Si può perdere la testa per ritrovare il cuore che pensavi di aver perso? – Storia di Chiara

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Susanna Brunelli

Chiedersi il perché la vita si accanisce portando tanta sofferenza è domanda sprecata. La domanda più utile da farsi è: “Come posso fare per gestire tante difficoltà?”

Questo racconto è intriso di eventi che lasciano pensare che sia necessario trovare delle strategie di sopravvivenza per non cadere in un vortice senza fine, viene spontaneo credere che c’entra molto l’ereditarietà. Ma se invece fosse perché si protrae lo stesso tipo di risposta tramandata di generazione in generazione a certi stimoli che la vita ti manda fino a quando qualcuno non rompe lo schema? È sufficiente cambiare programma mentale per vivere al meglio delle proprie possibilità?

(Susanna Brunelli)

 

Si può perdere la testa per ritrovare il cuore che pensavi di aver perso? – Storia di Chiara

Mi chiamo Chiara ho 53 anni e vivo a Palermo. Sono costretta a mantenere l’anonimato per evitare i pregiudizi di chi mi vive accanto. Siamo nel 2023 ma ancora regna la convinzione che chi soffre di disturbi psichici sia matto e quindi viene emarginato.

Sono nata in una famiglia disagiata. I miei problemi sono iniziati quando mia madre partorì mia sorella. Stette male, si ammalò, cominciò a non dormire, a raccogliere spazzatura. Mio zio la afferrò per i capelli e la portò in psichiatria. Le diedero psicofarmaci Da quel momento  ho vissuto con una madre malata, assente. Mia madre  non si riprese più.

Nel frattempo, mio padre venne riformato dall’Arma dei Carabinieri per problemi psichici e per peggiorare la situazione  entrò in dialisi per problemi renali. Abitavo in una casa fatiscente, vecchia, con pochi mobili. Mio  padre era aggressivo, beveva e non si curava della famiglia. Spendeva il denaro tutto per sé.

Io non avevo vestiti da mettere, me li regalava la mia amica quando li dismetteva. Mio padre maltrattava mia madre, la offendeva, a volte la picchiava. Sicuramente mia madre si è ammalata perché aveva un marito malato. In questa situazione di degrado eravamo anche estremamente isolati.

Inoltre, essendo mia madre malata ero io a prendermi cura di mio padre. Il percorso di dialisi è duro ed estenuante.

L’assistente sociale da me interpellata, nella sua relazione scrisse che io ero sostenuta psicologicamente dal mio fidanzato. Pensavo che il nostro sarebbe stato un matrimonio d’amore,  ma in realtà non l’amavo davvero. Capii in seguito che era solo il mezzo per fuggire da casa.

Desideravo avere una famiglia mia ed ebbi subito un bambino.  Poi arrivò anche una  bambina, ma ero immatura per fare la mamma. La serenità della nostra unione durò poco, circa sei anni.

Nel frattempo, mia madre si separò e andò a vivere con mia sorella. La convivenza con mia madre non risultò facile e cominciò anche lei ad avere disturbi psichici.

Infatti, lo psichiatra disse a mia madre che con il suo comportamento stava facendo ammalare anche mia sorella. Io non mi ero accorta della gravità della situazione, ma un giorno mia madre andò in bagno e  si lanciò dal secondo piano. Non morì, subì soltanto delle fratture.

Dopo un po’ di tempo, mentre era in casa con mia sorella e il suo fidanzato, tentò di nuovo di suicidarsi buttandosi dal balcone. Si salvò perché i fili della biancheria frenarono la caduta, ma si ruppe il bacino. Così la portarono in una casa di riposo. Dissero che era schizofrenica ed in effetti sentiva delle voci che le dicevano di uccidersi.

Comunque, penso che Dio mi ha fatto un gran dono in quanto mia madre è morta per cause naturali e non per suicidio. Mi ha risparmiato un gran dolore.

Ma i problemi non cessarono lì. In un pomeriggio di marzo, freddo e buio, aspettavo mio marito fuori dall’ospedale dove era andato per una visita di controllo. Lui mi venne incontro piangendo e mi disse: “ho i reni policistici come mio padre!” Io rimasi fredda, ghiacciata, muta come una statua di marmo.

Non sapevo che mio suocero avesse i reni policistici. Pensai immediatamente che anche i miei figli avrebbero potuto ereditare la stessa anomalia .Mi sentii letteralmente morire, come un corpo senza un’anima.

