Foreste mentali. Dov’è il sentiero? – Storia di Maria

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Storia di Maria

Un tormento mi accompagna da anni. Un vecchio professore di psichiatria mi diceva sempre: quello che noi vediamo sono i rami, le radici sono a casa!

Questo mi toccava da vicino. Mia madre era affetta da un delirio persecutorio e una grossa gelosia verso di me, che la spinse a vedere nella sua fantasia una situazione incestuosa come reale e, minacciata fisicamente, mi costrinse ad allontanarmi di casa a 16 anni.

Mi sentivo sporca. Cosa avevo fatto per causare la sua ira di immorale? Non trovavo le risposte.

Rispose il mio corpo che ingrassava a vista fino ad arrivare al quintale per tutelarmi dalla sessualità. Se mio padre era sporco figuriamoci gli altri uomini.

Cominciarono così le prime depressioni, i primi nuclei psicotici. Serpenti nel letto, aghi che camminavano nel mio corpo. Carne che si apriva e buttava siero.

Andavo in psicoterapia a giorni alterni. Facevo pure terapia di gruppo, pagando il tutto con lavoretti di assistenza privata che mi trovavo, avendo abbandonato il liceo classico e iniziato la scuola infermieri per mantenermi. Era un calvario. Unico farmaco: Xanax.

Odiavo mia madre. Non capivo la sua sofferenza. Era una bellissima donna piena di entusiasmi e voglia di conoscenza, mutilata dai suoi demoni.

Ad un certo punto, lavorando in analisi mi resi conto che mio nonno era stato il suo carnefice. Lei era una vittima come me. Mia zia era in manicomio, mio cugino in un delirio gravissimo.

Nemesi storica della mia famiglia? Genetica? Ma io ero sicura che Se la bambina e l’adolescente Maria fossero cresciute altrove, tutto questo non sarebbe stato. Era il vissuto a renderci diversi e fragili, non i cromosomi!!

Questo anche i miei familiari di cui ignoro la vita, ma ne sono certa. Una catena di brutte storie che si ripetevano impotenti.

Tuttavia, non perdonavo dentro. Il risentimento di essere figlia di quella donna e non di un’altra amabile e tutta crostate, mi logorava come se fossi portatrice di un anatema mortale. Prendermi cura degli altri col mio lavoro dava un senso alla mia vita. Per me chiedevo poco o nulla.

L’esigenza terapeutica di contattare più a fondo il mio femminile e quindi il mio rapporto con mamma mi hanno spinto a trasferirmi in psichiatria. Ero fortemente motivata al punto di cambiare azienda in cui lavoravo. Entrare in SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, ndr) per provare a trovare un punto di incontro con mia madre.

Ingenuamente credevo che avrei potuto parlare con lei come sognavo da ragazza: con complicità, con allegria, con contatto fisico. Più lavoravo e più mi rendevo conto che dovevo accettare mia madre e amarla per come era, vittima del suo grande dolore, incapace di fare meglio.

Lì è cominciato tutto in grande. La nemesi storica si è abbattuta implacabile. Tentato suicidio. Ideazione violenta e implacabile.

Mi mettono sotto Haldol e altri dieci farmaci. Mia sorella si prende la responsabilità di non farmi andare in clinica, di portarmi a casa e controllarmi 24 ore su 24. Tremavo tutta, mi danno il Disipal.

I miei erano scesi un attimo al supermercato sotto casa. Io dormivo. Dormivo sempre con quei farmaci. Il Disipal mi provoca una reazione avversa. Crisi dissociativa.

Mi sveglio improvvisamente, non so chi sono, come mi chiamo, dove mi trovo, cosa mi circonda. Apro la porta che mi si richiude dietro. Mi trovano nuda come un verme accucciata contro un muretto tutta tremante e confusa. Parte ovviamente il ricovero di nuovo.

Esistono cliniche, esistono lager. Stavolta era urgente e pur essendo una collega mi mettono in un lager. Perdi i diritti di essere umano. Via i lacci delle scarpe, via le bottigliette, via accendino, via il caricabatterie del cellulare. Coglioni.

In SPDC un paziente deprivato di tutto si è suicidato con il lenzuolo tirandosi al termosifone… perché dopotutto anche morire, se uno non ce la fa più, è un diritto.

Uomini divisi dalle donne. Limite invalicabile. Stazionavi. Medico una volta a settimana. Psicologo nulla. Terapia. Pasti. Riabilitazione assente. Giochiamo a VEGETO.

Divento irascibile, oppositiva, critica. Come disse una volta un paziente, ai Parioli dite “Eccitata”, a Primavalle diciamo “Incazzata”. Mai vista una struttura peggiore.

Comincio a chiedere con vigore le dimissioni visto che sono in regime di TSV (Trattamento Sanitario Volontario, ndr) oppure di rimandarmi in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, ndr) e se ci sono i presupposti al Diagnosi e Cura.

Forse avevano la coscienza sporca rispetto alle mie rivendicazioni. Mi hanno affidato a mia sorella, ma gli stronzi mi hanno dimesso con diagnosi di disturbo borderline. Naturale, tu fai casino perché nulla funziona e loro ti cambiano etichetta a te. Stronzi incapaci fregasoldi alla Regione.

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Recentemente ha tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici".