Una foresta è vitale, non perché ha tanti alberi, ma perché sono in comunicazione tra loro

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Una foresta è vitale, non perché ha tanti alberi, ma perché sono in comunicazione tra loro

intervista di E. Gusmini a M. Gandolfi, 19 luglio 2022

In un momento di grande confusione e uso scorretto della parola scienza, in particolare di abuso del linguaggio e dei concetti psicologici e psichiatrci, una giovane Psicologa e Psicoterapeuta, Elisabetta Gusmini, chiede ad una delle prime  laureate in Psicologia d’Italia (1976), Miriam Gandolfi, di offrire una guida di lettura degli eventi sia dello sviluppo di questa disciplina sia per comprendere il difficile momento attuale. L’intervista contiene anche molti spunti e indicazioni bibliografiche

Elisabetta Gusmini:  ho deciso di contattare Miriam Gandolfi perché sto cercando di capire meglio cosa sta succedendo agli psicologi, partendo dalla storia della psicologia in Italia e dal codice deontologico.

Miriam Gandolfi:  Io mi sono mossa, qui in Trentino e in Alto Adige, in maniera critica verso la gestione della pandemia quando era appena iniziata. Infatti ho scritto qualche pezzo anche sui giornali locali. Ad un certo punto ho cercato di costruire contatti con tutti coloro che si sono mostrati critici in modo serio. Ho scritto a Ugo Mattei, a Carlo Freccero a Paolo Bellavite e a Sandro Sanvenero (Presidente dell’albo dell’ordine dei Medici Odontoiatri Liguria, che per primo ha protestato pubblicamente e che poi ha concretamente rifiutato di obbedire alle misure illegali degli ordini di sospendere i colleghi N.d.R). Con lui ci siamo sentiti anche telefonicamente.  Successivamente ho cercato di entrare in contatto con qualcuno di ContiamoCi nel mio territorio.

E.G.: Ma non ha funzionato?

M.G.:  Il punto è questo: dal momento che esiste ContiamoCi l’importante è mettersi in connessione, io fino ad oggi ancora non ci sono riuscita. Lo vedi anche tu, voi stessi, facendo parte della stessa associazione, non siete in contatto tra di voi.

E.G.:  Questo è dato dal fatto che sono venute meno le persone che ci coordinavano

M.G.:  Io ho avuto la stessa difficoltà anche prima. Da subito ho continuato a chiedere se c’era un referente, almeno in Trentino se non in Alto Adige. Sono entrata in contatto telefonico con una infermiera di Venezia che mi ha detto di essere referente area est. Una bellissima chiamata, sul piano umano, scopro che ha una figlia con DSA. Le dico che è un mio campo di lavoro elettivo mi chiede tutta una serie di cose su questo. Condividiamo la rabbia per il disastro nella scuola poi quando mi offro di mandare e mettere a disposizione la mia prima protesta scritta rivolta all’ordine e ai colleghi (febbraio ’21). (Si riferisce allo scandaloso documento FNOMCEO -AssoOrdini- come lo chiama Miriam, in cui essi accettano il mandato di controllo del Ministero, N.d.R.). la risposta è la seguente: “La mia coordinatrice mi ha detto che noi ora facciamo un’altra cosa”. Per un lungo tempo non ho avuto più contatti. Da lì mi è risultato chiaro che ContiamoCi era totalmente medicalizzata. Gli psicologi erano marginalizzati, ma penso per colpa nostra. Nei mesi successivi ho capito per tanta colpa nostra!

Se noi come categoria degli psicologi non capiamo che il problema di fondo non è: “il siero fa bene o fa male”, quello è ovvio ormai, ma che dietro c’è un’altra cosa. Ormai è sempre più evidente che sono gli psichiatri che stanno gestendo la sanità in questo momento: siamo stati sottoposti ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio in piena regola. Tutti i programmi televisivi e i giornali (tranne La Verità) hanno cavalcato e diffuso l’idea che chi non si vaccina è psicologicamente fragile/ansioso se non matto/paranoico. Il Sole 24 Ore si è permesso di pubblicare percentuali di esplosioni di psicopatologia, come se fossero dati di borsa, ovviamente senza citare le fonti. Gli psichiatri, tranne qualche rarissima eccezione, hanno avvallato questa idea ed ora tutti coloro che cercano di segnalare effetti avversi vengono diagnosticati come depressi, se non peggioe trattati con psicofarmaci. Dobbiamo ricordare che gli psichiatri hanno i mezzi tecnici, come noi psicologi, per saper manipolare la comunicazione ed hanno pesantissimi coinvolgimenti con le ditte farmaceutiche. Lo sai che Pfizer, AstraZeneca e Johnson & Johnson sono le stesse che producono la maggior parte degli psicofarmaci? Hanno avuto delle sanzioni già nel 2000 anche dalla FDA, ma hanno pagato le multe e… sempre avanti! (J. Moncrieff, Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici, (2013), G. Fioriti, Roma, 2020.

A noi è sfuggito che abbiamo una competenza e una responsabilità professionali specifiche. Quella di leggere i contesti al di là degli aspetti strettamente medici. Dobbiamo collocarci come professionisti che offrono una lettura sovraordinata degli eventi, non entrando nel merito delle scemenze che scrive Lazzari (si riferisce al documento del 24 giugno’22 stilato dal CNOP in totale appiattimento su quello dei medici, N.d.R.), ma del perché lo fa. Se non lo facciamo siamo corresponsabili e tradiamo il senso della nostra professione. Come ho scritto nella mia lettera all’Ordine Nazionale, “Contro il silenzio assenso” in risposta a quel documento scandaloso. Lui si comporta come un politicante. Lui ci sta vendendo agli psichiatri e al ministero della malattia, come correttamente lo chiama la dottoressa Barbara Balanzoni, con lo scopo di creare una sorta di acquiescenza, di stupidità sociale in cui la gente, quando è spaventata, fa ogni cretinata che le viene detto di fare.

È fondamentale connettersi. Ad esempio ho segnalato sia al gruppo di Mattei che al gruppo di ContiamoCi che avevano organizzato il primo congresso nazionale lo stesso giorno, il 7 maggio. Come fai a fare una svista del genere? A non collaborare passando le informazioni? A farsi concorrenza reciproca, invece di aiutarsi a fare fronte comune?

E.G.:  Personalmente, prima di incontrati oggi, ho cercato di documentarmi leggendo una serie di cose partendo dalla storia della nostra professione. La mia impressione è che abbiamo tanto cercato di “liberarci” dalla medicina e mi sembra che ci stiamo ritornando. Poi io purtroppo ho sempre questo problema personale che mi sembra sempre che quello che penso valga zero e non riesco a pormi con sicurezza.

M.G.:  Hai ragione, questo è il nocciolo, questo il senso del mio documento a Lazzari; e ne avevo fatto un altro ancora a febbraio. Già allora l’avevo fatto circolare tra i colleghi, quando ero entrata in contatto con Paola Carpeggiani (allora coordinatrice degli psicologi ContiamoCi). Ironia della sorte l’ho conosciuta tramite il collega e amico psichiatra Luca Panseri di Bergamo. Avevo suggerito che ogni psicologo, inoculato o no, scrivesse una lettera, non dico copia incolla sulla mia, ma prendendo spunto da quanto mettevo a disposizione, in modo che ne uscisse una presa di posizione collettiva, ma al tempo stesso personale. Era e sarebbe importante andare oltre il problema personale.

Prendi il mio caso, in famiglia siamo in tre psicologi, lavoriamo ormai privatamente. Mio marito ed io ci siamo ammalati durante la prima ondata (9 marzo ’20); abbiamo immediatamente ragionato scientificamente: controllo periodico degli anticorpi. Noi siamo da allora iperimmuni. Apposta le linee guida dicevano che non serviva: sarebbe stato il vero approccio scientifico al problema dell’immunizzazione, che rendeva inutile, oltre che dannosa, l’inoculazione. Lui ed io abbiamo deciso di fare la prima dose di siero, sapendo che non era un vaccino, sapendo che non ne avevamo bisogno, solo per non farci tappare la bocca etichettandoci come no-vax. Eravamo decisi da subito a non sottoporci ad altre inoculazioni. Le mie due figlie, di cui una psicologa, hanno giustamente deciso di non farne alcuna, sono giovani e entrambe fortemente allergiche.

Per inciso, se digiti il mio nome su Google, esco sotto la voce no-vax, perché ho fatto due interventi pubblici (dicembre 2021) per scongiurare il vaccino ai bambini e segnalare la totale assenza di rigore scientifico. È da lì che ho deciso, insieme ad altre sette persone di far nascere www.orax.me

Già quando ancora la gestione era in mano alla Sanità (maggio 2021), abbiamo respinto tutti gli “inviti ad obbedire” inviando le nostre analisi (che abbiamo ripetuto ogni due mesi) e pretendendo risposte formali sul piano medico.  Ovviamente non ci è mai stato risposto, ma nemmeno hanno osato sanzionarci. Quando la cosa è passata e, scandalosamente accettata, agli Ordini abbiamo fatto lo stesso: abbiamo preteso una documentazione formale. Questo è un altro dei problemi della nostra categoria: siamo ignoranti sugli aspetti formali e burocratici. Hanno contato sul fatto che i professionisti, obbedienti, si autosospendessero senza che gli Ordini dovessero seguire le noiose e impegnative pratiche formali. Se l’Ordine vuole sospendermi deve seguire tutta la procedura formale: deve mandare la delibera di convocazione. La delibera deve essere stata votata e portare la firma di tutti i consiglieri. Durante la convocazione il professionista deve poter spiegare e documentare le proprie motivazioni e sulla base di quello, il consiglio deve decidere se procede o meno alla sospensione, motivando la propria decisione. Deve essere steso un verbale della convocazione. Questa deve essere decisa con una nuova seduta del consiglio e comunicata con una delibera specifica, riportante i voti di ogni consigliere. Deve naturalmente essere firmata: hai notato che sembra che tutti i membri dei nostri consigli siano affetti da DSA? Usano solo i mezzi compensativinon firmano mai! Hanno paura di assumersi la responsabilità. Se tu pretendi questo e nel frattempo vai avanti, non sei tu inadempiente. Mio marito ed io abbiamo scelto questa via. Ma non si tratta solo di temporeggiare, come Bertoldo che può scegliere sine die l’albero a cui farsi impiccare, si tratta di inchiodare l’ordine alle proprie responsabilità. Troppo facile giocare agli sceriffi senza nemmeno fare il lavoro, con tutte le conseguenze. Gli Ordini sono riusciti ad indurre negli psicologi la passività. Noi abbiamo scelto di non andare dall’avvocato, ma abbiamo scelto la via di obbligare l’Ordine a venire allo scoperto: infatti non l’ha fatto. Noi psicologi dovremmo avere questa competenza: di capire i giochi di potere e di manipolazione mentale. Dovrebbe essere il nostro pane quotidiano sapere come si induce all’obbedienza e svelare il gioco.

Questo ho cercato di spiegare ai colleghi e ho cercato di mostrare loro che era possibile. Lo scopo dei miei documenti, non era e non è che l’Ordine di Bolzano o Lazzari, come presidente del CNOP mi risponda, lo so già che non lo faranno, ma che i colleghi decidano di prendere posizione: “Cxxxx!, ma se noi mandiamo 10, 20, 100, 200 lettere, non dico fotocopia della mia, ma sul concetto: noi come psicologi vogliamo che ci venga reso conto. Abbiamo il diritto di essere trattati come professionisti non come scolarettiLazzari e suoi gregari ci rompono le scatole con questa farsa pseudo-democratica “dell’aggiornamento” del codice deontologico. Tu le hai lette le domande? Fan vomitare! Adesso ci coinvolgete? E su questo? Dopo che loro ne hanno fatto spazzatura, infrangendolo continuamente e chiedendoci di infrangerlo verso i pazienti!  [https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=105996] .

E.G.:  Accennavi anche al fatto che si vorrebbe abolire la formazione in psicoterapia, io non riesco a trovare questa informazione.

M.G.:  Forse non conosci il sito di Rolando Ciofi, che si distingue per conformismo, camuffato da spirito critico. Se vai sul suo sito trovi tutto. Comunque sì, c’è la proposta che lo psicologo per fare psicoterapia non debba necessariamente avere una formazione psicoterapeutica.

In realtà le scuole di specializzazione in psicoterapia, a prescindere dal modello scelto, dovrebbero essere dei centri dove si coltiva il metodo scientifico, la consapevolezza epistemologica, uno stimolante confronto sulle diverse teorie e metodi di intervento e soprattutto se ne verifica l’efficacia. Mi sento di dire che, nel migliore dei casi, tutto ciò langue e si è appiattito. Del resto ormai quasi nessuno psichiatra sente la necessità di fare una faticosa formazione in psicoterapia, gli basta la specializzazione in psichiatria e ha il titolo di psicoterapeuta. Tutto ciò rappresenta un grave impoverimento culturale di entrambe le professioni: psicologi e psichiatri.

Di fatto ciò che sta accadendo è molto simile a ciò che è avvenuto in ambito medico, dove da un pezzo gli psichiatri addestrano i medici di base a somministrare psicofarmaci e per estensione ora si propone che lo facciano i pediatri. Non commento oltre, ma riesci a vedere che tipo di rapporto si stia sviluppando tra Psicologia, scienza del comportamento e Psichiatria, scienza del controllo del comportamento “deviante”? Inoltre c’è da considerare un altro aspetto che parte da lontano: nella storia dell’istituzione del nostro Ordine (come sai sono stata segretario provinciale del sindacato psicologi AUPI, fino a quando nel 1993 non c’è stato il primo insediamento dell’Ordine Psicologi (legge 56/89) di cui sono stata primo presidente). Lì abbiamo avuto grossi problemi proprio con i docenti universitari, che non volevano iscriversi all’Ordine e, soprattutto che non volevano che le scuole di specializzazione in psicoterapia, che già esistevano, diventassero pubbliche legate alle università. Quello allora sembrava un buon matrimonio di interesse: le scuole ci guadagnavano, bastava aderire alle norme del MURST/MIUR per il riconoscimento ministeriale del titolo, il ministero ci risparmiava perché non doveva occuparsene. In quel momento scuole di alto livello, con collaborazioni scientifiche prestigiose di psichiatri e psicologi, che già lavoravano insieme, e scuole più “commerciali” hanno avuto il via e ha prevalso purtroppo, secondo me, l’aspetto commerciale con le conseguenze che vediamo ora.

E.G.:  Forse non ne è stato dato sufficiente risalto, coinvolgendo tutti gli iscritti dei singoli ordini.

M.G.:  È vero che la legge non ammette ignoranza però se l’Ordine, che dovrebbe tutelare la nostra professione e così facendo la salute dei cittadini, ritiene che questa sia una questione di primaria importanza, penso dovrebbe attivarsi in modo diverso sul diffondere certe iniziative cruciali. Questo è il punto: ci hanno invitati ad un “referendum” sulla modifica del codice deontologico (mossa che è una foglia di fico) tenendo invece un silenzio strategico sulle questioni di fondo. Prima tu hai detto che ti senti insicura delle tue posizioni o valutazioni. È su questo che si conta: farci sentire interlocutori deboli. Quando io ho iniziato a lavorare, come i logopedisti e fisioterapisti, dovevamo avere l’autorizzazione del medico (le impegnative verdi in triplice copia). La lotta per costituire l’Ordine era finalizzata appunto a guadagnare l’autonomia professionale. Ma ciò comporta anche la cura del proprio sapere e l’assunzione di responsabilità. Da lì tutte le professioni sanitarie e gli assistenti sociali hanno cercato di avere gli Ordini professionali. E ora cosa sono diventati? Abusivamente i poliziotti del governo. La tutela e la cura scientifica sono finite nel cestino!

Ecco perché penso che il nostro caro Lazzari, e tutti quelli che lo sostengono e si accodano, ci stia vendendo di nuovo. Accetta di appiattirsi sulle posizioni dell’Ordine dei medici, si abbassa la formazione e si creano colleghi che fungono da ancelle degli psichiatri e si torna ad una condizione di dipendenza culturale.

E.G.:  Cosa intendi, da dove ricavi questa impressione?

M.G.:  Proprio l’altro giorno spiegavo ad una coppia che mi aveva chiesto come mai l’assicurazione aveva negato il rimborso della mia fattura. Io dico sempre all’inizio di informarsi con precisione (a proposito di consenso informato!). La motivazione era che la signora avrebbe dovuto sottoporsi a visita psichiatrica o almeno avere una prescrizione del medico generico (sic!) in cui si specificava, prima di andare dallo psicoterapeuta, la necessità della psicoterapia e si precisava il numero delle sedute necessarie. Spero risulti chiaro il paradosso: viene prescritta una terapia senza connessione con il processo diagnostico. “Signora – le ho detto – le assicurazioni giocano su questa ambiguità perché con l’Ordine dei medici sono d’accordo così: deve fare la visita psichiatrica, poi lo psichiatra le prescrive la psicoterapia”. Nel gioco di potere del Monopoli si ritorna sempre al via. A me risulta che l’unica terapia convenzionata con alcune ASL è quella cognitivo comportamentale. E sempre più spesso i pazienti arrivano con la lettera di un medico o uno psichiatra con specificata la terapia comportamentale, il tipo di setting (individuale, famigliare, di coppia), spesso il numero delle sedute, senza avere la più pallida idea di che tipo di problema psicopatologico si tratti.

E.G.:  Lo immaginavo…

M.G.:  Non si può immaginare, dobbiamo impegnarci a sapere…

E.G.:   Ma non saprei dove andarle a recuperare queste informazioni. Tu come hai fatto a sapere tutte queste cose?

M.G.:  Questo è quello che sto cercando di fare, non solo dall’inizio del disastro della pandemia. Cerco di mettere a disposizione quello che so – e non è che so tutto – però, siccome sono vecchia… Il punto è che poi bisogna decidere di fare qualcosa come categoria. Per esempio, la prima volta che ho cercato di fare qualcosa ho mandato una mail ai miei ex-allievi. Io ho insegnato per 19 anni all’ EIST di Milano. È stata un’esperienza molto importante, ma si è interrotta, sempre su questioni di principio… Io appartengo ad una generazione per la quale i principi sono ancora rilevanti.  Casualmente il mio rapporto si è interrotto proprio all’inizio della pandemia (dicembre 2019). Ma ho tenuto contatti professionali con alcuni ex-allievi. Poi si è formato un altro gruppetto su Telegram, che le colleghe hanno chiamato “gruppo Gandolfi”. Dopo il primo effetto “meno male non siamo sole” ho cercato di sollecitare a non limitarsi alla condivisione delle informazioni, ma ha prevalso il pensiero “tanto non serve”.

Questa passività ha portato ad un altro effetto terribile: l’idea della esplosione delle psicopatologie. Proprio con l’inizio della pandemia si è ampliato il dibattito sull’autismo e sulla preparazione degli operatori che si occupano di autistici e del trattamento comportamentale e farmacologico di questi soggetti, soprattutto bambini. C’è un contenzioso in corso tra chi vuole rendere possibile la prescrizione senza ricorrere al NPI (“curiosamente” lo caldeggiano proprio loro) e chi, associazione genitori APRI, vorrebbe un maggior controllo. Comunque sia NPI che APRI sono d’accordo che l’unico metodo da applicare fin dalla scuola sia l’ABA. Beh, credo che ormai l’autismo sia diventata una delle “malattie” più democratiche: un po’ di autismo non si nega a nessuno ed è cessata ogni riflessione scientifica su ciò che viene definito autismo (Frances A. (2013). Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie. Torino: Bollati Boringhieri)

Questo è un altro effetto del riduzionismo iperspecialistico che ha colpito tutto il mondo della salute, quindi anche gli psicologi. Si è infiltrata l’idea che i veri psicologi con il bollino di scienziati siano i neuropsicologi, che aspirano ad essere i fratellini minori degli psichiatri e dei neurologi. È evidente che uno psicologo deve essere informato degli sviluppi delle neuroscienze, ma accettare l’attuale idea che la mente coincida con il cervello è una grave limitazione scientifica. Ci rende dei puri esecutori di linee guida che non riflettono più sugli aspetti teorici epistemologici e teorici. Come dice il mio amico psichiatra Luca Panseri  il costante riferimento alle neuroscienze è un maldestro tentativo di darsi una legittimazione “scientifica” per fugare il senso di impotenza e incertezza che ogni operatore psy sperimenta di fronte al dolore e alla complessità. Ma a condividere questo pensiero critico sono anche personaggi ben ferrati in materia di neuropsicologia (Legrenzi P., Umiltà C., Neuro-Mania. Il cervello non spiega chi siamo. Il Mulino, Bologna, 2009).

Mi capita sempre più spesso di ricevere pazienti che sono stati invitati da colleghi psicologi a rivolgersi allo psichiatra per prendere psicofarmaci. Preciso, io non sono ideologicamente contraria e ho molti pazienti che li assumono, ma non caldeggio il loro uso come alibi o scarico di responsabilità. Purtroppo so che anche durante la pandemia e tuttora gli psicologi pensano di avere il compito di convincere i pazienti a “vaccinarsi”, invece di considerare la libertà di scelta come il nostro codice prevede, e offrono tecniche di rilassamento per andare tranquillamente all’appuntamento inoculatorio.

Mi chiedi come faccio a sapere, a vedere in questo modo. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente personaggi davvero speciali come Mara Palazzoli Selvini e Vittorio Guidano, entrambi psichiatri, di formazione originaria terapeutica diversa, una psicoanalitica l’altro cognitivo-comportamentale. Ma loro non avevano il concetto di scuola come “parrocchia” di pensiero. La Selvini fu a lungo contraria a fondare una scuola, temendo che sarebbe morta la sua spinta a pensare in modo creativo, benché sempre rigorosamente scientifico… e ha avuto ragione! Anche Guidano non ha avuto sostegno proprio nella sua spinta innovativa. Io ho un debito di riconoscenza verso entrambi: mi hanno insegnato ad essere critica verso il mio stesso operare, prima che verso quello degli altri. Mi hanno introdotto alla rivoluzione delle teorie della complessità e a guadagnare uno sguardo sovraordinato.

Ma ho l’impressione che i giovani colleghi non riescano a coglierla con chiarezza. Per questo nella mia ultima lettera a Lazzari ho citato il romanzo di Aldous Huxley “Nuovo Mondo”. Ti suggerisco l’edizione, con le sue prefazioni che egli ha scritto nel ’46 e nel ’57. Il romanzo è del ’31. Hai notato i momenti storici? Ha incredibilmente previsto negli psicologi le figure intellettuali che servivano al potereQuesta è la storia dell’uomo. Una volta erano i preti nell’inquisizione, poi i medici, nella modernità, o meglio post-modernità, chi controlla la mente. Ricordiamoci che Mengele (interessato alla genetica e ossessionato dalla ricerca della razza pura) e Goebbels (responsabile della propaganda) erano tra i migliori laureati di medicina uno e di filosofia l’altro, di prestigiose università germaniche. Gli psicologi perciò, sono fondamentali in un mondo della realtà “aumentata” (falsificata), della comunicazione manipolata e di una iper tecnologizzazione che espropria il ruolo delle emozioni. Per questo hanno grande responsabilità. Ci sfugge che il problema generale e cruciale è che gli psicologi vengono usati per orientare la percezione delle persone. Di questo dobbiamo essere noi gli esperti e i guardiani. I medici sono abituati a guardare col microscopio, noi dobbiamo essere capaci di guardare e capire i contesti.

E.G.:  Infatti nella lettera che sto ancora formulando da mandare all’ordine ho messo anche la questione relativa alla psicologia sociale.

M.G.:  Hai ragione, ma non è solo un problema di psicologia sociale, ma di epistemologia scientifica. La psicologia sociale è una parte della psicologia generale e anche la psicologia sociale cambia man mano che cambia la cornice di riferimento epistemologico, perché la scienza psicologica è cambiata man mano sono cambiati i paradigmi scientifici. Ho scritto un libro pensato per i miei allievi di psicoterapia nel quale spiego il passaggio dal paradigma di tipo lineare classico, entro cui si inscrive il concetto di mente di tipo comportamentista o psicoanalitico, ottocentesco, al paradigma di tipo complesso, connessionista, nato con le rivoluzioni scientifiche del novecento. (M. Gandolfi, Manuale di tessitura del cambiamento. Un approccio connessionista alla psicoterapia, G. Fioriti, Roma, 2015). Questo è il salto da fare, altrimenti ci troviamo in questa situazione: la psicologia che viene usata per invitare le persone a comprare, a obbedire… La gestione della pandemia è proprio stata fatta applicando in maniera assolutamente pedissequa e classica, ma perfetta, il metodo del condizionamento operante, quella che oggi si chiama “ingegneria sociale”. Si tratta del modello in cui c’è un’entità superiore che paternalisticamente sa cosa è bene per la massa. Coloro che non obbediscono, che la pensano diversamente, sono considerati dotati di processi mentali da “sottoprodotto evolutivo”.

Quando tu dici: “Ma a me manca l’insieme” è perché per avere l’insieme devi avere più informazioni possibili, ma anche una forma mentis, un metodo, che le connette e per connetterle devi cogliere le discrepanze.  Ad esempio ci diciamo: “Ma com’è possibile che i medici oppure Lazzari continui a negare i dati, gli effetti ecc.  Se osservi in quel testo [si riferisce ad uno dei documenti che ha inviato al CNOP, N.d.R.] ho scritto: “Desidero precisare che non penso che voi ignoriate la situazione sanitaria. Sono certa che ne siete a conoscenza”. Certo che ne sono informatissimi, perché devono trovare dei mezzi per negarli. E qual è il motivo? Se tu mantieni la gente spaventata puoi farle fare qualunque cosa. Ieri ero in ufficio e nel palazzo di fronte c’era una signora che stava stirando in casa sua davanti alla finestra aperta con la mascherina Ffp2. Ma finché noi insistiamo a parlare dei dati medici, compito dei medici, non smascheriamo l’uso manipolatorio delle informazioni. E di questo noi dobbiamo essere consapevoli che la mente non è un fatto individuale, non è un fatto neurobiologico. È un processo di comunicazione. Quindi quando agisci sul processo di comunicazione agisci sulle menti individuali.

A mio avviso questo è l’errore fatto da tutti i gruppi che hanno contestato la gestione della pandemia, anche il gruppo DU.PRE, e che adesso sta facendo ContiamoCi. Ci si è concentrati solo o sugli aspetti legali o sugli aspetti medici senza cogliere ed esplicitare in modo comprensibile la loro connessione per uno scopo utile a livello superiore. Hai notato che in ContiamoCi il gruppo psicologi è stato via via marginalizzato? Penso a causa della nostra incapacità di rendere visibili e utili questi processi.

E.G.: Io non lo so, cioè nel senso…

 M.G.:  Io ho seguito il congresso di ContiamoCi tutti e due i giorni del 7 e 8 maggio. Nel programma c’erano un paio di psicologi su circa venti interventi, in cui naturalmente i medici hanno avuto la parte fondamentale. Relazioni molto belle e importanti, ma poco attente agli aspetti di comunicazione.  Ad esempio Frajese nel suo entusiasmo ha fatto un errore importante di comunicazione, irritando proprio i colleghi medici. Gli psicologi potrebbero essere utili anche in questo. Poi c’è stata la relazione di una collega psicologa, ovviamente ne ero contenta e curiosa, ma dopo aver sentito che parlava dei problemi psicologici come effetto della “slatentizzazione” di fragilità personali e che per spiegarlo ha tirato in ballo la “signora amigdala”, mi sono cadute le braccia. Capisci che così offri sul piatto d’argento la lettura “psichiatrica”. Invece di dire esplicitamente che è stata la gestione e la manipolazione dei processi comunicativi e percettivi attraverso un uso paradossale ed imprevedibile dell’informazione a minare l’equilibrio psichico delle persone. Ormai sappiamo che questi sono i processi alla base dell’insorgenza delle psicopatologie gravi, a parità e a prescindere da patrimonio organico del paziente. Accettando l’analogia medica con il concetto organicista di mente, si accetta che il covid ha slatentizzato le patologie pregresse. Però questi sono gli psicologi che vanno bene all’attuale regime. Perché sono esattamente quelli che ricalcano l’idea neurobiologica degli psichiatri. Siamo ritornati agli anni ‘60 che erano gli anni in cui Basaglia si è opposto, Palazzoli Selvini si è opposta, Goffman si è opposto e molti altri clinici importanti. Tutti hanno creato un movimento che ha cercato di controbattere l’idea organicista della psichiatria come pura branca della medicina. Noi adesso ci siamo ritornati e la cosa grave è che ci siamo ritornati grazie all’aiuto degli psicologi. Invece di fare un dibattito scientifico, noi siamo stati venduti e, dico io, ci siamo lasciati vendere.

Allora torno alla domanda iniziale: riusciamo ad organizzarci e cominciare a mandare lettere di un certo tipo all’Ordine? O trovare un modo di far riflettere su questi aspetti, non solo per riavere il nostro lavoro, ma la nostra dignità?

E.G.:  Infatti, il motivo per cui ti ho contattata era il fatto che sicuramente ci sono aspetti importanti in gioco, ad esempio il discorso del cambio del codice deontologico che sta allarmando e quindi volevo andare a capire come era stata la storia in cui questo codice è nato.

 M.G.:  Va bene. Ma tieni presente che la vita funziona come la cucina: se tu lasci la pastasciutta sul fuoco troppo a lungo non è più pastasciutta; quindi la tempistica è importantissima. Sono passati due anni e mezzo.

E.G.: Io sono d’accordo con quello che stai dicendo tu, il problema è che io parto dal presupposto che di queste cose non mi sono mai interessata, per cui ho percezione che c’è qualcosa che non va, ma non ho i contenuti per poter controbattere.

M.G.Siccome ContiamoCi, ha una grossa struttura dal punto di vista medico ed è un punto di coagulo, c’è qualcuno che possa segnalare al direttivo: “Guardate che dovete rendervi conto che la posta in gioco è altra”? Oppure se ne sono resi conto e di noi, della categoria psicologi non hanno stima e quindi non se ne occupano? Se fosse così forse è perché noi, evidentemente, non abbiamo offerto strumenti di lettura validi. Il medico è quello che dà i dati medici, ma il medico ha bisogno dello psicologo, ma non di quello che parla della “signora amigdala”, ma di quello che da la lettura dei giochi di potere. Dobbiamo renderci conto che è questo il livello a cui si muovono i processi di controllo sociale e la sanità è solo il cavallo di troia.

E.G.:  Che mi sembra più sulla falsariga di ciò che dice Byoblu…

M.G.:  Certo, ma se noi siamo fratturati, slegati non abbiamo potere contrattuale e nemmeno voce. Se uno come Lazzari può fare una proposta al ministro Speranza di emanare un decreto che recita: “La produzione legislativa che può permettere alla psicologia e agli psicologi un diverso ruolo più valorizzato e potenziato all’interno del Ssn“ e di istituire un tavolo di lavoro che entro l’estate deliberi  “le linee guida per il bene psicologico collettivo e individuale”, dopo tutto il disastro che hanno combinato, tu capisci la gravità della situazione? È evidente che Lazzari e Anelli vadano in tandem e che si crei questa saldatura sempre più stretta con psichiatri e NPI. Non è un caso che aumentino sempre di più le segnalazioni di famiglie al tribunale minorenni, se i genitori non vogliono far assumere psicofarmaci ai bambini. Hanno utilizzato questo metodo anche per genitori in disaccordo sulla vaccinazione, facendo danni psicologici enormi.

Purtroppo non c’è stata la capacità, all’interno di una associazione così grande come ContiamoCi, di capire che mentre si parla di medicina va avanti l’altro discorso di controllo sociale.

 E.G.:  Mi viene l’ansia…

 M.G.:  Le mie figlie sono grandi, non ho nemmeno i nipoti per questo dico che lavoro per i nipoti degli altri. Non riesco ad astenermi e lasciar perdere. Io offro ciò che so, ma ho bisogno che anche ci si organizzi, che ci si coaguli. Si parla tanto della sentenza di Firenze… ma abbiamo un archivio delle sentenze? no! La prima sentenza è di Sassari. Noi viviamo in una cultura dove rompiamo i bambini, invece di renderli sani e gli psicologi collaborano. Guarda, quella di Sassari è di giugno, poi ce n’è un’altra bellissima di Pisa dove addirittura questa giudice ha dichiarato che un detenuto non poteva essere obbligato a essere vaccinato perché sarebbe stata violenza privata. Allora perché adesso ‘sto can can per la Toscana?  Perché cominciano a venire fuori le incongruenze. Io ritengo un colpo di stato avere un ministro che contesta in quel modo, con quelle parole una sentenza. Esistono i colpi di Stato bianchi, dobbiamo interrompere il processo prima che arrivi in fondo. Dobbiamo difendere la nostra professione da chi preferisce giochi di potere e non si occupa della scienza psicologica. Del resto se noi abbiamo una posizione così debole è perché noi stessi non abbiamo curato l’aspetto scientifico della disciplina psicologica.

E.G.:  Chiaro. L’ansia cresce perché sento che la mia posizione rispetto al dove bisognerebbe arrivare e il tempo a disposizione… c’è un gap allucinante …

 M.G.:  Questo è il motivo per cui bisogna connettersi. Magari sulla falsariga di un documento, prendere una posizione personale verso il proprio Ordine, verso l’Ordine Nazionale. Perché loro sono riusciti a spaventar-vi o spaventar-ci come categoria. C’è un bellissimo breve romanzo sui campi di concentramento che si intitola “Mia è la vendetta” di Friedrich Torberg. È la storia di ciò che accadeva nei campi di concentramento. L’aguzzino chiamava il singolo, gli metteva la pistola davanti e gli diceva: “Se vuoi ce la puoi fare a spararmi”, praticamente induceva le persone al suicidio fingendo di dare loro una scelta. [ https://www.ibs.it/mia-vendetta-libro-friedrich-torberg/e/9788895538457 ] E noi abbiamo fatto così, ci siamo autosospesi; abbiamo accettato di essere sospesi, non li abbiamo neanche fatti lavorare. Tu c’eri quando Paola ha organizzato il primo incontro?

 E.G.:  Si c’ero, ma ero appena arrivata quindi stavo cercando di capire…

 M.G.:  Era primavera e avevo fatto notare la mia presa di posizione sullo squallore formale di quel documento che chiamo di AssoOrdini. Non ci meritiamo nemmeno la firma su una comunicazione così importante? [https://cnop.img.musvc2.net/static/151940/assets/1/Documento%20obbligo%20vaccinale.pdf ] Per giunta sono lì grazie ai soldi che noi versiamo! Totalmente allineati senza una riflessione critica. È come se ci stessero insegnando ad obbedire. Questo è in parte colpa nostra.  Sarebbe arrivato il momento di avere una visione complessa della salute. Invece siamo ancora settoriali, categoriali. Purtroppo quello che manca agli psicologi è la mentalità e la cultura scientifica. E adesso manca anche ai medici, sono e siamo allevati come esecutori di linee guida.

E.G.:  Quindi da dove parto? Mi viene male…

M.G.: Almeno tu, che ho capito essere all’interno di ContiamoCi, puoi segnalare che stiamo facendo queste riflessioni? Si tenta, non ammaliamoci di onnipotenza, se va male cerchiamo un’altra via. Dobbiamo andare oltre le tecniche, dobbiamo riprendere ad occuparci della cornice epistemologica, cioè di quale modello di scienza vogliamo e scegliamo, altrimenti non possiamo capire il mondo. Se hai voglia di leggere, ti suggerisco il libro che ho scritto “Manuale di tessitura del cambiamento” ed. Fioriti, Roma 2015, dove c’è tutta la parte epistemologica prima che clinica. Non può esistere una tecnica senza prima una scelta teorica/epistemologica.

E.G.:  Ma secondo te il codice deontologico è stato scritto seguendo una teoria in particolare?

 M.G.:  No, il codice deontologico non può essere una teoria psicologica. Il codice deontologico esprime l’impostazione etica, deve essere uguale qualunque sia la teoria psicologica che scegli. Infatti è stato preso chiaramente da quello già esistente dei medici, che si rifà ancora ad Ippocrate. Quindi si riferisce anche alle leggi costituzionali che garantiscono il principio che l’etica professionale impone di non danneggiare mai un paziente. È uguale per ogni professionista che si occupa delle persone. Quindi non capisco cosa ci sia da cambiare, forse vogliono introdurre questo aspetto paternalistico, gravissimo, dell’ingegneria sociale, cioè qualcuno che sa e che decide il bene degli altri. Appunto il principio su cui si fonda il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO).

