Da Basaglia ai giorni nostri – Riflessioni di una “familiare cronica” ed ex utente dei servizi psichiatrici

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Susanna Brunelli

Da Basaglia ai giorni nostri – Riflessioni di una “familiare cronica” ed ex utente dei servizi psichiatrici

Di Susanna Brunelli

Io, la “diretta interessata” Susanna, voglio esprimere il mio punto di vista come utente, ex utente e “ascoltatrice di storie” dopo un lungo periodo di Recovery, facendo un’analisi della situazione attuale della salute mentale in Italia, da Basaglia ai nostri giorni, maturata attraverso lunghe riflessioni.

Basaglia indicò alcuni passaggi necessari per la realizzazione delle sue idee, che comprendevano “in primis” forti pressioni sulla “istituzione psichiatrica” perché modificasse il suo modo di operare: desiderava far riflettere gli operatori sanitari sulla necessità di cambiamento, sulla possibilità di mantenere o riallacciare i rapporti tra pazienti e il mondo esterno, sull’apertura fisica e simbolica delle porte dei manicomi.

Pensiero

«Noi, i campioni della grande civiltà occidentale che rivendica i valori dell’individuo, dello spirito e della ragione, ci troviamo indeboliti e distrutti da un sistema la cui logica sopravvive alla nostra debolezza, alla nostra acquiescenza e alla manipolazione di questa debolezza».

Io credo che nonostante l’impronta basagliana, di cui molti eruditi psichiatri si bagnano la bocca, stiamo vivendo fenomeni di indebolimento causati da un sistema la cui logica sopravvive nella fiacchezza generale di una popolazione che è impregnata di paura e preoccupazione, una sorta di “contagio psicologico”.

In particolare, i soggetti influenzati, influenzabili o emotivamente fragili subiscono l’ infiltrazione di una nuova cultura basata sulla “falsa protezione” dell’altro, che ha creato divisione e distruzione. Si potrebbe affermare che gran parte di questo fenomeno è dovuto alla pandemia da Covid, come ufficialmente denominata. E soltanto chi sa difendere la propria autodeterminazione e autonomia può evitare un subbuglio emotivo, pur tuttavia rischiando di essere emarginato ed etichettato come persona che si oppone al bene della comunità.

In questo quadro, il parallelismo Covid – Psichiatria mi sorge spontaneo, in quanto le dinamiche sanitarie del Covid rispecchiano molto fedelmente quelle della psichiatria che, nel nome del benessere dell’individuo, spesso tende a lederne i suoi diritti più fondamentali, incluso quello della libertà di scelta terapeutica.

In questa situazione anomala, la narrazione del disagio emotivo individuale ne risulta slegata e caotica. Si sente parlare di:

– veri e propri TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori) mascherati da TSV (Trattamenti Sanitari Volontari) (TSV)

– di coercizioni fisiche e psicologiche e di costrizioni ai trattamenti farmacologici

– di soggetti socialmente pericolosi che uccidono, ma anche di operatori della salute mentale che adottano pratiche che a volte possono essere mortali

– di terapie farmacologiche “per tutta la vita” per curare una “malattia” che, in realtà, si rileva più nello squilibrio psicosociale che nel cervello

–  di amministratori di sostegno che si sostituiscono a chi dovrebbe essere supportato e opprimono anziché andare incontro ai veri bisogni del beneficiario

– di giudici tutelari che interdicono e inabilitano

– di familiari frustrati e impotenti di fronte alle istituzioni

– di lacune o completa mancanza del consenso informato.

E chi più ne ha più ne metta…

Purtroppo, lo psichiatra che si definisce “basagliano” non si differenzia un gran che dagli altri psichiatri. Infatti, prescrive psicofarmaci come tutti e spesso non pone l’accento sul fatto che lo squilibrio chimico nella “malattia mentale” non è mai stato dimostrato. Lo psichiatra sedicente “basagliano” continua ad omologarsi ad un sistema impostato sulla cura farmacologica a lungo termine, che supera di gran lunga il concetto della riabilitazione psicosociale.

Basaglia diceva agli psichiatri:

Siete sempre e soltanto voi psichiatri i competenti, però aggiornatevi ed usate la terapia della liberazione, la liberazione dalle costrizioni, le assemblee…”

Chissà cosa direbbe Basaglia se fosse ancora in vita, forse, che “la psichiatria ha cambiato vestito ma non si è lavata e non si è cambiata le mutande”, perché c’è ancora puzza di manicomio, è cambiata la forma, ma non in modo sufficiente per dichiarare la “liberazione”…

In che cosa consiste ai giorni nostri la terapia della liberazione di cui parlava Basaglia?

