All’origine del disagio: la vittima di bullismo

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Francesca Bagaglia

Francesca Bagaglia, laureata in Psicologia, è psicologa e insegnante di sostegno. Si interessa delle conseguenze dei traumi in età evolutiva e adulta conseguenti a violenza assistita e a relazioni violente.

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Ormai sono passati secoli da quando Leibniz e Locke disquisivano nel 1600 sul fatto che noi nasciamo come una tabula rasa o con un piano già definito su ciò che diventeremo nella vita in piena derivazione dalla filosofia Cartesiana. Ci ritroviamo oggi ancora a dibattere su questa antinomia, su due poli opposti di questa visione. Se da una parte si parla di malattia come squilibrio chimico a carico dei neuroni cerebrali (ed è già una semplificazione che trascura molti aspetti biochimici), dall’altra si pone la massima responsabilità all’ambiente. La ricerca, in tal senso, è ancora molto viva e mi auguro sia questo uno spazio accogliente per ospitare ogni confronto su quanto sia innato e programmato, quanto sia geneticamente determinato, o quanto sia ampio invece, l’arco di possibilità che la nascita ci regala in corredo, quanto più fattori giochino alla vincita di una partita a poker nella nostra vita. Quale peso hanno gli eventi che da noi non dipendono, in quale misura giocano sul nostro benessere? Indipendentemente dal nostro corredo cromosomico, a fronte di eventi drammatici che la vita ci propone, mettiamo in campo competenze e ideiamo strategie di fronteggiamento diverse. Ciò non credo dimostri che vi siano capacità o talenti innati. Infatti mentre le prime esperienze relazionali con le figure primarie (madre e padre) iniziano con la nascita (se non con la gravidanza), gli eventi traumatici subentrano necessariamente dopo, quando la nostra esperienza con il mondo e con l’altro (la madre, il padre, i coetanei) è già avvenuta. Sappiamo invece, attraverso diverse ricerche che approfondiremo, che l’esperienza del vivere influenza la nostra biochimica ogni giorno. È ormai evidenza empirica di quanto un evento traumatico, vissuto a qualsiasi età, possa innescare una patogenesi, uno “stare male” sia fisico sia psicologico. Con frequenza crescente, nel mio lavoro di insegnante, osservo quanto gli episodi di discuria delle figure genitoriali, di violenza assistita, di bullismo e di emarginazione in età scolare possano, ad esempio, determinare un disagio psicologico che renderà incerto l’equilibrio dei bambini e dei ragazzi fino all’età adulta. Sono fermamente convinta che, come in una mano a poker, qualunque siano le carte che la vita ci regala alla nascita, l’esito della mano sia determinata, fortemente influenzata, sia da ciò che ci capiterà e da ciò che riusciremo a mettere in campo o sul tavolo da gioco. Se sul tavolo da gioco possiamo parlare di sorte, fortuna, destino, nella vita non solo avremo a che fare con la fortuna, spesso avremo a che fare con quelle nostre reazioni che a nostra insaputa si riveleranno fortunate o drammatiche. In entrambi i casi rischiamo di rimanerne imprigionati credendoci, a seconda degli esiti, invincibili o perdenti. Per questi motivi il trauma è quel momento in cui la vita ci sottopone, per le più svariate ragioni, indipendentemente dal nostro contributo, ad una situazione estrema di crisi (dal greco krisis “scelta, decisione”). Sei nella tempesta cosa fai? Quando ciò accade in età evolutiva, cioè quando ancora il nostro corredo di risorse emotive, affettive, culturali non è completo, il trauma mette a repentaglio la nostra capacità di rispondere positivamente al mondo e alla realtà. Allora quei genitori che non sono in grado di intercettare correttamente i bisogni di un figlio, o l’abuso di un carnefice e il silenzio di chi dovrebbe proteggere il bambino, o l’emarginazione dei coetanei, o gli attacchi di un bullo e del suo gruppo di gregari possono davvero porre le basi per un disagio psicologico e fisico difficile da risanare. Nel mio lavoro di educatrice incontro ogni giorno alunni con questi traumi. Apro con questo articolo focalizzando l’attenzione sugli effetti del bullismo nell’esperienza scolastica rimandando ulteriori approfondimenti alla questione del trauma in età evolutiva. Il primo annoso punto riguarda la scelta della vittima. Perché sono io il bersaglio di vessazioni, soprusi, violenze? Vorremmo tutti dire ad un bimbo, ad un adolescente che nulla c’entra il suo modo di essere con il divenire bersaglio di bullismo ma forse non è semplicemente così. Nella mia esperienza trovo illuminanti gli studi di René Girard (“Il capro espiatorio”, “La violenza e il sacro”) ed in particolare la teoria sul capro espiatorio. La vittima del bullismo, così come il capro espiatorio, ha delle caratteristiche molto precise. Prima fra tutte è l’avere caratteristiche identiche ai membri del gruppo: è iscritto alla stessa scuola, appartiene alla stessa squadra sportiva, al medesimo oratorio, è un coetaneo, frequenta il medesimo gruppo sociale. Contemporaneamente ha caratteristiche che lo differenziano: proviene da un’altra cultura, la sua famiglia ha uno status economico-sociale diverso, ha competenze ed interessi diversi, ma soprattutto se colpito non parlerà per paura o nessuno prenderà le sue difese. Sono visioni del mondo che si scontrano precocemente ma gli aggressori hanno sempre il vantaggio di aver individuato un “fragile” per qualche motivo. Il senso di impotenza del bersaglio del bullismo che è dato proprio da una corretta valutazione del dato reale (“nessuno mi crederà, nessuno mi proteggerà, chi mi vorrebbe proteggere non potrà proteggermi”) determinerà il vero danno. Pragmaticamente posso dire solo che i genitori dei bulli raramente riconoscono le proprie responsabilità educative, la scuola che è il contesto privilegiato nel quale agiscono i bulli, poco può sulla capacità educativa del bullo e può al massimo emettere provvedimenti disciplinari che poco hanno a che fare con il recupero educativo del bullo stesso. Il danno causato al bambino o al ragazzo bersaglio della violenza sono a carico della famiglia. Il primo bisogno di una vittima però è quello di essere dichiarata innocente perché avere un’altra lingua, essere timidi, avere difficoltà nell’apprendimento o deficit sensoriali/cognitivi, appartenere ad una diversa classe sociale, non può essere una colpa e pretende un riconoscimento sociale e condiviso del danno. Ciò avviene raramente o nei casi in cui le vessazioni colorano la cronaca perché reati. Ciò rende tutto molto più difficile alla vittima, bambino o adolescente, che dovrà trovare il punto di incontro tra sistemi valoriali contrapposti: l’autoaffermazione e la disconferma da parte del suo gruppo di pari, la frustrazione e l’impotenza di reagire alla vessazione fisica e psicologica senza tradire una fede alla non violenza, senza tradire la speranza nel potere della fiducia verso il prossimo, senza dover ammettere con i propri genitori di non essere in grado di “stare” in classe, a scuola, in gruppo, di non avere amici veri che siano in grado di affiancarsi a lui nel fronteggiamento delle prevaricazioni. Chi ha subito il bullismo riuscirà con enormi difficoltà a fronteggiare il “mondo” perché semplicemente non è stato protetto quando ne ha avuto disperato bisogno, non è stato riconosciuto il suo bisogno di affermazione sociale e del proprio modo di essere al mondo. La scuola prende, nel migliore dei casi, provvedimenti disciplinari nei confronti del bullo ma una sospensione, per quanto grave non è in grado di sostenere l’affermazione di legittima esistenza della vittima. Dall’osservare questo fenomeno dalla teoria alla realtà professionale, ho imparato una semplicissima cosa: la punizione del colpevole non libera la vittima dallo stigma di essere vittima. Occorre intanto cambiare il termine vittima con quello di bersaglio in modo da rendere chiaro che il problema è nell’aggressore e che le “diversità” sono legittime e non segni di colpa, che spesso si è bersagli “scelti” per codardia e non perché sbagliati. Perché tali consapevolezze si realizzino nella coscienza di una vittima di violenza occorre che il gruppo sociale realizzi lo stesso percorso. Il prezzo da pagare è una naturale sfiducia verso il prossimo, un’insanabile incertezza verso se stessi, una rabbia esplosiva od implosiva difficile da gestire. Nella mia esperienza le vittime di bullismo sono ragazzi che hanno genitori assenti (spesso impegnati per sostenere i bisogni familiari di base), genitori molto presenti ma incapaci di intercettare i loro reali bisogni emotivi ed affettivi, o ragazzi che hanno difficoltà relazionali dovute a deficit cognitivi, percettivi, emotivi, ragazzi per qualche motivo soli e per questo sacrificabili senza particolari rischi di ritorsione. Nulla mai è stato detto o intrapreso nei confronti dei silenti spettatori. Intimoriti dal bullo, appreso dalle figure primarie che è sempre meglio non schierarsi, di fatto rafforzano la posizione del bullo eppure non compaiono mai. Il bullismo ci offre l’opportunità non solo di intercettare strategie preventive e di fronteggiamento, di prevenire dei disagi psichici fortemente invasivi nella vita adulta ma ci permette di comprendere la reale portata della qualità delle relazioni che noi viviamo ogni giorno sul nostro benessere psicologico. Bibliografia 1) René Girard, Il capro espiatorio, 1982 Adelphy 2) René Girard, La violenza e il sacro, 1972 Grasset & Fasquelle, John Hopkins U.P.

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