Riprendersi la vita dopo una diagnosi di schizofrenia – Storia di Greta

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Laura Guerra

Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile.
Recentemente ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie".

Pubblichiamo la testimonianza di Greta (nome di fantasia), che ci spiega che le diagnosi psichiatriche sono solamente etichette a cui non bisogna credere e che non devono influenzare la nostra vita.

Prendersi cura di sé e lavorare su sé stessi permette di riprendere in mano la propria vita.

 

Premessa

La speranza che la mia testimonianza esorti familiari e utenti con qualsiasi tipo di diagnosi a mettersi in gioco e a credere che si può vedere la luce in fondo al Tunnel. PERSEVERANZA e tanto mettersi in discussione.

Greta

 

Storia di Greta

“Sono una donna di 49 anni, 14 anni fa, a causa di forte stress dovuto ad un mobbing persistente nell’azienda in cui lavoravo, mi è stata fatta una diagnosi di schizofrenia/schizoaffettività perché avevo cominciato a sentire le voci.

Ho perso tutto per ben 3 volte (lavoro, “fidanzati” del momento tra i miei 35 anni ed i miei 45 anni). Ogni volta che cambiavo azienda/lavoro e vivevo situazioni di stress che mi riportavano all’esperienza di anni prima di mobbing, avevo una ricaduta.

Ho lottato molto, moltissimo per rifarmi ogni volta (l’ennesima volta nella mia vita) una vita. Ho un carattere combattivo, è stato durissimo ma so che si può riuscire a vincere, mai mollare, anche se si è soli… mai credere nell’etichetta che gli psichiatri ti danno. MAI!

Diciamo che mai ho accettato la terapia farmacologica, ma l’ho seguita obbligatoriamente con un depot (iniezione ) per ben 14 anni… Forse, dico forse ci sono stati anche dei momenti che il neurolettico mi ha anche fatto realmente da stampella, ma sapere qual è il sottile confine tra il disturbo e le conseguenze dello psicofarmaco è difficile.

Persino il mio attuale compagno, che mi sta a fianco da 8 anni, dice che è impossibile stabilire il confine esatto… ora sono diversa… sono guarita. Ho di nuovo un lavoro da quasi 3 anni.

Con la terapia farmacologica in corpo è stato duro alzarmi ogni mattina e trovare la forza di concentrarmi sul lavoro. Ho avuto notevoli difficoltà all’inizio, causa astenia, ho avuto il coraggio di parlarne con i miei datori di lavoro. Non tutti sarebbero stati comprensivi ed empatici.

Non è un lavoro propriamente “protetto”, è un lavoro impegnativo, ma l’accortezza dei miei datori di non caricarmi troppo nei primi mesi, mi ha dato l’opportunità di farcela.

Importante e terapeutico è stato per me il lavoro, ogni giorno un piccolo passo verso il riappropriami della fiducia in me stessa, della mia sicurezza delle mie capacità professionali. Il lavoro non ti capita però, te lo devi cercare, io l’ho voluto spasmodicamente, a tutti i costi per sentirmi inclusa e parte della società, quella stessa che mi ha sempre rifiutata nei momenti di maggiore crisi.

Ad oggi ho avuto da parte dei miei datori una valutazione professionale ottima, il mio compagno mi vede tranquilla, non addormentata dallo psicofarmaco, più reattiva, più energica, ho diminuito sotto controllo medico la terapia negli ultimi 3 anni, ossia da quando ho ricominciato a lavorare e da 3 mesi ho iniziato un percorso di lenta dismissione.

Inizialmente la mia dottoressa era reticente, è stato difficile ed un continuo lavoro di compromessi raggiunti con la mia dottoressa, con l’obiettivo comune di poter lavorare in azienda con meno astenia, dovuta al neurolettico, possibile.

Il lavoro che però ho fatto su me stessa, il rendermi conto delle criticità che nella mia vita mi hanno portato ad avere degli episodi psicotici, una maggiore responsabilità nel prendermi cura di me stessa a livello mentale, mettendo in campo nuove strategie per superare le mie fragilità, tutto questo è stato vitale per la giusta contrattazione con la mia dottoressa.

Ad oggi so che SI PUÒ VIVERE UNA VITA NORMALE, certo che si può!

La mia diagnosi è sempre stata “dura”, impietosa ai miei occhi, ma mai mi sono arresa a sentirmi “disabile”, sono una persona molto proattiva, mi metto spesso in gioco, mi sono sempre messa in gioco. Il periodo di dismissione del farmaco coincide inoltre con maggiore energia per attività fisica, che mi aiuta mentalmente a contrastare le preoccupazioni del tipo “ce la farò senza farmaco?” “Avrò sintomi di astinenza?”

E dulcis in fondo, il mio compagno ed io due settimane fa abbiamo deciso di sposarci. Sono sicura che questo passo il mio compagno non l’avrebbe mai fatto se non fosse sicuro che ora sto veramente bene, che sono un po’ più padrona della mia vita.

HO RIPRESO IN MANO LA MIA VITA CON DIAGNOSI DA SCHIZOFRENIA! SI PUÒ. SI DEVE LAVORARE MOLTO SU SE STESSI MA SI PUÒ!