Trovare un nuovo posto nel mondo attraverso l’ascolto e le buone relazioni – Storia di Amelia

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Laura Guerra

Trovare un nuovo posto nel mondo attraverso l’ascolto e le buone relazioni – Storia di Amelia

Un racconto di sofferenza, rifiuto, cattive relazioni, fino alla svolta: aprirsi, ascoltare, farsi ascoltare e fidarsi. L’ascolto di un bravo psicoterapeuta è importante e fondamentale se si trova la persona che comprende il disagio che si prova e sa dare una buona chiave di lettura. 

I farmaci sono solo una stampella che serve fino a quando non si è di nuovo in grado di camminare da soli e di comprendere il valore della vita che scorre dentro di sé.

Quando la sofferenza e le emozioni si ridimensionano, tutto trova un nuovo equilibrio e la vita torna a scorrere. 

Quando si ha la possibilità di esprimersi, anche attraverso i social o qualsiasi mezzo di comunicazione, ci si sente parte di un contesto in cui la persona può dire la sua e ottenere risposte e informazioni.

L’arte è elemento vitale per chi ama questa modalità di espressione,  presente e costante sia nella sofferenza che nella gioia.

La pittura è atto intimo e in connessione con la propria anima, senza doversi preoccupare di essere approvati, ma come atto puro, per il proprio Bene-Essere. (Susanna Brunelli)

Storia di Amelia

Certa che la mia testimonianza possa essere utile, scrivo.

Quindici anni fa stavo molto male e così chiesi aiuto  a uno psichiatra.  Mi sentivo confusa, al punto che, pensando di avere i poteri di Gesù che camminava sopra le acque, mi sporsi con una gamba dal balcone.

Il mio compagno  impallidì al vedermi fare quel gesto. Ritirai la gamba. Sentivo  voci che  mi dicevano di guardare il sole per illuminarmi. Lo feci, ma non mi illuminai. Ho ancora  delle lesioni alle cornee per quel gesto assurdo di guardare il sole senza protezione.

Ora so che la voce era semplicemente la mia mente che “mente”.

Qualche giorno dopo sono andata a bussare alla porta di uno psichiatra, cosa che mi avevano suggerito espressamente anche i carabinieri del paese. Lo psichiatra mi prescrisse le Zyprexa (olanzapina, antipsicotico, ndr), che io incominciai a prendere.

Poche settimane dopo  smisi di prendere le Zyprexa, ma continuai ad andarlo a trovare anche se in maniera irregolare: volevo solo parlare con lui.

Sei mesi dopo mi ritrovai in balìa di tante emozioni come se fossi sulle montagne russe, alternavo tra sentimenti  di amore e l’odio. E l’odio era feroce.

E fu proprio che in un raptus di tale odio verso il mio compagno, lo lasciai e con lui tutto il resto, dopo aver riempito la macchina con le mie cose e mi allontanai. Fattasi sera e dovendo dormire in macchina, buttai quasi tutto in un cassonetto della spazzatura per farmi spazio: vestiti, libri, i miei lavori di artigiana e di pittrice.

Ricordo che tenni solo due dipinti. Mi distesi dentro la macchina, ma avevo paura. La macchina era accanto ai bidoni della spazzatura. La paura aumentò quando una vecchietta cominciò ad aggirarsi intorno alla macchina. Forse stava aspettando che me ne andassi per poter frugare tra quello che avevo buttato. Decisi allora di andare da mia madre e dormii da lei.

Dopo un breve soggiorno a casa di una mia amica molto ospitale, ritornai con il mio compagno.

A casa sua ricominciai a dipingere ma senza tanta voglia, mi mancava l’ispirazione. Dopo un po’ stare con lui divenne un vero e proprio incubo e, purtroppo, l’alternativa di andare da mia madre lo era ancora di più.

D’altronde non avevo i mezzi economici per vivere da sola.

Stavo male, volevo vedere il mio psichiatra e  gli dissi che per un mese volevo stare da loro, perché non sopportavo né mia madre né il mio compagno e non avevo soldi per affittare nulla.

Dopo aver esplorato diverse alternative, lo psichiatra mi propose una struttura dove potevo mangiare, dormire e dalla quale ero libera di uscire e, al tempo stesso prendere le Zyprexa. Accettai l’offerta.

Finito il mese nella struttura psichiatrica tornai dal mio compagno, anche se poco convinta di quello che facevo.  Cominciai ad andare agli appuntamenti con lo psichiatra con regolarità. Lui mi ascoltava con pazienza e decisi di interrompere la terapia con Zyprexa.

Cominciai a riprendermi. Lavoravo instancabilmente. Mi ripresi anche economicamente e affittai un appartamento per conto mio.  Purtroppo, dopo un po’ di tempo, il mio compagno dovette lasciare la sua abitazione e venne a vivere con  me. Dopo qualche anno ci lasciammo, questa volta definitivamente.

Lo psichiatra continuò ad ascoltarmi per sette anni. Poi mi disse che non mi avrebbe più ascoltata perché stavo bene.

Allora cominciai a farmi ascoltare da uno psicologo, poi da un altro psicologo, e ora mi ascolta una psicoterapeuta. Vent’anni fa avevo voluto fare psicoterapia famigliare e i famigliari avevano accettato.

Ora invece nessun famigliare è interessato a fare psicoterapia familiare con me e quindi faccio psicoterapia individuale. Essere ascoltata mi ha dato tanto aiuto e me lo dà tuttora. Anche l’essere ascoltata dal libraio, dal fruttivendolo ed essere letta da chi mi legge mi è di aiuto.

Mi è andata bene non prendendo le Zyprexa, e finora non ho avuto più bisogno di tornare da uno psichiatra per la terapia con gli psicofarmaci.

Quindici anni fa non conoscevo Mat in Italy e nemmeno Mad in Italy, ma conoscevo il libro di Mara Selvini Palazzoli, “Giochi psicotici in famiglia”. In questo libro lei fa un accenno agli psicofarmaci. Mara Selvini Palazzoli aiutava le persone con la psicoterapia, e questo mi dava la forza per non tornare a bussare alla porta di uno psichiatra per uno psicofarmaco.

In certi periodi stavo ancora male, ma tiravo dritto senza psicofarmaci né droghe, solo nicotina. E ora mi danno forza anche Mat in Italy e Mad in Italy (gruppo Facebook e sito web, ndr). Continuo a non prendere psicofarmaci. Quattro anni fa ho smesso anche di fumare.

Non sono sovrappeso né sottopeso. Faccio attenzione: non mi drogo, né fumo né bevo e sto attenta alle relazioni. Lo psichiatra mi diagnosticò bipolare affettiva. Le relazioni sono un punto nodale del benessere individuale: ecco il punto!

Mi hanno ascoltata lo psichiatra, diversi psicologi e una psicoterapeuta mi ascolta tuttora. E li ringrazio tutti. È importante trovare persone da cui ci si sente aiutati e da ringraziare: non so se mi spiego. Ho letto tanto, oltre Mara Selvini Palazzoli, e sto migliorando il mio modo di relazionarmi agli altri.

Vivere senza illusioni. Dipingere per me stessa, senza ansia di prestazione. Quando la vena creativa si prosciuga bisogna aspettare con pazienza. E quando arrivano la creatività e l’ispirazione è gioia pura.

Le sfide della vita continuano, faccio meglio che posso. Ascolto e sono ascoltata, e cerco di comunicare meglio che posso. Ho migliorato anche la mia relazione con me stessa e con l’arte.

Il significato dell’arte nella mia vita e nella mia ripresa

Che cosa è un’opera d’arte? Perché la guardo? Cosa sia un’opera d’arte e chi è artista o chi è meno artista, non è compito dell’artista stesso spiegarlo.

L’artista crea, e quando la creatività diminuisce bisogna ritrovarla e basta, senza preoccuparsi se arriverà al pubblico con cui si connette.

Noi guardiamo le immagini artistiche che ci attraggono, con quelle che ci sentiamo collegati, ci colleghiamo a quell’artista, a quello che lui voleva esprimere, e nelle immagini riceviamo risposte, risposte senza parole.

Un’immagine, a qualcuno può suscitare un collegamento con l’artista, ad un qualcun altro no.

Almeno così è per me.

E per ora sempre attenta a non perdere la rotta.

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Recentemente ha tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici".