Terapia farmacologica o psicoterapia?

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IMPORTANTE: Gli psicofarmaci possono causare reazioni da sospensione, talvolta includendo reazioni emotive che minacciano la vita e problemi di astinenza fisici.  La sospensione degli psicofarmaci dovrebbe essere eseguita attentamente sotto una collaudata supervisione clinica e accompagnata da una buona psicoterapia per affrontare i problemi che ne avevano fatto intraprendere l’uso.

 

Sia la psicoterapia che la terapia farmacologica inducono cambiamenti nel cervello, ma mentre la prima cerca di riportare il cervello alla normalità, la seconda induce uno stato alterato del cervello a cui si aggiungono gli effetti collaterali dei farmaci.

Terapia farmacologica o psicoterapia?

Tutti i trattamenti dei disturbi mentali cambiano un qualcosa nel cervello. Lo psichiatra dell’età infantile, Sami Timimi, suggerisce pertanto di definire “psicoterapia” tutti i trattamenti, compreso il trattamento farmacologico.

Nel linguaggio comune, tuttavia, definiamo “psicoterapia” solo i trattamenti psicologici.

I trattamenti psicologici cercano di normalizzare un cervello che non funziona normalmente (si veda la linea in fondo alla figura).

Quella che potrebbe essere definita come “psicoterapia chimica” si basa sull’utilizzo degli “psicofarmaci”, che modificano il cervello, ma non lo ripristinano al suo “status quo”. Creano, infatti, uno stato artificiale che non è compatibile né con quello di partenza, né con quello disfunzionale precedente al trattamento. È ovvio che lo sviluppo di “un terzo stato” di funzionamento cerebrale è molto problematico, in quanto spesso è un vero e proprio “cul de sac” che non offre una via di uscita verso il raggiungimento dello stato originario di normalità.

Per farla breve, gli psicofarmaci non adempiono a questa funzione poiché i loro effetti non sono specifici e conferiscono all’individuo un senso generico di attenuazione dei sintomi e del disagio.

Differenti, invece sono gli effetti della “psicoterapia psicologica” che, mancando della componente iatrogenica, stimola reazioni cerebrali molto più naturali e adeguate alle sfide della vita.

In poche parole, molte persone con disagio emotivo a causa di eventi traumatici, sviluppano un repertorio di risposte inadeguate agli stimoli e alle sfide della vita, che possono essere modificate o sostituite tramite l’apprendimento di specifici meccanismi di gestione.

Sarebbe anche opportuno modificare le condizioni contestuali e ambientali, ma questo spesso viene trascurato.

Sfortunatamente, La “psicoterapia chimica” (psicofarmaci), come già accennato, opera in senso opposto. Gli psicofarmaci tendono ad attenuare l’elasticità delle funzioni cerebrali con possibile riduzione di interesse per la vita in generale (apatia). Come conseguenza si possono manifestare un ritiro dalle relazioni sociali, una mancanza di empatia in senso lato e, nel peggiore dei casi, anche un vero e proprio “torpore emotivo”.

L’empatia ha una valenza fondamentale: ci aiuta a riconoscere la sofferenza che potenzialmente infliggiamo agli altri e, quindi, a modificare i nostri comportamenti e le nostre reazioni. È necessario sottolineare che uno scarso senso di empatia costituisce uno dei meccanismi attraverso i quali gli psicofarmaci possono causare suicidi, atti di violenza e, nel peggiore dei casi, omicidi.

Continuando con la caratterizzazione degli effetti negativi degli psicofarmaci, va aggiunto che  possono possono causare la  perdita di aspetti fondamentali legati  alla motivazione, alla creatività e all’amore.

Purtroppo, questi effetti tossici vengono spesso interpretati come un “miglioramento” (il paziente è apparentemente meno disturbato o disturbante per i colleghi, la famiglia e gli amici), mentre in realtà sono espressione di danni cerebrali.

L’uso prolungato di psicofarmaci, in particolare, può causare danni cerebrali permanenti, che possono rendere impossibile un ritorno alla normalità, e anche allo stato della malattia originaria (prima del trattamento), mentre la psicoterapia e i cambiamenti ambientali avrebbero potuto avere un effetto positivo.

Anche l’elettroshock funziona nello stesso modo, danneggiando potenzialmente particolari aree del cervello con danni permanenti soprattutto per quanto riguarda le funzioni cognitive legate alla memoria.

Non c’è quindi da meravigliarsi che l’aumento del consumo di psicofarmaci è accompagnato da un crescente numero di pensioni di invalidità in tutti i paesi in cui questo legame è stato studiato ed analizzato.

In questa ottica sono da sottolineare i rischi che l’enorme crescita del consumo di antidepressivi comporta. Gli antidepressivi, infatti, aumentano il rischio di suicidio, non solo nei bambini e negli adolescenti, ma anche tra gli adulti.

È risaputo, invece, che la psicoterapia riduce il rischio di suicidio. Questa è una delle molte ragioni per cui i pazienti con depressione devono essere trattati con la “psicoterapia psicologica” e non con la “psicoterapia chimica”.

Bibliografia

  1. Breggin P. How psychiatric drugs really work. 11 Jan 2017. https://www.madinamerica.com/2017/01/how-psychiatric-drugs-really-work/↩
  2. Breggin P. How psychiatric drugs really work. 11 Jan 2017. https://www.madinamerica.com/2017/01/how-psychiatric-drugs-really-work/↩
  3.  Gøtzsche PC. Deadly psychiatry and organised denial. Copenhagen: People’s Press; 2015. ↩
  4.  Whitaker R. Anatomy of an epidemic. New York: Broadway Paperbacks; 2010. ↩
  5.  Gøtzsche PC. Antidepressants increase the risk of suicide and violence at all ages. 16 Nov 2016. https://www.madinamerica.com/2016/11/antidepressants-increase-risk-suicide-violence-ages/↩
  6.  Hawton K, Witt KG, Taylor Salisbury TL, et al. Psychosocial interventions for self-harm in adults. Cochrane Database Syst Rev 2016;5:CD012189. ↩
  7.  Gøtzsche PC. Antidepressants increase the risk of suicide and violence at all ages. 16 Nov 2016. https://www.madinamerica.com/2016/11/antidepressants-increase-risk-suicide-violence-ages/↩

 

Sami Timimi è uno psichiatra britannico, consulente in psichiatria infantile e adolescenziale presso il Lincolnshire Partnership NHS Foundation Trust e professore in visita presso l’ Università di LincolnSchool of Health and Social Care: Visiting Professor University of Lincoln.

Traduzione dell’articolo di Peter Goetsche per Mad in America https://www.madinamerica.com/2017/01/chemical-psychological-psychotherapy/

 

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Laura Guerra è laureata in Scienze Biologiche e ha conseguito il dottorato di ricerca in Farmacologia all'Università di Ferrara. Si interessa dei trattamenti psicofarmacologici nel contesto psicosociale del disagio emotivo. Pone particolare attenzione ai problemi dell'eta giovanile e infantile. Ha tradotto il libro di Peter Breggin "La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie". Recentemente ha tradotto il libro di Joanna Moncrieff "Le pillole più amare. La storia inquietante dei farmaci antipsicotici".