Passarono gli anni e mio marito non si prendeva cura di sé e un giorno finì d’urgenza in ospedale. Ricordo la scena orribile: Era a letto, vomitava ed aveva diarrea. Gli misero un tubo trasparente nella giugulare che usciva dal collo. Io ero distrutta, mi appoggiavo al muro, mentre gli altri, madre, fratello, cognato erano lì, affranti anch’essi. Era un dolore insopportabile.

Tornò a casa con quel tubo. Io tremavo nel letto. Lo vidi dializzare nella stessa clinica, nello stesso posto letto dove mio padre era stato in dialisi per 13 anni. Vedere uscire il sangue dal collo, entrare nella macchina e ritornare nel collo era terrificante.

Il medico mi disse: “signora, suo suocero, suo padre, suo marito…” e io pensavo ai miei figli. Schiacciata dal dolore non ressi. Non fui capace di stargli accanto.

Pensavo “Chiara devi essere forte, non fare la fine di tua madre che quando tuo padre fece la dialisi crollò”. Mi feci coraggio e convinsi i miei figli 17 e 13 a venire con me a fare un’ecografia inventando una scusa. Il medico, dopo gli esami mi disse che mio figlio aveva i reni tempestati dalle cisti, mentre mia figlia stava bene.

Ero disperata, ma cercavo di non farlo capire ai miei figli. Ero ormai priva di forze e pensavo che avrei preferito morire piuttosto che vedere anche mio figlio in dialisi.

Scrivendo questo mi rendo conto che questa è stata l’unica volta che ho pensato di morire. Poi ho cominciato a pensare che dovevo stare bene per donare un rene a mio figlio, cosa che non avrei fatto per mio marito, dal momento che non si curava, mentre mio figlio era giovane e aveva la vita davanti a sé. Mio figlio, in realtà  ha reagito bene alla situazione e mi disse: “mamma meglio di un tumore”.

Come se non bastasse, una sera ricevetti una telefonata dall’ospedale. Mi dissero di andare con urgenza, perché mia sorella si era gettata dal secondo piano della clinica dove si era fatta ricoverare volontariamente.

Quando arrivai in ospedale lei stava piangendo con una voce che sembrava quella di una bambina che chiamava la mamma. Si era fratturata i talloni, alcune vertebre e rischiava di rimanere sulla sedia a rotelle.

Prima dell’accaduto, mia sorella voleva uscire dall’ospedale col fidanzato che era venuto a trovarla. Avrebbe potuto uscire firmando, perché  si era ricoverata volontariamente, ma non la fecero uscire. Nonostante il personale si fosse accorto che era molto agitata, non diede importanza al suo stato. In seguito lei fu risarcita con svariati milioni di euro per negligenza del personale ospedaliero che non l’aveva sorvegliata nel suo stato d’agitazione.

Nel frattempo, mi innamorai di un collega e cominciammo  una relazione e i miei familiari lo scoprirono.

Da allora, son passati ben dieci anni, non vedo e non sento i miei figli.

Il dolore che provavo mi fece impazzire. Avevo 44 anni e comincia ad avere seri episodi di insonnia. Uno psichiatra di cui mi fidavo, mi diede Tavor 2,5 mg, ma mi procurò agitazione alle gambe, tremavano da sole (si chiama acatisia nel gergo medico). Lo psichiatra mi diede allora un antiepilettico e poi un antidepressivo.

Io, che non avevo mai preso psicofarmaci, cominciai a stare male. Il Tavor mi faceva “l’effetto di una bomba”. Così aggiunse  l’olanzapina (Zyprexa, ndr). Ebbi strani effetti collaterali. Ricordo d’estate al mare sotto l’ombrellone sentivo molto caldo, poi  facevo il bagno e avvertivo una forte sensazione di freddo.  Ricordo anche che di sera, quando uscivo, rischiavo di defecarmi addosso, se non trovavo un bar.

Non c’era dubbio: stavo male. Decisi quindi  di optare per un ricovero volontario. Ma mi  diedero altri psicofarmaci e quando  fui dimessa stavo ancora male e subii un altro ricovero.

A quel punto mi dissero che non si trattava solo un episodio depressivo, ma mi “appiopparono” la diagnosi di disturbo bipolare.

Andai allora da un medico privato che mi diede una dose massiccia di antidepressivo; questo mi fece andare in euforia. Dormivo solo due ore al giorno. Non ero mai stanca. Da qui la prescrizione di un antipsicotico. Anni di sofferenze e ricoveri.

Una paziente, mentre ero ricoverata, una notte cercò di strozzarsi con il tubo della doccia. Le  persone ricoverate, per le massicce dosi di sedativi sembravano zombie, erano inespressive, fumavano, elemosinavano e passeggiavano avanti ed indietro per i corridoi.

Passarono degli anni e mi incominciai a sentir meglio. Bene. Chiesi dunque al mio psichiatra del CSM (Centro di salute mentale, ndr) di aiutarmi a scalare gli psicofarmaci. Al suo rifiuto, arrabbiata, li tolsi tutti di un colpo: un inferno!

Le mie gambe, dopo alcuni giorni, tremavano senza sosta. Andai in fase euforica, fui ricoverata. Qui incontrai un medico che mi stabilizzò. Col tempo cominciai a sentirmi meglio, ma prendevo 4 farmaci Resilient, Lamictal, Wellbutrin e Depakin. Mi cadevano i capelli a ciuffi e ingrassai tanto. Dissi al medico che non potevo accettare questi effetti collaterali, soprattutto la caduta dei capelli. Allora mi tolse di botto il Depakin e fortunatamente non successe nulla, stavo  bene.

Ma ero alla continua ricerca di un medico che mi aiutasse a sospendere gli psicofarmaci. Ne trovai uno che mi tolse il Wellbutrin dicendomi che poteva essere pericoloso e portarmi all’euforia. Mi disse poi che se volevo dimagrire mi avrebbe tolto anche il Lamictal. Per problemi personali, tuttavia, smisi di andare da lui.

La mia ricerca di un medico che mi aiutasse a togliere gli psicofarmaci però non si arrestò. Avendo fatto l’esperienza di togliere di botto il Resilient (Litio, ndr), cominciai, invece, a ridurlo lentamente.

Oggi mi sento bene, prendo solo il Lamictal, ma ho paura di toglierlo da sola perché temo un effetto rebound.

Desidero essere rivalutata, per vedere se posso di vivere senza farmaci. Lavoro, ho una

casa, ma voglio dimagrire, voglio fare sport. Voglio condurre una vita sana, in un ambiente sano. Purtroppo, gira tutto intorno al denaro e questo limita la mia possibilità di fare una buona psicoterapia.

Attualmente vivo da sola, perché anche l’ultima non era poi una relazione sana. Mi sono innamorata perché non avevo la forza di stare con mio marito. Vivo ogni giorno con il dolore nel cuore perché vorrei chiedere scusa a mio marito, ai miei figli.

Ho giurato a me stessa che per nessun motivo entrerò più in psichiatria. Non andrò mai più da uno psichiatra. Che qualunque cosa mi accada nella vita cercherò di essere forte, anche se non dovessi rivedere mai più i miei figli. È un dolore costante , ma io lo tengo a bada. Ci convivo e cerco di mandar via i pensieri negativi.

Ho reagito al mio dolore, ai pensieri del tipo “sei finita, hai perso tutto, casa, famiglia, figli, salute, sei indebitata”. Ora penso positivamente, opponendomi alle avversità. Non sono finita, avrò una casa. Avrò un compagno. Riavrò i miei figli. La vita è bella, io amo il mondo, amo la vita, il

mare, il cielo, il sole, la musica, Credo in Dio, la mia forza.

Un medico mi fece i complimenti quando andai a trovare mia sorella, perché nonostante tutte le avversità della vita, capì che io cerco di stare bene. Mi bastano le cose semplici: il sole, il mare.

Vorrei che questa mia testimonianza servisse a chi sta male per dimostrare che ce la possiamo fare, basta volerlo. Volere è potere, non è una frase fatta: forza e coraggio!

Ci vuole amore, l’amore guarisce. Una pillola, le gocce, non guariscono il dolore. Non ti danno una casa, un lavoro, un figlio o una famiglia. Non ti danno quello di cui hai bisogno e non possono cancellare il tuo dolore.

Non serve curare il sintomo, ma bisogna andare all’origine del malessere. Questo uno psicofarmaco non lo può fare. Un medico mi disse che lo psicofarmaco è una stampella, serve per il 30 %, ma che il 70 % dovevo metterlo io.

Ditemi cosa posso fare per aiutare gli altri. Penso di avere superato tanto.

Chiara

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Il mio nome è SUSANNA, dal 1963, ma sono rinata il 18 marzo 2019. La mia vita è ricca di episodi e di esperienze gioiose, ma anche molto tristi e drammatiche. Non c'è bene o male, giusto o sbagliato, ma solo ciò che evidentemente serviva per portarmi dove sono ora. Da molti anni conosco l’ambiente psichiatrico, prima come familiare, poi, per un periodo relativamente breve ma intenso come l’inferno, ho vissuto un'esperienza come diretta interessata. Tutto il resto lo racconto a chi mi vuole leggere o ascoltare oppure conoscere personalmente. Il mio motto è: TUTTO E’ POSSIBILE !