Oltre la psichiatria e l’antipsichiatria – Storia di G

0
484
Laura Guerra

La storia che segue non è un curriculum né un’autobiografia nel senso tradizionale. È il tentativo di dare forma a un percorso di vita segnato da diagnosi, etichette, trattamenti, incomprensioni e tentativi di sopravvivenza, ma anche da intuizioni, incontri trasformativi e una ricerca ostinata di senso. È il racconto di come un’esistenza possa essere continuamente ridefinita da forze esterne — familiari, culturali, istituzionali — e allo stesso tempo attraversata da una voce interna che, pur soffocata, continua a cercare spazio.
In queste pagine non si parla solo di sofferenza psichica, ma di ciò che accade quando le cure arrivano fuori tempo, quando i contesti non sanno accogliere, quando la chimica diventa una stampella e talvolta una gabbia, quando la solitudine si intreccia con la lucidità e la disperazione con il desiderio di rinascere. È anche la testimonianza di come il riconoscersi in altre persone, l’incontro con pensieri nuovi e la possibilità di essere ascoltati senza pregiudizi possano aprire spiragli inattesi.
Questa è la storia di un percorso ancora in divenire, che non pretende di offrire modelli né soluzioni, ma che invita a guardare oltre le categorie rigide e a restituire complessità alle esperienze umane. Un invito a considerare che, a volte, la guarigione non coincide con l’aderenza a un protocollo, ma con la possibilità di ritrovare la propria voce.

Oltre la psichiatria e l’antipsichiatria – Storia di G

Mi chiamo G, sono disoccupata, non ho particolari titoli di studio da scrivere sul CV, ma ho conseguito: anoressia a 9 anni, 7 tentativi di suicidio a 16 anni, psicosi depressiva a 21 anni, psicosi dovuta a una relazione per me sbagliata a 24 anni, psicosi in seguito all’uso di canne a 26 anni, entrambi gli episodi curati con un’amorevole contenzione meccanica, un suicidio mancato a 32 anni con conseguente ricovero.
Diagnosi: disturbo schizoaffettivo più svariati disturbi di personalità che mi hanno appioppato e smentito in base agli usi e costumi dellə terapeut3 cognitivo-comportamentale da cui sono andata.
Ma dall’interno le cose sono un po’ diverse… Quello che finora ho capito è che ho avuto segnali precoci, chiari o indiretti, in famiglia, a scuola, all’università, nelle relazioni amorose, nella pubblicità, nei libri, nei film, nella musica, nella psicoterapia, nella psichiatria, nell’antipsichiatria ecc., che per appartenere a un determinato ambiente, come rito iniziatico, dovevo sacrificare ciò che mi era più caro: la mia identità, la mia spontaneità, la mia coscienza, il mio intuito.
In sintesi posso dire che nel mio caso c’è stato un tempismo eterocronico nelle cure: per alcune esperienze estremamente dolorose avrei sentito il bisogno almeno di sonniferi, ma sono incappata in approcci antipsichiatrici (la mancanza di sonno mi ha appunto portato alla psicosi depressiva), mentre altri vissuti, bollati come delirio ma in realtà con una loro coerenza interna e metaforica, avevo la necessità di esprimerli per permettermi di buttare fuori e rielaborare traumi sottili.

Le psicoterapie fatte per 18 anni, di qualsiasi orientamento, in modo particolare cognitivo-comportamentale e psicoanalitico, e gli antipsicotici che ho assunto continuativamente per 9 anni dal 2016, per certi versi sono stati un’arma a doppio taglio: da un lato erano un piccolo cerottino su una grande falla di origini sistemiche e dall’altro hanno fatto subentrare per anni un sentimento di disperazione e irrecuperabilità. Nulla da fare: la mia vita si era arrestata, le mie esperienze e il mio “sentire” erano troppo diversi da quelli delle persone con cui mi rapportavo, e lə miə amicə nel frattempo sono cresciutə, hanno terminato gli studi, hanno trovato lavoro, si sono trasferitə o hanno messo su famiglia, quindi i ritmi di frequentazione sono cambiati per forza di cose.Ho tentato di riprendere gli studi, ma con la clozapina per me era difficile anche solo alzarmi dal letto: la mia mente, il mio corpo improvvisamente con 30 kg in più, la mia fantasia, la mia capacità di provare entusiasmo e piacere in ogni sua forma erano stati sfigurati dalle “cure”.

Nel frattempo, sotto l’ala del CSM, ho fatto per 4 anni un tirocinio come utente psichiatrica.

Quello che penso è che nella mia vita mi sono sempre sentita scissa tra due poli opposti: famiglia di mamma vs famiglia di babbo, antipsichiatria vs psichiatria, frequentare ambienti competitivi vs ambienti infantilizzanti (tipici dei percorsi nella salute mentale), essere vs non essere. Non sentivo alcun senso di utilità o scopo sia per fattori puramente chimici (col senno di poi concordo con lo psichiatra Peter Breggin riguardo al fatto che “chi assume antipsicotici vive una vita di quieta disperazione” e non si rende conto di quanto la sua vita venga gradualmente compromessa sul piano umorale, emotivo, cognitivo e fisico a causa dell’anosognosia) sia per fattori ambientali e di storia personale.

Dopo 5 anni di semi-isolamento in cui mi sentivo profondamente stupida, non vedevo più alcuna redenzione e avevo deciso di farla finita. Fortuitamente mia madre ha avuto un presentimento e mi ha salvata chiamando i soccorsi.

Per 9 mesi sono stata in una depressione tremenda, mi hanno cambiato, aggiunto e alzato gli antipsicotici (uno in teoria doveva servire anche per i cosiddetti “sintomi negativi”), ma non uscivo da quello stato. Sono andata anche da uno psichiatra privato a Milano che non ha risolto nulla.

Nulla è cambiato finché non ho trovato un ambiente di miə coetaneə con esperienze di vita simili alla mia. Lì mi sono accorta di tante cose: psicoterapie e percorsi riabilitativi fallimentari, incomprensioni in famiglia, farmaci che funzionano così così, depressioni cicliche, burocrazia sanitaria escludente sono molto frequenti. Mi sono sentita capita e accolta. Ho trovato persone molto sensibili, lucide, talentuose ma decisamente insicure e alcune piene di sensi di colpa per motivi (apparentemente) misteriosi.

Nel frattempo un’ESP, una mia cara amica, mi ha parlato di uno psichiatra molto bravo. Siccome di lei mi sono sempre fidata molto, sono andata a leggere i libri di questo medico, ho approfondito le sue idee e mi si è aperto un mondo: di alcune cose ho trovato conferma, ma in quanto “paziente” non ero stata tanto presa in considerazione; altre hanno allargato la mia visione. Da lì mi sono appassionata e ho conosciuto tutta una parte di pensiero scientifico e/o umanistico che di solito nei percorsi di cura standard non viene insegnata alla classe medica o psicoterapeutica.

Ho contattato questo psichiatra che mi ha seguita nella deprescrizione e sono stata supportata da amicə, genitorə e da una brava psicoterapeuta in questo percorso. Ho avuto fortuna: i miei sono benestanti, il mio malessere ha raggiunto vette tali da costringermi a cercare altre strade e l’ambiente intorno è stato comprensivo.

Per chi comunque fosse interessatə a intraprendere un percorso di deprescrizione ma non può affrontarlo privatamente, segnalo un sito fatto molto bene: Inner Compass Initiative. È una guida di accompagnamento in questo processo. Per correttezza specifico che non sempre è possibile intraprendere questo cammino, a volte molto faticoso, e che se fatto frettolosamente può portare a serie complicazioni: requisiti fondamentali sono uno scalaggio estremamente graduale con la cosiddetta “formula iperbolica” (NON bisogna seguire le indicazioni troppo precipitose sui foglietti illustrativi dei farmaci e purtroppo moltə psichiatriə e in generale figure professionali della salute mentale, nel pubblico come nel privato, non sanno gestire la situazione, scambiando sintomi di astinenza per la riemersione del disturbo di fondo o di altre cose) e l’ambiente che hai intorno. Alcune persone possono avere bisogno anche di assistenza h24.

Io ho sperimentato: rabbia, impulsività, insonnia, ansia. All’occorrenza ho usato dei sonniferi. Credo sia utile sapere a cosa si va incontro ed essere preparatə. Trovare persone che hanno saputo darmi una mano per me è stato fondamentale ma ha richiesto prima una fase per sensibilizzarle e ‘istruirle’ su tutto quello che avrei attraversato e che cosa comportava. Purtroppo sulla deprescrizione (come sui possibili effetti collaterali meno evidenti degli psicofarmaci quali depressione iatrogena, appiattimento emotivo, stanchezza cronica, mancanza di motivazione ed empatia, problemi cognitivi, tra cui il più frequente è la perdita di memoria a breve termine, solo per citarne alcuni) c’è proprio un buco formativo. Adesso sto cominciando piano piano a sentirmi meglio.

Sono senza psicofarmaci da 6 mesi. Per me questo è un traguardo esistenziale enorme. Vediamo come andrà. Qualora dovessi stare male, voglio sentirmi libera di prendere farmaci per un periodo per poi eventualmente risospenderli. Cerco di affrontare la cosa senza ideologie. Personalmente credo che se vivessimo in un contesto socioculturale diverso, di molti psicofarmaci non avremmo bisogno, ma bisogna fare i conti anche con la realtà in cui siamo, le esperienze e le scelte personali. Alle volte la chimica è una stampella utile, altre volte no.

Bibliografia

L. Guerra. Effetto incantesimo del farmaco (anosognosia da intossicazione). Mad in Italy, 19 Luglio 2019

Effetto incantesimo del farmaco (anosognosia da intossicazione) – Mad in Italy

 L. Guerra. Sospendere gli psicofarmaci: come e perché – Costruire un percorso personalizzato ed efficace. Mad in Italy,

Sospendere gli psicofarmaci: come e perché – Costruire un percorso personalizzato ed efficace – Mad in Italy

SHARE
Previous articleTestimonianza di una persona che soffre una condizione indotta da psicofarmaci riconosciuta come irreversibile
Next articleMorire in chiesa, ammanettata e contenuta
Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Ha inoltre tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici". Recentemente, insieme a Marcello Maviglia e Miriam Gandolfi, ha pubblicato il libro "Sospendere gli psicofarmaci: Come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace.