore usando la spirale come principio organizzativo? Non una mappa diagnostica che classifica le persone, ma una mappa di navigazione — qualcosa che chiunque possa imparare a leggere, che appartenga a chiunque viva una vita emotiva, cioè a tutti.

Questa è l’affermazione essenziale de La Casa Interiore: il territorio che descrive è universale. Ogni essere umano che si è mai ritrovato sveglio alle tre del mattino con la mente in corsa, o troppo pesante per alzarsi dal letto, o a scattare contro qualcuno che ama prima ancora di capire perché — ognuno di noi vive già in questa casa. La tua Casa Interiore e la mia sono la stessa: cinque piani, collegati da una scala a chiocciola

 

Il Piano Terra

Il Piano Terra merita particolare attenzione, perché è spesso frainteso. Non è uno stato di calma perfetta. Non è felicità, né assenza di dolore, né la performance dell’equanimità. Al Piano Terra puoi sentirti arrabbiato, triste, spaventato o profondamente preoccupato. Qui è presente l’intera gamma delle emozioni umane. Ciò che cambia è ciò che puoi fare con quei sentimenti. Emozione e pensiero possono coesistere su questo piano. Puoi provare qualcosa intensamente e allo stesso tempo contenerlo — mantenere la capacità di pensare con chiarezza, considerare gli altri, chiederti quale risposta serva davvero alla situazione invece di limitarti ad alleviare la pressione interna. Questo è il piano del proposito — dove agiamo in base a ciò che valorizziamo, non solo alla spinta del momento.

Un’altra cosa appartiene esclusivamente al Piano Terra, ed è importante dirlo chiaramente: gratitudine e compassione sono autenticamente disponibili solo qui. Ai piani superiori, dove si gira vorticosamente tra ansia e sopraffazione, non c’è spazio reale per loro — la frequenza è troppo alta, il focus troppo stretto. Ai piani inferiori, nel ritiro o nella chiusura difensiva della Cantina, non possono mettere radici. Emergono naturalmente al Piano Terra, e solo lì. Non è una prescrizione morale. È una descrizione di ciò che questi piani rendono possibile.

 

Il Piano Superiore

Il Piano Superiore è dove il momentum emotivo inizia a portarci più in alto. La mente accelera nel pensare troppo, preoccuparsi troppo, stressarsi troppo. Cominciamo a prevedere catastrofi senza dati — costruendo immagini vivide e dettagliate del peggior esito possibile e trattandole come fatti sul futuro invece che come paure. Molte persone trascorrono lunghi periodi su questo piano, così abituate al suo particolare ronzio da non percepirlo più come uno stato elevato. Sembra semplicemente ciò che una persona responsabile dovrebbe provare.

La Soffitta

La Soffitta è ancora più in alto — più veloce, più vibrante. La Window of Tolerance di Daniel Siegel (1999) chiama questa zona iperarousal, e la descrizione è accurata: è il piano dell’esplosione e della sopraffazione, dove il corpo scavalca completamente la mente. Eruptiamo, o ci congeliamo. Qui vive il panico. La Soffitta ha una sua logica evolutiva — in caso di pericolo reale, ci serve magnificamente. La difficoltà nasce quando ci arriviamo in risposta a un’interazione quotidiana o a un punto di stress ordinario.

 

Il Seminterrato

Il Seminterrato è il primo piano sottoterra, e ha una qualità completamente diversa. Dove la Soffitta è frenetica, il Seminterrato è lento e pesante — la frequenza è scesa, e con essa il senso di possibilità. Qui funziona la terza zona di Siegel — ipoarousal. È il piano della voce interiore che si rivolta contro sé stessa: povero me, niente funziona mai, che senso ha provare? Il mondo è visto attraverso la lente della mancanza. Gli altri sembrano avere ciò che io sento di non avere. Non è debolezza né fallimento. È uno stato mentale con una sua gravità, che tira il pensiero in una direzione particolare, e merita di essere incontrato con curiosità, non giudizio.