È stata fraintesa o è usata per riempire bocche ma non teste e cuori?

Basta dire che si usa la terapia della liberazione per essere basagliani? Io non lo credo!

Basta guardare, ascoltare e osservare attentamente i diretti interessati, il prodotto umano che emerge dal ’78 in poi. Il manicomio dalle porte aperte si è trasformato in manicomio chiuso dentro scatole di psicofarmaci in quantità industriali. Facile così!

I “matti” possono vagare, inerti, tremolanti e rallentati, con sguardi fissi, anestetizzati, accondiscendenti e dipendenti dai CSM (Centri di Salute Mentale). Il tutto coadiuvato dalle sigarette e dal caffè per contrastare l’effetto degli psicofarmaci! Quello che conta è che ci sia un sistema che mette in accordo e tranquillizza tutti, operatori, familiari, cittadini.

Ma i diretti interessati dove vengono collocati? Dove sono? Cosa fanno? Cosa pensano?

Naturalmente è un’ampia generalizzazione ma le cattive pratiche esistono ancora ed è su questo che voglio puntare l’attenzione. Una visione troppo drastica e fastidiosa? Una visione antipsichiatria?

NO! È una visione “anti cattive pratiche in psichiatria”, vissuta in prima persona, come “familiare cronica” e da ex utente, non per sentito dire.

La rete nazionale degli utenti UIR (Utenti In Rete) di cui faccio parte, cerca di restituire dignità a pensieri e situazioni vissute. Ma spesso, purtroppo, i protagonisti sono solo “comparse” e qualcuno scompare prima del tempo, dopo anni di terapia farmacologica che diminuisce la prospettiva di vita di 15/20 anni; altri sottoposti a trattamenti coercitivi “se ne vanno” durante la “cattura”, come Andrea Soldi, caso simbolo che rappresenta tanti altri casi avvenuti in Italia.

Dove stanno il rispetto e la libertà della persona umana?

Ci sono catene con anelli ancora molto più duri da spezzare. Lo conferma il fatto che pochissimi psichiatri in Italia hanno il coraggio di esternare la verità. Questa è la situazione dal mio punto di vista, senza ghirigori. Una visione che non fa sconti, lo so. Mi assumo la responsabilità di quello che penso, riflettendo sulla moltitudine di vittime che ho conosciuto, molte delle quali non sono più tra noi. Ritengo che nessuno abbia il diritto di privarmi del mio pensiero, anche se il rischio è sempre in agguato.

Non esiste ancora la cultura del farmaco dato secondo necessità, per brevi periodi di tempo, e dei centri per la loro deprescrizione. Questa sarebbe la vera rivoluzione basata sul concetto di liberazione.

Personalmente non mi accontento di questo sistema che è in evidente crisi.

L’efficacia del modello biomedico che caratterizza il sistema corrente non è dimostrata, ma sicuramente sono visibili i suoi effetti di appiattimento dei desideri, sentimenti, emozioni e azioni. Il modello di cura utilizzato attualmente nel campo della salute mentale non tiene conto dei talenti individuali, trascura le terapie basate sulla riabilitazione delle persone in tutti i suoi aspetti, la Recovery, l’empowerment, l’advocacy, le pratiche relazionali e dialogiche, la prevenzione attraverso l’educazione emozionale che si dovrebbe applicare fin dalla tenera età.

Per concludere, credo che fermarsi al pensiero di un Basaglia così impoverito e travisato non sia per niente efficace. Le dinamiche della salute mentale sono negli anni profondamente cambiate e diventate complesse.

Non ho una risposta a tutto questo, ma sono convinta che il cambiamento debba partire dal superamento del paradigma biomedico utilizzato nei servizi di salute mentale. L’intervento di cura non deve prevedere soltanto quantità industriali di psicofarmaci a vita “come l’insulina per il diabete”, ma deve tenere conto dei bisogni emotivi e sociali delle persone. Naturalmente occorre che ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità verso la propria Recovery con coraggio e determinazione.

Susanna Brunelli

Verona

susi.brunelli@gmail.com

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Il mio nome è SUSANNA, dal 1963, ma sono rinata il 18 marzo 2019. La mia vita è ricca di episodi e di esperienze gioiose, ma anche molto tristi e drammatiche. Non c'è bene o male, giusto o sbagliato, ma solo ciò che evidentemente serviva per portarmi dove sono ora. Da molti anni conosco l’ambiente psichiatrico, prima come familiare, poi, per un periodo relativamente breve ma intenso come l’inferno, ho vissuto un'esperienza come diretta interessata. Tutto il resto lo racconto a chi mi vuole leggere o ascoltare oppure conoscere personalmente. Il mio motto è: TUTTO E’ POSSIBILE !