La storia naturale del disturbo bipolare prima degli psicofarmaci: una ricostruzione storica documentata

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Laura Guerra

IMPORTANTE: Questo articolo ha unicamente finalità informative e non è una esortazione alla sospensione degli psicofarmaci.

“Gli psicofarmaci possono causare reazioni di astinenza, talvolta includendo reazioni emotive che minacciano la vita e problemi di astinenza fisici. In breve non è solo pericoloso cominciare ad assumere psicofarmaci, ma è anche pericoloso sospenderli.
La sospensione degli psicofarmaci dovrebbe essere eseguita sotto una attenta e collaudata supervisione clinica”. (cit. Peter Breggin)

 

La storia naturale del disturbo bipolare prima degli psicofarmaci: una ricostruzione storica documentata

Introduzione

Prima dell’era degli psicofarmaci moderni, il disturbo maniacale-depressivo (l’antenato del “disturbo bipolare”) aveva una storia naturale episodica, con lunghi periodi di pieno recupero, bassa cronicità e limitata disabilità (Angst & Sellaro, 2000; Journal of Affective Disorders, 2009). Whitaker documenta che la trasformazione in una condizione cronica, ricorrente e altamente invalidante coincide con l’introduzione e la diffusione di antidepressivi, antipsicotici e stabilizzatori dell’umore (Whitaker, 2010).

Per comprendere cosa sia diventato oggi il disturbo bipolare, bisogna tornare a quando non si chiamava ancora così. Nella psichiatria classica – Kraepelin, Leonhard, gli psichiatri tedeschi e scandinavi della prima metà del Novecento – la “malattia maniaco-depressiva” era una condizione rara, ben delimitata e soprattutto non cronica (Zaccagni, Colombo & Aceti, 2008; Mason, Brown & Croarkin, 2016).

Le cartelle cliniche degli ospedali psichiatrici europei tra il 1900 e il 1950 mostrano un quadro sorprendentemente diverso da quello odierno: la maggior parte dei pazienti attraversava un episodio acuto, veniva ricoverata per alcune settimane o mesi, e poi tornava alla vita normale, spesso senza ulteriori ricadute per anni (Angst & Sellaro, 2000).

1. I gruppi di pazienti osservati prima dell’era degli psicofarmaci: remissioni complete e decorso benigno

Whitaker cita diversi studi pre‑1950 che documentano la storia naturale del disturbo (Whitaker, 2010):

  • Studi tedeschi degli anni ’20–’30 (Kraepelin, Leonhard): la malattia maniaco-depressiva è descritta come episodica, con lunghi intervalli di piena remissione (Zaccagni et al., 2008).
  • Coorti scandinave degli anni ’30–’40: remissioni complete nel 60–70% dei casi, con un numero di episodi molto basso (Angst & Sellaro, 2000).
  • Studi americani pre‑1955: la maggior parte dei pazienti ricoverati per mania o depressione severa non sviluppa forme ricorrenti; la disabilità a lungo termine è limitata (Journal of Affective Disorders, 2009).

In queste descrizioni cliniche, la malattia non “degenera”. Non diventa progressiva. Non si cronicizza. È un disturbo che arriva, sconvolge, e poi si ritira.

La psichiatria dell’epoca non parla di “bipolare II”, “cicli rapidi”, “instabilità cronica dell’umore”. Queste categorie semplicemente non esistono (Mason et al., 2016).

 

  1. Il concetto di ciclicità prima degli psicofarmaci

Quando Kraepelin parla di ciclicità, non intende ciò che oggi chiamiamo “rapid cycling” o cicli rapidi. Per lui, la ciclicità è:

  • un episodio maniacale
  • seguito, mesi o anni dopo, da un episodio depressivo
  • con intervalli di normalità completa

Questa interpretazione è coerente nelle fonti storiche (Zaccagni et al., 2008; Mason et al., 2016). Gli intervalli erano spesso lunghi anni, e la maggior parte dei pazienti conduceva una vita pienamente funzionale tra un episodio e l’altro.

Whitaker sottolinea che questa descrizione è coerente in tutte le fonti pre‑1950: la malattia è intermittente, non continua (Whitaker, 2010).

 

  1. Il punto di svolta: l’arrivo degli antidepressivi

La trasformazione del disturbo avviene tra gli anni ’50 e ’60, con l’introduzione dei primi antidepressivi triciclici, come imipramina e amitriptilina (commercializzati rispettivamente come Tofranil e Laroxil).

Gli psichiatri iniziano a osservare fenomeni nuovi:

  • episodi maniacali indotti dal farmaco
  • aumento della frequenza degli episodi
  • comparsa di forme più instabili
  • riduzione degli intervalli di remissione

Whitaker documenta che, negli anni ’70–’80, con la diffusione massiccia degli antidepressivi, la diagnosi di “bipolare II” esplode (Whitaker, 2010). Non perché la biologia umana sia cambiata, ma perché i farmaci destabilizzano una parte dei pazienti, creando oscillazioni che prima erano rare (Moncrieff, 2008, 2022).

 

  1. Gli antipsicotici e la cronicizzazione

Negli anni ’90, con gli antipsicotici atipici (olanzapina, quetiapina, risperidone), il decorso cambia ancora.

Studi longitudinali mostrano:

  • aumento delle ricadute
  • aumento dei cicli rapidi
  • aumento della disabilità
  • riduzione delle remissioni complete

Whitaker collega questo fenomeno alla sensibilizzazione dopaminergica indotta dagli antipsicotici (Whitaker, 2010). Moncrieff interpreta questo come un effetto iatrogeno: non è la malattia a diventare cronica, è il trattamento a modificarne la traiettoria (Moncrieff, 2008, 2022).

 

  1. La diagnosi si espande: da disturbo raro a categoria elastica

Parallelamente, la diagnosi si allarga. Il DSM‑III (1980) introduce il “bipolare II”. Il DSM‑IV (1994) amplia ulteriormente i criteri. Il DSM‑5 (2013) include forme sub‑soglia e specificatori che rendono la categoria ancora più ampia (Passos, Mwangi & Kapczinski, 2016; Mason et al., 2016).

Whitaker osserva che questa espansione coincide con la necessità di trovare nuove indicazioni per antidepressivi e antipsicotici (Whitaker, 2010). Moncrieff aggiunge che la narrativa biologica (“malattia cronica da trattare a vita”) ha giustificato l’uso cronico dei farmaci, anche quando le evidenze non lo supportavano (Moncrieff, 2008).

 

  1. La conclusione storica: una malattia che cambia perché cambia la cura

La storia naturale del disturbo bipolare, ricostruita attraverso le fonti pre‑1950, mostra un quadro chiaro:

  • prima degli psicofarmaci, la malattia era episodica, con remissioni lunghe e bassa cronicità (Angst & Sellaro, 2000);
  • dopo l’introduzione di antidepressivi e antipsicotici, diventa più frequente, più instabile, più cronica (Whitaker, 2010);
  • la diagnosi si espande e ingloba forme più lievi (Passos et al., 2016);
  • il decorso naturale viene modificato dai trattamenti stessi (Moncrieff, 2008, 2022).

Whitaker sintetizza così il cambiamento: Il disturbo bipolare, un tempo raro ed episodico, è diventato una condizione cronica nell’era degli psicofarmaci (Whitaker, 2010).

Moncrieff aggiunge che questa trasformazione è stata accompagnata da una narrativa biologica che non ha basi solide, ma che ha contribuito a consolidare l’idea di una malattia “progressiva” che richiede farmaci a vita (Moncrieff, 2008).

 

Bibliografia

Angst, J., & Sellaro, R. (2000). Historical perspectives and natural history of bipolar disorder. Biological Psychiatry, 48(6), 445–457.

Journal of Affective Disorders. (2009). A review of the natural course of bipolar disorders (manic–depressive psychosis) in the pre-drug era. Journal of Affective Disorders, 115(3), 303–311.

Mason, B. L., Brown, E. S., & Croarkin, P. E. (2016). Historical underpinnings of bipolar disorder diagnostic criteria. Behavioral Sciences, 6(3), 15.

Moncrieff, J. (2008). The myth of the chemical cure: A critique of psychiatric drug treatment. Palgrave Macmillan.

Moncrieff, J. (2022). A straight talking introduction to psychiatric drugs. PCCS Books.

Passos, I. C., Mwangi, B., & Kapczinski, F. (2016). Historical roots of bipolar disorder. In Bipolar Disorder: Clinical and Neurobiological Foundations (pp. 1–15). Springer.

Whitaker, R. (2010). Anatomy of an epidemic: Magic bullets, psychiatric drugs, and the astonishing rise of mental illness in America. Crown.

Zaccagni, M., Colombo, P. P., & Aceti, F. (2008). A history of bipolar disorder: From Areteo of Cappadocia to DSM-IV and bipolar spectrum. Rivista di Psichiatria, 43(4), 211–218.

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Ha inoltre tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici". Recentemente, insieme a Marcello Maviglia e Miriam Gandolfi, ha pubblicato il libro "Sospendere gli psicofarmaci: Come e perché. Costruire un percorso personalizzato ed efficace.