Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici – di Joanna Moncrieff

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IMPORTANTE: Gli psicofarmaci possono causare reazioni da sospensione, talvolta includendo reazioni emotive che minacciano la vita e problemi di astinenza fisici.  La sospensione degli psicofarmaci dovrebbe essere eseguita attentamente sotto una collaudata supervisione clinica e accompagnata da una buona psicoterapia per risolvere i problemi che ne avevano fatto intraprendere l’uso.

Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici

di Joanna Moncrieff

traduzione del libro di Laura Guerra

Sommario

Gli antipsicotici sono diventati il trattamento di elezione per le persone che sentono le voci o che, in termini psichiatrici, che vengono definite “schizofreniche” o “psicotiche”. Il loro utilizzo si è esteso anche a una gamma di disturbi psichici da severi ai più comuni, rappresentando un grosso giro d’affari per le case farmaceutiche.

Joanna Moncrieff nel libro “Le pillole più amare” presenta un’analisi della travagliata storia della psichiatria e dei farmaci antipsicotici, analizzando la letteratura scientifica e le fonti disponibili, dalla loro introduzione sul mercato ad oggi.

Nella sua analisi la Moncrieff mette in discussione la versione ampiamente accettata dalla psichiatria che considera gli antipsicotici come farmaci che aggrediscono la malattia cerebrale (modello d’azione degli psicofarmaci centrato sulla malattia), suggerendo invece che agiscano soltanto sui sintomi, sopprimendo le funzioni del sistema nervoso (modello d’azione degli psicofarmaci centrato sul farmaco).

Presentazione del libro

Gli antipsicotici sono stati introdotti sul mercato negli anni ’50. Dagli anni ’70 in poi, sono stati presentati come il rimedio per la patologia del sistema nervoso che sarebbe responsabile per la schizofrenia, nonostante questo non fosse mai stato dimostrato.

La psichiatria, con questi farmaci, poteva finalmente considerarsi perciò al pari delle altre branche della medicina, dotate di farmaci per sconfiggere le malattie.

La ricerca scientifica sugli antipsicotici

La produzione scientifica a sostegno dell’uso degli antipsicotici, largamente finanziata dalle case farmaceutiche, fece passare in secondo piano la ricerca sulla loro sicurezza.

Il messaggio che veniva dato era che gli antipsicotici facessero sentire meglio le persone a breve termine e prevenissero le ricadute a lungo termine.

In realtà, gli studi clinici erano disegnati in modo da produrre una tale versione della realtà. Infatti, la quasi totalità degli studi era condotta su individui già in trattamento con antipsicotici, ai quali venivano sospesi i farmaci per una settimana e randomizzati (suddivisi a caso) in un gruppo placebo e in un gruppo in cui veniva testato un nuovo antipsicotico.

Chiaramente, il gruppo sotto placebo andava in astinenza, mentre il gruppo a cui veniva somministrato il nuovo antipsicotico non mostrava sostanziali ricadute durante il tempo limitato del test clinico.

La conclusione dei ricercatori era che il nuovo antipsicotico fosse più efficace del placebo, tralasciando di evidenziare che le ricadute nel gruppo placebo erano causate dall’astinenza al farmaco.

Sorprendentemente, non c’è quasi nessun studio su campioni di individui che non fossero già in trattamento con antipsicotici.

Quindi era evidente che gli antipsicotici riducessero un disturbo psicotico acuto, ma gli studi non davano informazioni riguardo il loro meccanismo d’azione.

Peraltro, il modello centrato sulla malattia faceva passare in secondo piano la gravità degli effetti collaterali che venivano considerati un prezzo ragionevole da pagare rispetto al beneficio della cura.

 Malattia o effetti collaterali del farmaco?

Le case farmaceutiche cercarono di presentare gli effetti collaterali più importanti degli antipsicotici come una conseguenza della schizofrenia.