 

La Cantina

La Cantina è il piano più profondo, e amplia il modello di Siegel in un territorio che il suo schema a tre zone non raggiunge pienamente. Non è principalmente un luogo di tristezza. È un ritiro in un mondo difeso e auto-contenuto in cui contano solo i propri desideri immediati — il principio organizzativo è, essenzialmente: se voglio farlo, lo farò, indipendentemente dal fatto che danneggi me o gli altri. Le dipendenze vivono su questo piano. Così come i giochi emotivi — manipolazione, deviazione, performance di impotenza o invulnerabilità — che tengono il contatto autentico con gli altri a distanza. La Cantina non è un giudizio morale. È una posizione sulla mappa. E la cosa più importante che una mappa può dirti su qualsiasi posizione è che non è permanente.

Chiedi a chiunque — un insegnante, un artigiano, un nonno, un adolescente, uno psichiatra — e riconoscerà ogni piano dalla propria vita. Differiamo nei piani che frequentiamo di più e in quanto ci restiamo. Ma siamo stati su tutti. La casa non è un’invenzione clinica. È una descrizione dell’esperienza umana condivisa, qui resa esplicita.

 

Da Dove Vengono Queste Idee

Voglio dire qualcosa sulle radici intellettuali di questo modello, perché sono più diverse di quanto un articolo clinico tipico riconoscerebbe — e credo che questa diversità sia parte di ciò che il modello vuole comunicare.

La spirale come principio organizzativo attinge, come detto, sia alle scienze naturali sia alle neuroscienze recenti. Ma attinge anche a tradizioni di pensiero che si occupano

della fisica della vita interiore da molto più tempo dell’esistenza della psicologia clinica occidentale.

 

Buddhismo

La psicologia buddhista descrive la mente in termini di stati che sorgono e passano — non condizioni fisse ma movimenti dinamici, ciascuno con il proprio carattere, ciascuno inclinato verso il successivo. L’insegnamento non è “che cosa ha causato questo stato?” ma “qual è la natura di questo stato, e cosa tende a generare?”. L’enfasi è sempre sul riconoscimento del momento presente, non sull’escavazione storica. I cinque piani della Casa Interiore sono riconoscibili in questa luce come una mappa di stati che sorgono e passano, ciascuno con la propria frequenza, il proprio tipo di sofferenza e la propria visione del mondo. La voce di confronto e mancanza del Seminterrato è, in termini buddhisti, una forma riconoscibile di dukkha — la sofferenza che nasce dal desiderare ciò che non abbiamo. La capacità del Piano Terra di contenere l’emozione senza esserne travolti è vicina a ciò che la pratica buddhista chiama equanimità — non assenza di sentimento, ma capacità di sentire senza essere consumati.

 

Tradizione Vedica

Le tradizioni vediche descrivono da millenni l’esperienza in termini di prana — energia vitale che si muove nel corpo con frequenze e densità diverse — e di stati di coscienza corrispondenti a diversi livelli vibrazionali. Il concetto vedantico di gunas — le tre qualità di tamas (pesantezza, inerzia), rajas (attività, agitazione) e sattva (chiarezza, equilibrio) — si sovrappone in modo sorprendente ai piani della Casa Interiore. Il Seminterrato e la Cantina portano la qualità di tamas. Il Piano Superiore e la Soffitta portano la qualità di rajas. Il Piano Terra — dove emozione e pensiero coesistono, dove agiamo da ciò che valorizziamo — porta la qualità di sattva. Non sono modelli identici. Ma la risonanza suggerisce che ciò che la Casa Interiore tenta di descrivere non è un’invenzione nuova. È una ri-descrizione, in linguaggio contemporaneo, di qualcosa che gli esseri umani osservano nelle loro vite interiori da molto tempo.

 

Taoismo

Il taoismo offre un terzo filo, forse il più pratico. La comprensione taoista di wu wei — spesso tradotto come non-azione, ma meglio inteso come agire in accordo con la natura delle cose invece che contro di essa — è esattamente la logica terapeutica del lavoro con la spirale. Non puoi semplicemente sovrascrivere il momentum. Non puoi costringerti a scendere dalla Soffitta più di quanto tu possa fermare una trottola afferrandola. Puoi però comprendere la natura del movimento, lavorare con le forze in gioco e permettere che la direzione cambi attraverso la comprensione, non attraverso la forza. Il praticante taoista non combatte il fiume. Legge la corrente.

Queste tradizioni non sono citate come autorità scientifiche. Sono offerte come prova di convergenza indipendente — culture diverse, secoli diversi, lingue diverse, che arrivano a intuizioni correlate sulla fisica della vita interiore.

Fritjof Capra ha dedicato gran parte della sua carriera a esplorare proprio questa convergenza, sostenendo in The Tao of Physics (1975) che la fisica moderna e il misticismo orientale descrivono, ai loro livelli più profondi, la stessa realtà — dinamica, interconnessa, basata sui processi, mai statica. Il suo lavoro successivo (The Turning Point, 1982) applica questa intuizione alla medicina e alle strutture sociali, sostenendo che il modello meccanicistico della salute è stato necessariamente sostituito da qualcosa di più sensibile alla natura sistemica dell’esperienza umana.

La Casa Interiore si colloca a questa intersezione. Non è anti-scienza. Non è anti-medicina. È un tentativo di portare le intuizioni del pensiero sistemico, la fisica della spirale e la saggezza antica delle tradizioni orientali in un linguaggio semplice che un clinico e un paziente possano condividere — che un insegnante possa introdurre in classe, che un genitore possa usare per comprendere un figlio, che chiunque possa usare per comprendere sé stesso.

 

Perché lo Spiraleggiare È Piacevole — e Cosa Offrire al Suo Posto

C’è qualcosa nello spiraleggiare che raramente viene detto nei contesti clinici, forse perché sembra complicare il lavoro. Spiraleggiare, in entrambe le direzioni, fa stare bene. La parola che più si avvicina è delizioso.

C’è un piacere particolare nel lasciarsi catturare dal pensare troppo e dallo stressarsi troppo — una sorta di intensità elettrica, la sensazione di essere pienamente vivi rispetto alla posta in gioco. C’è un piacere altrettanto particolare nello sprofondare nel Seminterrato — nel morbido, familiare conforto del “non funziona mai niente per me” — un piacere malinconico ma reale, come una canzone triste a cui continui a tornare quando potresti facilmente scegliere qualcos’altro. O il quieto conforto di un drink, o il richiamo anestetizzante di uno schermo.

Questo conta enormemente nella pratica. Dire alle persone di smettere semplicemente di spiraleggiare significa chiedere loro di rinunciare a qualcosa da cui stanno davvero ricavando qualcosa — senza offrire nulla in cambio. La spirale, in entrambe le direzioni, offre emozioni a volume massimo. È seducente proprio perché è vivida.

Il Piano Terra offre qualcosa di diverso — più quieto, meno immediato, ma credo più significativo. La sensazione di aver scelto bene sotto pressione. Il lento accumularsi del progresso reale verso qualcosa che conta davvero. La qualità particolare dell’essere autori delle proprie azioni invece che semplici passeggeri. È meno rumoroso della spirale. Ma una volta che una persona ha davvero sperimentato ciò che il Piano Terra offre — non come idea, ma come realtà sentita — il richiamo della spirale comincia, gradualmente, a perdere parte della sua autorità.

Abbiamo una scelta. Non perché scegliere sia semplice, o perché la forza di volontà sia sufficiente, o perché la spirale non tiri con forza. Ma perché comprendere dove siamo è l’inizio della capacità di gestire le nostre emozioni. E questa comprensione, ho scoperto, risuona come vera. Ci sentiamo meglio con noi stessi quando rifiutiamo la deliziosità che la spirale offre e scegliamo di seguire il percorso orizzontale verso il compimento del nostro potenziale umano, al Piano Terra.

 

Lo Spazio tra le Persone — e Ciò che Nessuna Diagnosi Può Raggiungere

C’è qualcosa che questo modello riesce a fare e che non ho trovato in nessun altro strumento clinico: può aiutarci a comprendere lo spazio tra le persone, non solo l’interno di una persona considerata isolatamente.

Una diagnosi riguarda una persona e il suo malessere. Non dice nulla su ciò che accade tra due persone — perché una conversazione è andata storta, perché la sofferenza di un cliente trascina il clinico nella propria, perché certe relazioni sembrano intrappolare entrambi nello stesso ciclo improduttivo. Non ha un linguaggio per descrivere il modo in cui il piano emotivo di una persona chiama i piani di chi le sta intorno.

La Casa Interiore sì. Perché ogni persona in una relazione — un bambino, un genitore, un partner, un collega, un cliente — ha la propria Casa Interiore con gli stessi cinque piani. Una volta compresa la mappa, possiamo iniziare a vedere non solo dove siamo noi, ma anche su quale piano si trovano le persone intorno a noi. E questo può cambiare il modo in cui rispondiamo.

Ciò che spesso accade nelle relazioni strette — e anche in quelle cliniche — è che fondiamo le nostre case. Due case diventano una. Quando una persona gravita verso i piani inferiori, l’altra tende verso quelli superiori, e nessuno dei due rimane al Piano Terra. Reagiamo l’uno all’altro invece di relazionarci l’uno con l’altro. Relazionarsi richiede di contenere la propria emozione mentre si pensa davvero a come rispondere al meglio — per il nostro benessere e per quello dell’altro. Reagire significa che sono i piani a guidare la scena.

I piani sono contagiosi in modi che raramente riconosciamo. Quando un cliente parla dal Seminterrato — perso nella quieta convinzione che nulla funzioni, che tutti gli altri abbiano ciò che a lui manca — sta estendendo un invito, spesso inconsapevole, a raggiungerlo lì. È facile ritrovarsi a rispondere dal nostro Piano Superiore — ansiosi, difensivi, iper-spieganti, giudicanti, rimproveranti — oppure scivolare nel nostro Seminterrato, rispecchiando la sua disperazione con la nostra. Nessuno dei due aiuta. Entrambi sono comprensibili.

Non possiamo spostare qualcun altro lungo la sua scala a chiocciola. Ciò che possiamo controllare — e solo noi — è il piano su cui ci troviamo nella nostra casa. E questo, si scopre, conta più di quasi tutto il resto. Se un cliente è in Soffitta — sopraffatto, in panico, incapace di pensare — e noi lo incontriamo dalla nostra Soffitta, la frequenza nella stanza raddoppia. Se riusciamo a rimanere al nostro Piano Terra, offriamo qualcosa che in quel momento non può darsi da solo: la presenza stabilizzante di qualcuno che non sta girando. Che non sta spiraleggiando.

Questo ha implicazioni dirette per come pensiamo al ruolo del clinico, e alla supervisione, alla cura di sé, alla pratica riflessiva. Non sono obblighi professionali da spuntare. Sono le condizioni che rendono possibile rimanere al Piano Terra quando le persone con cui lavoriamo non sono al loro.

 

Un Modello per Tutti

La Casa Interiore è progettata per insegnare, non per diagnosticare. La parola dottore deriva dal latino docere — insegnare. È una delle più antiche auto descrizioni della medicina, e una che è stata in gran parte accantonata.

Insegniamo alle persone a guidare e a nuotare. Diffondiamo conoscenze sulla sicurezza antincendio, stradale, solare — comprendendo che la conoscenza pratica distribuita ampiamente crea popolazioni capaci di riconoscere il rischio, rispondere con competenza e ridurre la domanda di interventi di crisi. Non facciamo questo per la vita emotiva. La medicalizzazione dell’esperienza interiore lo ha reso strutturalmente difficile — diagnosi e trattamento sono atti individuali, privati, che non possono essere scalati alle comunità o portati nelle classi.

La Casa Interiore può essere insegnata. Può essere introdotta ai bambini che imparano le emozioni a scuola, ai genitori che cercano di comprendere la propria reattività, agli insegnanti che gestiscono una classe in difficoltà, agli operatori dell’assistenza agli anziani, dei servizi

per la disabilità, dei programmi per rifugiati, e nei club sportivi. Poiché non richiede alcuna soglia diagnostica per essere utile, appartiene a chiunque sia disposto a prestare attenzione al movimento della propria vita interiore — cioè appartiene a tutti.

L’obiettivo verso cui vale la pena lavorare è qualcosa come una alfabetizzazione emotiva diffusa — una comunità di persone che comprendono la struttura di base del proprio mondo interiore, sanno collocarsi al suo interno e condividono un linguaggio per aiutarsi reciprocamente a ritrovare la strada verso il Piano Terra quando la spirale li ha portati altrove. Non una popolazione stabilizzata tramite farmaci, ma una popolazione con strumenti di navigazione e una mappa che sente davvero propria.

 

Per Concludere

L’anno scorso una cliente poco più che cinquantenne — una dirigente, capace ed esperta, abituata a orientarsi in situazioni difficili — si è seduta davanti a me e ha detto: “So che qualcosa sta succedendo dentro di me, ma non ho le parole per dirlo. So solo che non mi sento me stessa da molto tempo.” Non era malata. Era persa. E ciò di cui aveva bisogno non era una diagnosi. Era una mappa.

Questo è ciò che sento ancora e ancora, da persone molto diverse in circostanze molto diverse. Non confusione sui sintomi. Confusione sulla posizione. Le persone sanno che qualcosa sta accadendo. Non sanno dove sono, né come ci sono arrivate, né quale direzione riporti verso la persona che riconoscono come sé stessa, o avanti verso la persona che desiderano diventare.

La Casa Interiore offre quella impalcatura. E poiché è costruita attorno alla parola che già usavano — poiché nomina qualcosa che già sapevano — non appare come qualcosa imposto dall’esterno. Somiglia a un riconoscimento.

Questo, credo, è ciò che fa il miglior vocabolario. Non cambia l’esperienza. La rende comprensibile. E ciò che possiamo comprendere, possiamo iniziare a elaborare e gestire.

La casa è sempre stata lì — in ogni persona che è spiraleggiata verso l’alto nel panico, in ogni persona che si è ritrovata in Cantina, in ogni persona che ha sostato al Piano Terra e ha sentito il senso di compimento personale di riuscire a pensare con chiarezza e scegliere bene, contro il richiamo della spirale verso l’alto o verso il basso.

Abbiamo tutti una Casa Interiore. Lo abbiamo sempre saputo.

Abbiamo bisogno di una mappa esterna che si allinei con ciò che comprendiamo dentro di noi.

 

References

Brackett, M. A., Rivers, S. E., & Salovey, P. (2011). Emotional intelligence: Implications for personal, social, academic, and workplace success. Social and Personality Psychology Compass, 5(1), 88–103.

Capra, F. (1975). The Tao of physics: An exploration of the parallels between modern physics and eastern mysticism. Shambhala Publications.

Capra, F. (1982). The turning point: Science, society, and the rising culture. Simon & Schuster.

Deegan, P. E. (1996). Recovery as a journey of the heart. Psychiatric Rehabilitation Journal, 19(3), 91–97.

Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. W. W. Norton & Company.

Siegel, D. J. (1999). The developing mind: How relationships and the brain interact to shape who we are. Guilford Press.

Snyder, C. R. (2002). Hope theory: Rainbows in the mind. Psychological Inquiry, 13(4), 249–275.

Xu, Y., Long, X., Feng, J., & Gong, P. (2023). Interacting spiral wave patterns underlie complex brain dynamics and are related to cognitive processing. Nature Human Behaviour, 7, 1196–1215. https://doi.org/10.1038/s41562-023-01626-5