In un’ottica di ingegneria sociale a cui stiamo approdando, è possibile che il codice preveda che ci sarà lo Stato che sa quale è il tuo bene e gli psicologi verranno addestrati, come i medici, a fare quello che il governo dice che è bene fare. In questo caso verrebbe plasmato sui principi della teoria del condizionamento operante di Skinner, aggravata dalla prospettiva transumanista. Ci sono ormai un’infinità di testi su questo approccio, verso cui stiamo andando. Te ne suggerisco solo alcuni: O’ConnelEssere una macchina, Adelphi, GreenfieldCambiamento Mentale, Fioriti. C’è un libretto bellissimo di Lucio Russo che si intitola “Segmenti e bastoncini”, Feltrinelli, parla di come la scuola si è trasformata in un posto per depotenziare la capacità di pensiero dei bambini e noi adesso con la pandemia lo abbiamo toccato con mano.

Nel nuovo libro che sto scrivendo sui DSA (Disturbi specifici dell’Apprendimento) che uscirà entro l’anno per Fioriti, parlo di una ricerca condotta in tre anni, ma del tema me ne occupo da sempre (dal 1976), con la quale dimostro proprio questa cosa: come l’iper diagnosi è un modo per rendere tutti i bambini uguali. Quelli che non stanno dentro alla norma prestabilita son tutti diagnosticati come “rotti”.

Se non ti piglia troppo l’ansia, leggi il romanzo di Huxley, edizione Mondadori, con le sue prefazioni e ti accorgerai che è come leggere i giornali di oggi. È una miniera e ci troverai il modo in cui “si è potuto formare un dirigente di tipo nuovo: quello che riceve acriticamente gli ordini”. Forse il nuovo codice deontologico conterrà questo.

Se vuoi una cosa più veloce della lettura, visto che hai tre figli che ti occupano senz’altro, puoi digitare il mio nome su YouTube e vai a vedere “Made in Italy” ho fatto due conferenze una in aprile, una in maggio. Riprenderò in autunno.

E.G.:  Quindi, parto dal Manuale di Tessitura e poi cerco di comunicare a ContiamoCi il tuo invito.

M.G.:  Se voi siete coagulati, capisci che diventa progressiva la connessione ed è più efficace che avere molti contatti singoli. Se vogliamo fare un discorso scientifico e ci sono delle persone, fossero anche tre, che hanno voglia di ragionare da questo punto, su questo io sono disponibile. Il mio interesse è quello di una cornice più ampia. Io sto cercando contatti di questo tipo sono disposta a tentare. Dobbiamo connetterci, ma non solo come psicologi, come persone interessate alla scienza.

Ringrazio la Collega Elisabetta Gusmini, per il suo ammirevole sforzo di aver sbobinato una conversazione più lunga di un’ora e di aver lavorato ad una stesura che fosse leggibile.

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Si laurea in Psicologia nel luglio 1976 presso l'Università di Padova e da subito di occupa di temi di integrazione e contrasto alle istituzioni segreganti, ambito che resterà sempre di suo maggior interesse. Infatti nel settembre 1976 accetta di lavorare per il neocostituito Centro Spastici di Bolzano che dopo alcuni anni diventerà il Servizio Provinciale Specialistico per la Riabilitazione dei Neurolesi e Motulesi, occupandosi del superamento delle scuole speciali e degli istituti per adulti incluse le strutture manicomiali. Completa la sua formazione presso il reparto di psicosomatica della Clinica Pediatra dell'Universita di Innsbruck ( 1977) dove si avvicina all'approccio sistemico alla malattia mentale, noto poi come Milan Approch. Proseguirà e concluderà la sua formazione in questo indirizzo a Milano, nel periodo 1980- 1985 divenendo, nel momento della sua fondazione, membro e didatta della Società Italiana di Ricerca e Terapia Sistemica (S.I.R.T.S.). Dal 1999 al 2018 è docente presso l' Istituto Europeo di Terapia Sistemo-relazionale di Milano.( EIST riconosciuta MIUR nel 2001). Lascia il Servizio pubblico nel 1992 mantenendo attività di formazione e supervisione per vari servizi socio-sanitari pubblici e docenze a contratto universitarie. Dal 2020 è docente a contratto presso l'Universita di Bergamo per il corso di Alta Formazione sui Disturbi Specifici dell'Apprendimento. Dal 1992 è co-titolare del Centro di Psicologia della Comunicazione e dell'Officina del Pensiero ( Bolzano e Trento) dove svolge e coordina attività di ricerca in particolare nell'ambito di autismo, DSA e ADHD , temi su cui ha prodotto pubblicazioni. Si è sempre impegnata anche per valorizzare la categoria professionale degli Psicologi assumendo la carica di Segretario provinciale del sindacato degli psicologi prima della costituzione dell'Ordine Professionale (1989) è poi quella di primo presidente dell'Odine Provinciale Provincia Autonoma di Bolzano. Dr. Miriam Gandolfi Psicologa psicoterapeuta Bolzano/Trento www.officinadelpensiero.eu 0471/261719