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Marcello Maviglia

Nell’articolo l’autore riporta e contestualizza l’uso esagerato di psicofarmaci nei CPR (Centro di permanenza per il rimpatrio), mettendo in risalto come questa pratica diffusa sia in realtà solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più ampio, caratterizzato dalla noncuranza degli aspetti psicofisici, culturali e sociali della salute degli immigranti in generale, riducendone così le capacità del loro sviluppo individuale ed inserimento sociale 

                                                        

La Salute Mentale degli Immigranti nei CPR: Riflessioni sull’inchiesta “Rinchiusi e Sedati” di Altreconomia

Introduzione

Luca Rondi e Lorenzo Figoni nella recente inchiesta di Altreconomia, dal titolo “Rinchiusi e sedati” hanno raccolto ed analizzato dei dati molto importanti sulle modalità di prescrizione degli psicofarmaci agli immigranti incarcerati all’interno dei CPR (Centro di permanenza per il rimpatrio).

L’inchiesta dimostra le dimensioni preoccupanti riguardo l’utilizzo prettamente coercitivo, e quindi non terapeutico, degli psicofarmaci nelle presone trattenute nei centri. Sembra quasi che lo scopo di questa di prescrizione sia quello di intorpidire il dolore psichico e fisico causati o aggravati dalla condizione di estrema precarietà nei centri.

Le difficoltà nella raccolta dei dati

L’inchiesta si basa sull’elaborazione di dati inediti che dimostrano chiaramente la pratica eccessiva, e pertanto ingiustificata, della prescrizione degli psicofarmaci all’interno dei CPR.

È, senza dubbio, la prova concreta di una realtà denunciata da tempo da attivisti sociali nel campo dell’immigrazione, ma volutamente ignorata dagli organi responsabili. La denuncia dell’uso inappropriato degli psicofarmaci nei centri di detenzione va avanti da decenni. Una tra le più drammatiche è costituita dalla narrazione del “Libro bianco del CPT” (i CPR allora si chiamavano CPT, centri di permanenza temporanei) di Serraino Vulpitta nel 2002.

I dati su cui si basa l’inchiesta di Altreconomia non sono stati ottenuti facilmente. Infatti, gli autori dello studio hanno cozzato contro un’ostinata e deliberata mancanza di trasparenza riguardante l’accesso ai dati che dovrebbero in realtà essere facilmente reperibili, perché riguardano tematiche di salute pubblica e quindi utilizzabili a scopo preventivo e terapeutico, per migliorare lo stato di salute psicofisica degli immigranti.

Il tutto ha reso il compito degli autori molto difficile, in quanto ha richiesto una vera e propria “valanga” di richieste alle divere prefetture e alle ASL di riferimento per ottenere accesso ai dati sulle condizioni di vita degli immigranti, a quelli che riguardano le loro condizioni di permanenza all’interno dei centri e quelli relativi al loro stato di salute.

Ma una volta completata, l’inchiesta dimostra ampiamente la tesi degli autori riguardo l’eccessivo utilizzo degli psicofarmaci in vari CPR.

Cosa dicono i dati sulla quantità e le tipologie di farmaci somministrati nei CPR

L’utilizzo eccessivo degli psicofarmaci nei CPR sotto esame è reso chiaro dal confronto dei dati ottenuti dal “Centro Salute Immigrati di Vercelli” che segue una popolazione simile per caratteristiche demografiche a quella dei CPR.

Le spese relative all’utilizzo degli psicofarmaci a Vercelli sembra attestarsi attorno a percentuali minime (circa lo 0.6 % del fatturato). Quando questo dato viene contrapposto ai CPR di Milano (64%), CPR di Roma (51%) e di Torino (44%), sorgono domande sul perché ci siano differenze così sostanziali sull’utilizzo degli psicofarmaci in gruppi con caratteristiche simili.

Tra i farmaci più prescritti si annoverano antidepressivi, antipsicotici, benzodiazepine e stabilizzanti dell’umore. In realtà, questi farmaci dovrebbero essere utilizzati solo se assolutamente necessari, dopo un’accurata valutazione dello stato psichico e fisico dell’utente, di cui non si trova alcun riscontro reale nei CPR.

Inoltre, tali problemi di disagio emotivo, ai sensi delle norme sanitarie, non dovrebbero essere trattati nei CPR, poiché in questi centri mancano il personale e le risorse appropriate per valutate e iniziare un percorso terapeutico appropriato, che in moltissimi casi non richiederebbe l’utilizzo di psicofarmaci, che spesso vengono abusati nel trattamento degli episodi di disagio emotivo in generale. Come rilevato nell’inchiesta, quello che si verifica nei CPR è l’utilizzo di psicofarmaci per scopo di contenimento in una popolazione essenzialmente traumatizzata che, invece, avrebbe bisogno di aiuto psicologico e non di massicce dosi di farmaci.

Un po’ di cronistoria

Nel corso degli anni ci sono state molte segnalazioni riguardo l’uso anomalo di psicofarmaci nei CPR.

Forse la storia di Wissem Ben Abdel Latif è una delle più emblematiche. Diagnosticato con sindrome schizoaffettiva nel CPR di Ponte Galeria e trasferito successivamente nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Camillo, verrà tenuto in stato di contenzione per diverse ore. Durante questo periodo sedato pesantemente con gli psicofarmaci, lo stato clinico degenererà fino all’arresto cardiaco e al decesso.

Ma forse per capire la situazione di disagio degli immigranti nei centri di accoglienza i dati più illuminanti provengono dall’inchiesta del 2016 di Medici Senza Frontiere.

In un Rapporto del 2016, intitolato “Neglected Trauma” (Trauma trascurato), l’associazione di Medici Senza Frontiere denunciò che un numero elevato di migranti richiedenti asilo soffriva di traumi psicologici non solo a causa delle esperienze di vita precedenti, ma anche per le condizioni inadeguate di accoglienza.  Il Rapporto era basato su dati raccolti in diversi centri di accoglienza a Roma, Trapani, Milano e nella provincia di Ragusa, tra il 2014 e 2015.

In un campione di circa 400 persone, si rilevò che il 60% aveva riportato livelli sostanziali di disagio emotivo. Inoltre, circa il 90% delle 200 persone seguite durante la loro permanenza nei centri di accoglienza indicò chiaramente che le pessime condizioni di soggiorno nei centri contribuivano notevolmente allo stato di disagio emotivo. Per esempio, tra i residenti del centro di accoglienza di Ragusa, più del 40% presentava sintomi di disturbo post traumatico e circa il 30% disturbi d’ansia.

In sostanza, il Rapporto evidenziava le condizioni di vita nei centri di accoglienza di emergenza, come tra i principali fattori responsabili dei disturbi mentali tra i migranti e richiedenti asilo.

Inoltre, la carenza di servizi sanitari adeguati, come per esempio personale sanitario preparato e carenza di traduttori e mediatori culturali, venivano evidenziati come problemi urgenti gravi.

Non sorprende che le difficoltà di comunicazione aggravino ancor di più il senso di isolamento tra i richiedenti asilo e i migranti. Partendo da queste premesse, il Rapporto poneva l’enfasi sulla necessità di rafforzare l’attuale assistenza sanitaria, in particolare riguardo la salute mentale, con l’impiego di professionisti competenti sugli aspetti culturali del disagio mentale. Inoltre, tra le raccomandazioni più urgenti nel rapporto c’era quella di monitorare adeguatamente la qualità dei servizi e dell’assistenza nei centri.

Come si desume dagli eventi recenti, da pubblicazioni e da testimonial, queste raccomandazioni sono ancora priorità assolute, di cui ci si occupa in maniera molto marginale.

Riflessioni

Da quanto su esposto, si può affermare che gli immigranti nei CPR sono ad alto rischio di essere soggetti a pratiche cliniche inadeguate e coercitive, che mettono a repentaglio sia la loro salute psicologica che fisica.

Ma è un errore circoscrivere questa tematica unicamente agli immigranti nei CPR. La triste realtà sul trattamento del disagio emotivo degli immigranti viene spesso trascurata dal sistema sanitario, dai media e dall’opinione pubblica.

La chiave di lettura del disagio psicofisico degli immigranti non può essere trovata solo nella disamina di ciò che accade nei CPR, ma dovrebbe esse estesa all’esperienza e alle difficoltà sociali e culturali degli immigranti i cui “background” culturali e linguistici andrebbero rispettati e non ignorati dai servizi sanitari se lo scopo è quello di assisterli nella maniera più efficace possibile.

Ampliando il contesto, va tenuto presente che gli psicofarmaci, in generale, una volta prescritti vengono continuati per molto tempo e spesso “vita natura durante” senza solide basi scientifiche. Ne segue una considerazione ben più amara: non pochi tra gli immigranti nei centri, sotto terapia farmacologica, verranno trasformati in “pazienti di carriera” la cui identità sarà pertanto legata indissolubilmente a una diagnosi psichiatrica, che potrebbe precludere lo sviluppo delle loro potenzialità e il raggiungimento di un futuro migliore.

Putroppo, non sembrano esserci dei cambiamenti notevoli. Forse, la proposta di introdurre la figura del “case management” che mira ad interventi culturalmente appropriati non solo di natura sanitaria e legale, ma anche riguardanti la formazione e l’inserimento dell’individuo nel tessuto sociale, darebbe prova di una maggiore sensibilità riguardo al problema.

Ma rimane il fatto che l’inchiesta di Altreconomia è quindi solo la punta dell’iceberg delle problematiche della salute mentale degli immigranti, in un clima di chiara ostilità etnica e razziale instauratosi negli ultimi decenni, che offusca la dovuta considerazione ed empatia verso urgenti problematiche di interesse sociale e culturale.

 

Fonti

Articoli online:

 

Articoli in riveste scientifiche