In questo modo, la discinesia tardiva, un disturbo invalidante e a volte irreversibile, caratterizzato da movimenti incontrollati della bocca, della lingua, del viso, degli arti e del tronco venne attribuito alla condizione psichica e non ai farmaci. Fu anche nascosta la correlazione tra la discinesia tardiva e il decadimento cognitivo che di solito l’accompagna, facendolo ritenere una conseguenza della psicosi.

Anche la riduzione del volume cerebrale fu presentata come una conseguenza della schizofrenia, nonostante le chiare evidenze che la legano all’uso prolungato dei farmaci, come sottolineato da Peter Breggin già da decenni.

Tuttavia, l’idea che la schizofrenia sia responsabile della riduzione del cervello viene ancora ampiamente accettata e acquisita.

Nella storia di ricerca sugli antipsicotici non c’è mai stata una decisa volontà di chiarire gli effetti a lungo termine di questi farmaci. La cosa è sorprendente in quanto questi farmaci vengono quasi sempre utilizzati per lunghi periodi di tempo, se non a vita.

Dal momento che questi farmaci compromettono le capacità menali sarebbe opportuno uno studio a lungo termine.

Questi studi sarebbero necessari anche per il fatto che c’è sufficiente evidenza per sostenere che l’uso degli antipsicotici a lungo termine può aumentare la vulnerabilità di un individuo ad avere ricadute psicotiche, fenomeno noto come “psicosi da ipersensibilità”.

Il DSM III e la promozione del concetto di “malattia mentale”

Il concetto di “malattia mentale” come una entità biologica è stato sancito nella terza edizione del DSM (Manuale Statistico e Diagnostico) che ha abbandonato l’influenza psicoanalitica delle precedenti edizioni ed ha attribuito un’etichetta a comportamenti anomali, facendo intendere che fossero l’espressione di sottostanti cause organiche da trattare con gli psicofarmaci.

L’idea che i nuovi farmaci funzionassero attaccando una malattia sottostante ne ha legittimato un uso indiscusso.

In sostanza, la promozione degli psicofarmaci come cura di una malattia organica sottostante, ha messo in secondo piano i terribili effetti come la discinesia tardiva e il decadimento cognitivo ad essa legato, la riduzione del tessuto nervoso, la riduzione della durata della vita, la sindrome metabolica, il diabete e altri effetti dannosi, considerati un prezzo da pagare in cambio dei benefici della cura.

Come funzionano gli antipsicotici?

In assenza della benché minima evidenza di una causa organica dei disturbi psichici, il modello centrato sul farmaco aiuta a comprenderne gli effetti:

gli psicofarmaci agiscono inducendo la soppressione del pensiero e il contenimento delle emozioni attraverso la soppressione dell’attività cerebrale.

Questo effetto aiuta a mettere in secondo piano le esperienze psicotiche intrusive che creano dolore e spavento, attenuandone l’intensità. Sotto l’effetto dello psicofarmaco che induce un distacco emotivo dalle cose e dalle situazioni, la persona non fa più tanto caso ad esse. E questo distacco emotivo aiuta la persona a rimettere ordine ai propri pensieri e a fare “riemergere” comportamenti “sani”.

I farmaci possono quindi ridurre l’intensità delle esperienze psicotiche e la sofferenza che queste procurano, anche se i sintomi e le difficoltà persistono, spesso aggravati dagli effetti nocivi dei farmaci.

Effetti del trattamento a lungo termine

Basandosi sulla letteratura scientifica e su indagini condotte sul territorio, Robert Whitaker avverte che i trattamenti psicofarmacologici a lungo termine hanno creato un’epidemia iatrogena di effetti collaterali e un aumento delle dipendenze da farmaci.

Studi a lungo termine ed esperienze come quelle di Soteria House e dell’Open Dialogue finlandese, dimostrano che le persone non trattate o trattate con basse dosi di psicofarmaci per periodi limitati hanno esiti migliori di quelle che ricevono un trattamento continuativo.

Dalle testimonianze delle persone che assumono antipsicotici si evince che i farmaci possono attenuare i pensieri psicotici, ma allo stesso tempo attenuano e inibiscono il funzionamento mentale e fisico, abbassando quindi la qualità della vita.

Alcune persone possono trovare utile questo effetto di appiattimento emotivo, mentre altre preferirebbero una vita più eccitante.

La narrazione dalla Moncrieff, basata su solide evidenze scientifiche, indica chiaramente che gli antipsicotici sono sostanze pericolose che dovrebbero essere evitate quando possibile.

L’offerta dei servizi di salute mentale

I servizi di salute mentale, tuttavia, spesso non offrono alternative ai trattamenti farmacologici prolungati anche se i progetti basati sugli interventi psicosociali hanno dimostrato esiti migliori rispetto a quello farmacologico.

Dal momento che l’uso a lungo termine peggiora l’esito dei disturbi e che gli effetti avversi sono importanti e a volte irreversibili, ci dovrebbe essere la possibilità di sospendere questi farmaci in sicurezza. Si potrebbe così ridurre il rischio di molte malattie che abbassano la qualità della vita come le disfunzioni sessuali, il rallentamento mentale, l’appiattimento emotivo e l’agitazione per citare alcuni degli effetti tipici di questi psicofarmaci.

La sospensione degli psicofarmaci

Molto spesso, la sospensione dei farmaci mal eseguita può provocare crisi di astinenza che possono essere confuse come ricadute oppure con un peggioramento dello stato psichico, facendo ritenere che il trattamento non possa essere sospeso.

Il problema della sospensione dei farmaci è molto sentito in quanto è proprio questo passaggio che, se non eseguito bene, confina le persone a trattamenti a lungo termine o, peggio, a vita “come l’insulina per il diabete”.

Trattamenti coercitivi: trattamento depot

Dal momento che gli psicofarmaci non riportano un “sistema squilibrato all’equilibrio”, ma al contrario creano uno squilibrio chimico, bisognerebbe discutere apertamente e onestamente sull’opportunità e la legalità dei trattamenti coercitivi.

Molte persone si trovano costrette, infatti, dopo un TSO, a subire contro la loro volontà la somministrazione forzata in forma di depot (iniezioni mensili o trimestrali) di antipsicotici.

È etico costringere le persone a subire trattamenti che ledono l’integrità fisica e psichica della persona in assenza di prove di un effetto terapeutico?

È etico costringere le persone a subire un trattamento depot quando le evidenze scientifiche dimostrano che il trattamento a lungo termine ha un esito peggiore rispetto a un trattamento a breve termine o nessun trattamento?

Oppure il trattamento farmacologico perde il significato di cura e acquista un ruolo di strumento di controllo sociale?

Il ruolo delle case farmaceutiche

L’industria farmaceutica ha incoraggiato la diffusione dell’uso degli antipsicotici, a volte anche in modo fraudolento, per pratiche che vanno al di là delle psicosi come il controllo del comportamento dei bambini.

In questa cornice, l’allargamento dei criteri diagnostici del disturbo bipolare, diagnosi che attualmente potrebbe essere affibbiata a chiunque, gli antipsicotici possono essere prescritti a tutti. Infatti, parafrasando David Healy, il “nervosismo quotidiano” è sostanzialmente universale.

La loro prescrizione si estende anche a moltissime altre diagnosi come la depressione, l’ansia e vengono nominati con termini edulcorati e rassicuranti come “stabilizzatori dell’umore”.

La prescrizione sempre più indiscriminata di queste sostanze nocive rappresenta un notevole problema di salute pubblica sempre più in espansione e sempre più preoccupante di cui bisogna occuparsi.

Note sull’autrice del libro Le pillole più amare:

La Dr.ssa Joanna Moncrieff è docente presso la University College di Londra. È una delle fondatrici e co-presidentessa della Critical Psychiatry Network. Ha scritto tre libri: The Bitterest Pills qui tradotto e presentato come Le pillole più amare, The Myth of the Chemical Cure e A Straight Talking Introduction to Psychiatric Drugs.

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Recentemente ha tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici".