EPIGENESI: Il potere di scegliere – anche quando la valanga è già partita

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Susanna Brunelli

EPIGENESI: Il potere di scegliere – anche quando la valanga è già partita

Anche quando la valanga è già partita, esiste ancora uno spazio in cui scegliere.
In psichiatria, questo fragile margine — spesso ignorato o sottovalutato — è il punto in cui
cura, responsabilità e libertà di scelta del diretto interessato si incontrano.
È il punto in cui
etica, clinica, filosofia e diritto smettono di essere ambiti separati e iniziano a toccarsi davvero.

L’idea di questo articolo è nata quasi per caso, durante un intervento di Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello Sviluppo all’Università di Padova.
Parlava di epigenesi come del momento in cui l’“onda cosciente” collassa in una scelta. Mentre l’ascoltavo, ho avuto la sensazione che stesse dando parole a qualcosa che tutti viviamo, spesso senza accorgercene.

Non come metafora elegante, ma come descrizione concreta di ciò che accade quando l’io, nell’unità corpo–mente, nel presente, sulla base del proprio passato, apre una direzione verso il futuro.
Un istante minuscolo, quasi invisibile, in cui non siamo più solo ciò che ci è accaduto, ma iniziamo a diventare anche ciò che scegliamo di farne.

È questo che mi ha colpita: un potere silenzioso, non rumoroso, non spettacolare, che appartiene alla persona anche quando tutto sembra crollare.
E mi ha fatto pensare a quanto spesso, proprio nei contesti di cura, questo potere venga sospeso, delegato, talvolta ignorato, come se la crisi cancellasse la possibilità di scegliere.
In realtà è proprio lì, quando la valanga è già partita, che quel margine diventa più fragile, ma anche più prezioso.

Ogni istante contiene possibilità.
La Lucangeli parla di “collasso dell’onda cosciente” per indicare il momento in cui ci rendiamo conto che non siamo soltanto il risultato di ciò che ci è accaduto, ma anche di ciò che scegliamo di fare di ciò che ci è successo.
Ogni relazione può ferire o guarire.
Ogni incontro può aprire o chiudere possibilità.
Essere consapevoli significa riconoscere che siamo nel flusso della vita, non ai margini.

In psichiatria, si arriva spesso quando la valanga è già in movimento.
Il dolore è reale.
L’urgenza è reale.
La perdita di orientamento è reale.
Ma questo non significa che la persona sia priva di possibilità.

Anche dentro la valanga esiste un margine di epigenesi, un punto in cui è ancora possibile scegliere come trasformare ciò che è accaduto.
Non sto negando la necessità dell’intervento psicologico e psichiatrico, e talvolta anche farmacologico.
Ma se non si riconosce chi riceve la cura come fulcro della propria scelta, l’intervento fallisce sul piano umano, anche quando funziona su quello tecnico.
La cura che non restituisce potere decisionale cristallizza il processo di trasformazione; la cura che riconosce la scelta trasforma.

Questo per me è diventato chiarissimo:
quando l’annullamento diventa collaborazione, la rinuncia alla propria posizione di potere diventa vero ascolto.

Nel mio lavoro e nella mia esperienza ho imparato che le convinzioni non sono solo idee.
Sono filtri attraverso cui leggiamo il mondo, ciò che riteniamo possibile, ciò che pensiamo di meritare.
Possono essere potenzianti o depotenzianti.
Quando nascono dalla paura o dal trauma, diventano gabbie invisibili: schemi che ci fanno reagire invece di scegliere, ripetere invece di trasformare.

Il passaggio decisivo avviene quando iniziamo a riconoscere che queste convinzioni possono essere modificate.
È lì che la persona smette di essere definita solo dalla ferita e diventa soggetto della propria storia.
È lì che l’epigenesi smette di essere un concetto astratto e diventa un atto concreto:
scegliere di non essere obbligati a ripetere ciò che ci ha ferito.

La valanga non scompare, ma può cambiare direzione.
Smettiamo di esserne travolti e iniziamo, poco alla volta, a orientarla.
Quel punto, per quanto piccolo, appartiene alla persona stessa, non alla diagnosi né a chi pensa di sapere quale sia il suo bene.
Per questo fare le cose al posto di qualcun altro funziona solo fino a un certo punto, quando la persona è adulta e consapevole del proprio futuro.
Nessun intervento può sostituirsi alla scelta del diretto interessato.

Vorrei chiudere con un episodio della mia esperienza personale, perché lì questo concetto ha preso forma nella mia vita.

Il 18 marzo 2019, data che considero la mia rinascita, mi trovavo in una sala del CSM (Centro di Salute Mentale), partecipando a un incontro con studenti universitari a cui avevo chiesto di prendere parte.
Il docente, che conoscevo bene, parlava di “mettere la persona al centro” e si interrogava se gli operatori della salute mentale — psichiatri in primis — fossero davvero disposti a scendere sul piano del paziente, rischiando di perdere autorità per restituire spazio e voce alla persona.

Quelle parole mi colpirono profondamente.
Non come concetto teorico, ma come restituzione della mia voce.
Un margine di scelta.
Il potere di decidere come proseguire.

Fu come sentire un piccolo campanellino vivace suonare dentro di me, ricordandomi che il mio futuro non era già scritto.
Da lì è iniziato un processo che oggi riconosco come un vero atto di epigenesi: la consapevolezza che, anche quando tutto sembra deciso dagli altri o dalla vita, posso scegliere io le possibilità da esplorare.

Tornata a casa, ho riacceso il mio PC, fermo da diciotto mesi.
E insieme a lui ho ricominciato a “funzionare” anch’io.

Oggi, come peer specialist, non indico direzioni né offro soluzioni o consigli.
Cerco piuttosto di accompagnare le persone a ritrovare dentro di sé il coraggio e la forza.
Perché anche quando la valanga è già partita, esiste sempre un punto da cui si può ripartire.
E quel punto è personale.
Unico.
Possibile.

Quel piccolo campanellino vivace è diventato oggi un megafono da attivista, pur restando una persona semplice, sempre pronta a imparare, crescere ed evolvere.

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Il mio nome è SUSANNA, dal 1963, ma sono rinata il 18 marzo 2019. La mia vita è ricca di episodi e di esperienze gioiose, ma anche molto tristi e drammatiche. Non c'è bene o male, giusto o sbagliato, ma solo ciò che evidentemente serviva per portarmi dove sono ora. Da molti anni conosco l’ambiente psichiatrico, prima come familiare, poi, per un periodo relativamente breve ma intenso come l’inferno, ho vissuto un'esperienza come diretta interessata. Tutto il resto lo racconto a chi mi vuole leggere o ascoltare oppure conoscere personalmente. Il mio motto è: TUTTO E’ POSSIBILE !